Dalla vergogna alla timidezza allo splendore: l'arte come arena della vergogna

Articolo a cura di Laura Rositani

Nell’enciclopedia l’etimologia e la definizione del termine vergogna/ver'goɲa/ s. f. [lat. verecundia “ritegno"] fa riferimento alla comune sensazione di turbamento o disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per una determinata azione. La mia attenzione è stata attirata dal plurale del termine “vergogne”: c. Al plur., le vergogne, le parti genitali (come sinon. più fam. e solo scherz. dell’ormai raro pudenda): es. andava in giro per casa mezzo nudo, o mezza nuda, senza neanche curarsi di nascondere le vergogne. 

 

Partendo da questa definizione che lega profondamente il senso di vergogna al corpo (in particolare nudo), ho riflettuto sul binomio pudore - corpo e corpo - espressione artistica, ripensando a come nella pratiche artistiche contemporanee l’arte sia diventata il mezzo attraverso il quale esternare il proprio corpo e il proprio intimo abbattendo le barriere dettate dal senso di pudore. L’estrema esposizione e il voyeurismo passano attraverso il filtro di pratiche artistiche che permettono una narrazione degli angoli più bui della nostra intimità esorcizzando la vergogna del mostrarsi.

La vergogna è intimamente legata alla gestualità del mostrare, all’esibizionismo, all’estetica del giudizio e alle convenzioni secondo le quali giudichiamo e ci muoviamo all’interno del mondo dell’arte e oltre. La cultura visiva è spesso considerata la prova catalizzatrice dell’analisi della perdita di pudore: il format di confessionale in tv, la cultura delle celebrità, la distinzione sempre più sfuocata tra spazi pubblici e privati in internet, nudità nelle pubblicità ecc. Nell’iconografia della storia dell’arte relativa al tema della vergogna prevale l’accezione legata alla dimensione sessuale e alla nudità: esempio di ciò è la Venus Pudica nelle sue varianti storiche. L’affresco di Masaccio “La Cacciata dal Paradiso” (c. 1425), Botticelli “La nascita di Venere” (1482-86), “Eva, il serpente e la Morte” di Hans Bandung Grien (c. 1525) per citarne alcuni.

 

Nel contemporaneo si trasla verso una sorta di esorcizzazione della vergogna: basti pensare alla pratica di Tracy Emin (1963) in cui ogni aspetto della vita privata viene messo a nudo attraverso le sue opere: il suo lavoro è arrivato a incarnare un'oscillazione di emozioni intense e impenitenti in cui mette a disposizione dell’audience gli aspetti più privati. Figura di riferimento della scena artistica britannica a partire dagli anni ’90, il suo corpo nudo è oggetto di gran parte del suo lavoro, fungendo da veicolo attraverso il quale considerare gli effetti del tempo e delle esperienze del passato. Le figure che disegna possono essere voluttuose e distorte, mentre altre volte portano con sé una misteriosa fragilità.

“Everyone I have slept with 1963 - 1995” (1997) è un esempio di intimità che viene resa pubblica: una tenda da campo blu al cui interno Emin scrive i nomi di tutti i suoi amanti, un’opera nata dalla relazione con Carl Freedman e poi acquisita da Charles Saatchi o il celebre “My Bed” (1998), opera di riferimento dell’intera British Art, la riproduzione del letto dove Emin trascorse le ultime settimane dopo la conclusione di una relazione: lenzuola, polaroid, preservativi, mozziconi di sigaretta, vodka, giornali, assorbenti, briciole di biscotti; o il racconto dell’aborto conseguente allo stupro subito a 13 anni dal titolo “How it feels “ (1996) un video in cui Emin si racconta andando in giro per Londra.

 

Un altro esempio più recente in cui si annulla la distanza tra pubblico e privato e con questo anche il senso di vergogna, è rappresentato dalla pratica dell’artista americana Ann Hirsch (1985), il cui lavoro affronta tematiche legate all’identità sessuale e alla cultura popolare attraverso video e performance.

“While I was growing up and becoming a woman, I hated myself. I knew I was smart but other than that I thought I was just a disgusting girl that no one could be sexually interested in. I started performing as "Scandalishious" because I was tired of feeling that way. Or at least, I was tired of appearing as though I felt that way. So I started pretending I thought I was sexy and I quickly learned that if I pretended to be confident, people would believe it. And then I actually became more confident as a result.” commentava l’artista americana Ann Hirsch in riferimento alla performance “Scandalishious” (2008) e alla relazione con il suo corpo. Il timore di non essere attraente e di essere giudicata viene esorcizzato attraverso la pratica della performance e filtrato attraverso la lente del web e del social media.

“Scandalishious” ( 2008) di Ann Hirsch è una performance durata un anno e mezzo sul canale YouTube "Fun fun channel di Caroline” e che ruota intorno a Caroline Benton, un personaggio ideato da Hirsch, una "matricola del college hipster" che ballava per la telecamera, vlog e interagiva con i suoi followers, che poi pubblicavano commenti e condividevano i propri video di risposta. Tenendo in considerazione non solo i video di Caroline, ma anche le relazioni generate da questi ultimi, “Scandalishious” è un primo esempio di un'opera d'arte basata sui social media.

 

La performance di Hirsch nei panni di Caroline ha esplorato la rappresentazione di sé come pratica femminista e i suoi limiti. Ha adottato le convenzioni di genere della camgirl con una consapevolezza di sé che a volte rasentava la parodia, pur traendo evidente piacere dal potere, dalla libertà e dalla micro-celebrità che le offrivano e dalla complessità di Caroline e delle sue interazioni online. “Scandalishious” si colloca a una distanza critica fluttuante dal soggetto di Hirsch: con questo lavoro è riuscita a ricreare un’immagine e una narrazione di sé stessa attraverso le possibilità legate all’utilizzo di internet e al suo alterego inventato.  Concentrandosi sulle prestazioni delle camgirl, Hirsch è stato in grado di esplorare le questioni di genere, lavoro e potere in un contesto di social media molto prima che questi argomenti diventassero mainstream. Al suo completamento, la performance includeva oltre cento video e il canale YouTube aveva oltre un milione di visualizzazioni.

Un’altra serie di lavori più recenti di Ann Hirsch legati alla libertà e in particolare all’inconscio è rappresentato da “Iceberg series” (2017) una serie di disegni ispirati dall’idea di inconscio di Sigmud Freud. In particolare prende ispirazione dalla teoria che vede la psiche umana come fosse un iceberg la cui parte visibile è solo quella in superficie: il restante è abitato dai desideri inconsci e dalle fantasie legati alle emozioni, alle decisioni e alle influenze delle nostre esperienze passate e depositate inconsciamente. 

«come pagine di un diario, trascrizioni intime degli stati d´animo. Li faccio così fin da quando ero piccola. E provo lo stesso pudore nel mostrarli che avevo all´inizio» commenta l’artista italiana di base a Los Angeles Vanessa Beecroft (1969) parlando del suoi tableaux vivants in cui gruppi omogenei di ragazze più o meno nude, rimangono per ore disposte in plotoni puntigliosamente coreografati in equilibrio su tacchi vertiginosi, mute come belle statuine, esposte al voyeurismo o all¹imbarazzo del pubblico. 

 

La sua arte e le sue performance sono spesso di grandi dimensioni e coinvolgono modelli femminili dal vivo. Le azioni vengono registrate attraverso scatti fotografici in serie che riportano la sigla VB e il numero seriale.

Le performance sono incontri esistenziali tra i modelli e il pubblico, la loro vergogna e le loro aspettative: Beecroft provoca domande circa l’identità politica e il voyeurismo nel complesso rapporto tra spettatore, modello e contesto. Le sue opere diventano autoritratti che attraverso i corpi delle ragazze coinvolte veicolano il suo pudore, le sue ansie e il suo trascorso emotivo.

 

Un sentimento che comunemente ci impedisce la totale libertà di espressione, in quanto legato a meccanismi dettati da convenzioni sociali, trova il suo spazio. La distanza con il pubblico si accorcia e si annulla grazie alla possibilità di utilizzare linguaggi e media artistici che mediano e fungono da scudo al senso di vergogna provocato dallo sguardo dell’altro.

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