Bilinguismo di Genere: come, quando e perché

 
 
 
 
 

Articolo a cura di Marta Maria Nicolazzi, Illustrazione di Alice Arcangeli

 
 

Il linguaggio non è solo un’istituzione socialmente condivisa come strumento di comunicazione, ma anche un elemento centrale nella costruzione delle identità individuali e collettive. Il linguaggio di fatto costruisce la realtà che ci circonda e questa realtà oggi è non solo sessista ma anche cieca nei confronti delle dinamiche di potere, oppressione e privilegio. Ma come le realtà mutano e si evolvono, ciò accade anche alle lingue: specchio riflesso… E se attraverso il linguaggio potessimo cambiare il mondo?

Spesso per descrivere qualcosa o qualcuno ci mancano le parole, spesso quel qualcosa/ qualcuno che viene esclusa/o dal linguaggio corrente appartiene ad una minoranza o una categoria oppressa, o meglio, a qualcuno che non rientra in stampini sociali predefiniti. Ed è quindi raccontarci in modo più profondo ed inclusivo ma anche per modificare i nostri immaginari che coniamo nuove parole: la nostra emancipazione può partire e sicuramente passa proprio dal linguaggio.

L’italiano ha sempre preso in prestito parole inglesi che sono poi diventate di uso comune, parole spesso legate a scoperte che avevano luogo in paesi anglofoni come nel caso della tecnologia (computer, RAM, software, hardware, social network, touchscreen, smartphone…), della musica (videoclip, playback, DJ…) e della moda (brand, outfit…). Per quanto riguarda però i linguaggi riguardanti il femminismo e le questioni di genere questi “prestiti” sembrano stridere ed infastidire molti soggetti. Gli studi di genere sono nati negli Stati Uniti tra gli anni ’70 e gli anni ’80 come diretta conseguenza dei movimenti femministi di quegli anni. A più di quarant’anni dalla loro nascita i paesi anglofoni continuano a rimanere il terreno più fertile per quelle discipline mentre ad oggi in Italia non esistono dipartimenti di Studi di Genere, ma solo centri interdisciplinari di ricerca. I master e i dottorati disponibili si contano a fatica sulle dita di una mano, e non sono nemmeno così facili da individuare.

Un principio androcentrico per cui l’uomo è stato il parametro intorno a cui si è organizzato l’universo linguistico ha regolato per secoli ogni lingua. Scritture scolastiche, giuridiche, storiche e giornalistiche pongono l’individuo maschile come base della narrazione di ogni vicenda umana non solo rendendo il maschile plurale il modello per rivolgersi alle pluralità miste ma anche adottando ripetutamente espressioni quali “la storia dell’uomo”; “gli uomini della preistoria”; “la dichiarazione universale ei diritti dell’uomo” e via dicendo. Nel termine “uomo” veniva compreso anche “la donna” senza rendersi conto però di una limitata universalità dell’espressione che ha portato alla nascita dei Gender Studies (trad. studi di genere). Questi studi sono interdisciplinari che pongono l’esperienza delle donne nella storia, nella società e nella cultura al centro dell’analisi e che utilizzano le costruzioni sociali legate al genere come chiave di lettura delle dinamiche di potere. E così si è anche cominciato a ripensare un lessico e un linguaggio che includa le donne e non solo.

Chiunque abbia qualche nozione di etnolinguistica sa che ogni cultura produce le parole di cui ritiene di avere bisogno: per cui gli hawaiani hanno 65 parole solo per descrivere le reti da pesca, gli scozzesi dispongono di una grande varietà di termini nella categoria “maltempo” e in Brasile ci sono 29 modi diversi di dire “formica” a seconda della commestibilità. Siccome la maggior parte dei vocaboli riguardanti questioni di genere in Italiano sono “prestiti” e/o “eredità” inglesi forse sorge spontaneo pensare che agli italiani della parità di genere interessi ben poco. 

Infatti l’asimmetria nel linguaggio mette davanti ad una differenza di giudizio, e quindi di possibilità, dei comportamenti ben precisa che di fatto ci mostra una concezione discriminatoria di ciò che si addice ai due generi. Ma se già nel sentir parlare di femminismo e di questioni di genere la società italiana -che va ricordata essere di stampo altamente cattolico conservatore e patriarcale-  storce il naso, figuriamoci se nel ricevere un concetto nuovo e “destabilizzante” si trova dentro una parola straniera ogni due. Insomma, il punto non è “gli inglesi hanno coniato parole per descrivere situazioni sessiste e noi no” bensì come navighiamo questo “bilinguismo di genere” che spesso si presenta come ennesimo ostacolo alla causa? Come possiamo rendere questi concetti fruibili e accessibili liberandoci delle barriere linguistiche? Che siano le barriere linguistiche solo una scusa?

Onestamente non credo di aver risposte a queste domande ma penso sia importante riflettere sul perché e il per come proprio l’inglese: il fatto che i Gender Studies siano nati in un paese anglofono non mi soddisfa più. Innanzitutto, l’inglese è una lingua molto più duttile dell’italiano in cui la crasi è all’ordine del giorno e viene rapidamente assimilata: l’assenza di desinenze fisse per le forme verbali fa sì che tutto possa essere un verbo. Ed è così che nascono con estrema facilità parole come:

  1. bropropriating (bro/brother = fratello + appropriating = appropriarsi; sta per: un uomo ruba l'idea di una donna e la spaccia per sua)

  2. manterrupting (man = uomo + interrupting = interrompere; sta per: atteggiamento arrogante di un uomo che interrompe una donna mentre sta parlando)

  3. mansplaining (man = uomo + explaining = spiegare; sta per: atteggiamento paternalistico di uomini che spiegano a una donna qualcosa pensando di saperne di più)

  4. manspreading (man = uomo + spreading = diffondersi; sta per: postura maschile della seduta a così gambe aperte da occupare spazi altrui)

  5. catcalling (cat = gatto + calling = chiamare; sta per: molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada)

  6. incel (involuntarily = involontariamente + celibate = celibe; sta per: gruppo di uomini eterosessuali che sperimentano profonde difficoltà nelle relazioni con le donne e per questo le odiano).

Sto mettendo insieme un abecedario femminista e sono mesi che mi arrovello per cercare traduzioni accattivanti ma non c’è verso di trovare qualcosa che non sia un periodo troppo lungo. In casi come slut-, fat- e body-shaming (slut = puttana / fat = grasso/ body = corpo + shaming = umiliazione pubblica), la faccenda è ancora più complessa perché se shame è traducibile con “vergogna” questi termini non indicano “il provare vergogna per…” bensì tutti quegli atteggiamenti sociali per cui il corpo, il grasso o la libertà sessuale –spesso e volentieri di una donna- vengono sistematicamente umiliati. To shame è un verbo regolare transitivo attivo, “vergognarsi” è un intransitivo pronominale ergo riflessivo: le regole grammaticali sono alla base di un’ipotetica intraducibilità.

In tutti casi sopra citati l’anglicismo veicola una nozione complessa bisognosa di una lunga perifrasi esplicativa. Ecco la lunghezza, il punto è forse prevalentemente questo: l’italiano una lingua molto meno essenziale e più prolissa dell’inglese e noi italiani tendiamo ad essere pigri, pigrissimi. Questa pigrizia a volte ci fa prendere in prestito parole dall’inglese anche se sono imprecise e a tratti problematiche. Ad esempio, il fenomeno del revenge porn non ha nulla a che vedere con i concetti di vendetta (revenge) e pornografia (porn) a cui il nome si rifà. Perché se si tratta di vendetta si dà per scontato che la vittima abbia fatto qualcosa per cui meriti una punizione; mentre la pornografia non ha molto a che fare con “la condivisione non consensuale di immagini intime”, anche se comunque il materiale pornografico in circolazione presenti una serie di stereotipi tossici sul sesso. 

L’uso del termine survivor al posto di “vittima” si è fatto strada negli ambienti femministi per definire donne che avevano subito violenze. Questa parola viene scelta perché neutra nel genere e perché più vicino alla causa dal momento che si distacca dalle narrative che colpevolizzano e sminuiscono la vittima. Sebbene il termine “vittima” rischia di cristallizzare una passività, con survivor vi sono due tipi di problematiche: non solo si escludono tutt* coloro che non sono sopravvisut* alle violenze ma si può anche sottintendere un percorso finalizzato alla conquista di un valore legato ad uno sviluppo attivo della donna nel reagire e combattere. In questo preciso caso, nei tribunali si continua ad adoperare il termine “vittima” poiché si parla di reato mentre la Federazione Internazionale dei Giornalisti invita a scegliere tra i due termini valutando le circostanze.

Tutte queste parole vengono dal femminismo inglese o americano ma non descrivono fenomeni che accadono solo oltremanica o oltreoceano. Se c’è una cultura patriarcale che ha bisogno di dare un nome alle sue disfunzioni, quella è la nostra. È importante riconoscere che l’assenza di terminologie adatte e la presenza narrative tossiche create da un linguaggio sessista rispecchiano convinzioni e stereotipi sociali dei quali non abbiamo piena consapevolezza. In questo modo il linguaggio non getta solo le basi per gli abusi verbali ma diventa anche terreno fertile per i fenomeni di violenza fisica e contribuisce in maniera significativa ad una percezione distorta della violenza di genere in ogni sua forma.

Partendo dal presupposto che ciò che può essere nominato con precisione si vede meglio, dare un nome a situazioni, sensazioni, attitudini e fenomeni è il primo passo nei confronti di un cambiamento: non si può denunciare quello che non esiste, e se un qualcosa non si chiama, non non esiste. Quindi benché sia giusto sforzarsi a tradurre certi termini e renderli più nostri -come nel caso di fatphobia e grassofobia, questo proliferare di termini inglesi nelle questioni di genere non sarà cool come per la moda e l’hightech ma è certamente un sintomo positivo di un mutamento di linguaggio che può capitanare preziose conquiste di civiltà ed eguaglianza nella nostra società. Come dice la sociolinguista Vera Gheno, per costruire una società più equa ed inclusiva, bisogna parlare in modo consapevole e responsabile ascoltando chi si sente vittima di violenze e discriminazioni linguistiche senza sminuire o minimizzare ciò che non ci tocca personalmente o che riguarda una minoranza. 

 

“Chi parla male pensa male e vive male.

Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti”

Nanni Moretti nel film Palombella Rossa