Cinema per comprendere, Vergogna

 

Articolo a cura di Aurora Rossa Manni

 

La vergogna è, per definizione, una sensazione dolorosa, di umiliazione o di ansia, causata dalla presa di coscienza di un comportamento sbagliato o sciocco. Ma cos’è, per definizione, “sbagliato” o “sciocco”? Esiste davvero qualcosa per cui dovremmo vergognarci? Ancora una volta, né bene né male. Ciò che è giusto per ciascuno è una domanda intrinsecamente personale e resta appesa al gancio della propria cultura, crescita e consequente scala di valori. Ciò che possiamo prendere per certo riguarda il rispetto del diritto alla vita altrui, per cui la nostra libertà non deve interrompere quella di un altro. Ma il più delle volte, la vergogna, si presenta come un moto estremamente auto-riferito, per quanto sociale: ci vergogniamo perché ci siamo messi in imbarazzo agli occhi degli altri, mancando di qualcosa o non corrispondendo a qualche tipo di aspettativa o diktat sociale. Il più delle volte ci vergogniamo come degli attori sociali che hanno recitato male una battuta.

 

Prima cosa importante, sii sempre consapevole della la tua vergogna. E’ generata da un preconcetto? Cosa potrebbe veramente aver ferito qualcun altro? Non vergognarti e basta, ma conosci te stess*, comprendere è ciò che può tenerci alla larga da quell’opprimente senso di vergogna, che spesso si mostra vago, confuso, inaspettato e privo di ragioni. Non sei sbagliat* e loro non sono più giusti di te: per liberarti dalla paralisi da vergogna impara a trasformarla in auto-analisi, conoscenza, forza e, potenzialmente, un vanto. 

 

L’evoluzione è sempre auto-rivoluzione, cambiamento, e quasi mai accade in un luogo di immobilità e paura. Da’ un’occhiata qui giù per trovare qualche storia interessante in cui, sul grande schermo, personaggi forti, per quanto complessi, abbiano saputo trovare (o, a volte, perdere) la loro strada attraverso quel paralizzante senso di vergogna nei confronti di una società, di loro stessi o degli altri.

 

STORIE DI STRAORDINARIA LIBERAZIONE DALLA VERGOGNA

 

Iniziamo con alcune storie quasi al positivo o che, perlomeno, finiscano col rendere un senso di gioia nonostante le dinamiche estreme che le attraversano. Liberarsi dalla vergogna significa rivoluzionarsi, e una rivoluzione non avviene mai senza alcun danno. Specialmente quando la vergogna si presenta come un fattore culturale privo di connessioni con la propria identità, aspetto, modo di amare, pensare o parlare. Specialmente quando si è giovani, pieni di energie e si ha qualcuno con cui lottare al proprio fianco. Il senso di vergogna può essere combattuto attraverso del sano love-bombing e un po’ di sorellanza, fidati delle donne raccontate qui sotto.

 

1. MUSTANG di Deniz Gamze Ergüven (2015) -

(repressione culturale vs. lo spirito rivoluzionario della gioventù)

Questo capolavoro di straordinaria intensità vede cinque sorelle turche venire rinchiuse in casa dalla propria famiglia, a seguito di un episodio che le vede giocare con alcuni ragazzi, coetanei, nelle acque di una spiaggia vicina. L’evento verrà considerato oltraggioso dal loro circolo familiare e porterà a un graduale processo di reclusione, matrimoni combinati e negazione di ogni libertà. Ma la sorellanza rappresenta uno strumento incredibile e la gioventù è inarrestabile. Nonostante gli eventi di repressione, il racconto è permeato di una gioia dolce amara e costellato di speranza. Il finale di questo coraggioso viaggio di sorellanza lo dimostrerà al meglio. 

 

2. THELMA AND LOUISE di Ridley Scott (1991) -

(il leggendario on-the-road al femminile che attraversa il peso del victim blaming)

IL TRAUMA DELLA VERGOGNA E LA CONSEQUENTE AUTO-CENSURA

 

Quando ci vergogniamo di qualcosa, che riteniamo sia direttamente dipendente dalla nostra personalità, potremmo addirittura cominciare a vergognarci del provare vergogna. Ci sentiamo sbagliati, in toto, perché qualcuno o qualcosa ci ha fatti sentire così. Quindi tenderemo ad evitare la situazione che ci ha resi vulnerabili e, in secondo luogo, ci sentiremo in imbarazzo nel mostrare i nostri sentimenti al riguardo, poiché questo potrebbe condurci di fronte a una doppia esposizione del nostro “errore” agli occhi di chi ci giudica. La conseguenza più rischiosa di tutto ciò è la plausibile repressione di ogni emozione, la necessità di tenersi nascosti, smettendo di chiedersi perché ci sentiamo in questo modo e perché, probabilmente, non dovremmo. Prendere atto dell’impossibilità di controllare lo sguardo altrui può presentarsi come un processo del tutto irrazionale. Il miglior consiglio che si possa ricevere al riguardo è quello di lasciar andare. E non semplicemente lasciar andare, ma soprattutto mettere in dubbio il punto di vista altrui quanto, più spesso, faremmo col nostro. Reprimere senza uno sforzo alla comprensione significherà, inevitabilmente, uno stato di auto-sabotaggio, un’implosione garantita o (vedi sotto) finire col bruciare la propria scuola. 

 

1. CARRIE di Brian De Palma (1976) -

(l’horror della vergogna e come C. lo ha superato trasformandosi in una “strega”)

In ‘Carrie’ (1976), l’adattamento di Brian De Palma dell’omonimo romanzo di Stephen King, l’ansia adolescente e il costante timore dell’umiliazione - dovuti a un passato di traumi, bullismo costante e agli abusi di una madre estremamente bigotta e intollerante - trasformano il senso di vergogna e la connessa repressione della protagonista in un potere telecinetico distruttivo. Una metafora tragicomica per raccontare come alcuni traumatici episodi di umiliazione durante l’adolescenza possano essere catastrofici per lo sviluppo della propria personalità e sicurezza. 

 

2. PRECIOUS di Lee Daniels (2010) -

(quando l’umiliazione e gli abusi finiscono per annullarti)

NON DOVREMMO PROVARE VERGOGNA (MA LO FACCIAMO UGUALMENTE)

 

Quando si affronta un trauma non esistono regole precise riguardo alla reazione particolare di ciascuno, ma solo modelli di comportamento che tendono a ripetersi. Ciascuno porta con sé il suo personale trauma, o traumi, collezionati a un certo punto lungo la propria crescita: un trauma è la risposta emotiva a un evento catastrofico, spesso qualcosa di inaspettato e sul quale non si ha avuto controllo. Quando l’esperienza traumatica tocca il corpo, la zona sicura e la sfera privata di qualcuno il problema non è più solamente l’esperienza traumatica in sé o il timore che essa genera per il futuro: il trauma arriva a influenzare la persona stessa a tal punto che questa comincia a dubitare di sé. Venire molestati o violentati, spesso, comporta un vago, confuso, costante senso di colpa e di vergogna privo di fondamenta (per non parlare di tutte quelle occasioni che vedono le vittime venire accusate da un audience o, addirittura, dal proprio circolo di conoscenze). Si potrebbe arrivare a dire che la sensazione è quella per cui l’abuso finisce col definirti: ci si sente di esserselo addirittura meritato, cercato. Questo pensiero del tutto irrazionale penetra nelle ossa e trasforma la propria percezione del sé al limite dell’irrimediabile, rimpiazzando ciò che era con la sua versione distorta, condannata. Una vittima, lasciata sola, non ascoltata né aiutata, potrebbe non riuscire a processare il trauma in maniera lucida. Il danno potrebbe trasformarsi in totale negazione, alienazione, autolesionismo o, nel peggiore dei casi, nella ripetizione del danno su di qualcun altro. 

 

1. MYSTERIOUS SKIN di Gregg Araki (2004) -

(dissociazione e auto-distruzione post traumatica)

 

‘Mysterious Skin’ (2004), diretto da Gregg Araki e basato sul romanzo di Scott Heim, tratta uno dei temi più difficili da riprodurre sul grande schermo: l’abuso sessuale su dei minori e come questi abbiano processato il loro trauma durante la crescita. La peculiarità della pellicola sta proprio nel suo regista: Araki è ben noto per il suo immaginario anni 90’ pulp, acido e fuori dalle righe. Nonostante questo, il regista è stato capace, attraverso il film, di affrontare il tema in maniera inaspettatamente delicata. La pellicola vede due ragazzi, connessi dalla stessa esperienza traumatica, crescere e processare l’abuso percorrendo strade opposte. Se da una parte osserviamo un avanzamento verso esperienze pericolose, la tendenza all’autolesionismo e il perpetuarsi di un atteggiamento violento, dall’altra ci troviamo di fronte a un universo fantastico dove il protagonista crede di essere stato rapito dagli alieni. Due sfumature di negazione che condurranno i personaggi a un ricongiungimento e un confronto col danno passato, in modo da poterlo finalmente assimilare e superare. 

SENTIRSI MAL RAPPRESENTATI: QUANDO CI SI VERGOGNA DEL PROPRIO INVOLUCRO

 

La vergogna inerente al proprio aspetto fisico può attraversarci in tanti modi diversi. La nostra figura, per la necessità di definire le cose a un primo sguardo, sembra definire anche delle caratteristiche del nostro spirito, delle nostre idee e quindi della nostra identità. Aspiriamo costantemente a un determinato tipo di immagine, fornitoci dalla cultura corrente, che potrebbe eventualmente condurci alla sicurezza di un apprezzamento su larga scala. Spesso si tratta di standard di bellezza, ma anche di stile o comportamento. Quando non riusciamo nel tentativo di emulazione di queste pose stereotipate e immerse nel comfort della conferma, ci sentiamo frustrati, sbagliati e infine umiliati di fronte agli occhi di un sistema sociale che non sembra apprezzarci o convalidarci. Accade che questo possa portare a svariate patologie relative alla percezione del proprio corpo, spesso connesse al peso. Dietro a tutto questo si nasconde il problema, enorme e ben radicato, di una cultura costruita su di un sistema binario - dal genere al vocabolario. Quando questa regola affligge la propria identità e la sua percezione, non si tratta più solamente di un problema legato all’idea che qualcuno potrebbe farsi di noi, quanto più alla consequente auto-percezione del soggetto stesso all’interno del suo sistema sociale. Ciò che è considerato “mascolino” o “femminile”, i canoni delle identità di genere, sono definiti da anni di storia e risuonano così antichi e appaiono malleabili quanto ancora sono fortemente visibili e strutturali nel percorso di auto affermazione e validazione in uno scenario sociale. Il desiderio e il bisogno di corrispondere figurativamente alla propria percezione del sé può rivelarsi tortuoso quanto strettamente necessario. Cosa succede quanto la tua identità non viene confermata dalla tua apparenza? 

 

1. GIRL di Lukas Dhont (2018) -

(il viaggio doloroso verso la consapevolezza e l’autostima)

 

La pellicola vede la giovane Lara confrontarsi con uno stile di vita estremamente rigido, determinato dalla sua carriera da ballerina, e con le difficoltà innescate dalla sensazione di essere nata in un corpo sbagliato. Lara ha cominciato la terapia ormonale ed è nel processo di transizione, accompagnata da una figura paterna meravigliosamente premurosa. Accade però che la conquista della sua identità vada più lenta del dovuto e che il suo corpo, affaticato e iper stressato dall’esercizio, dalla tensione, dalla negazione di esso e dalla consequente negligenza nei suoi confronti, non collabori come Lara si aspetti. Lo stress è aumentato da alcuni episodi che la vedono costretta ad esporre il proprio corpo e affrontare il suo consequente significato sociale. Se i dottori, insieme col padre, le consigliano di essere paziente nei confronti della terapia e di restare lucida, forte e di cercare di amare il suo corpo anche durante il processo di transizione, Lara continua a vedere la sua unica salvezza nell’operazione. Scioccante nei suoi attimi finali, quanto teneramente liberatorio. 

 

2. TOMBOY di Céline Sciamma (2011) -

(il racconto delicato e naive alla scoperta di un’identità)

ANCORA* LA VERGOGNA INSOLITA:

LA VITA DIVISA IN BENE E MALE E COME L’UMILIAZIONE DIVENTA CATARSI E REDENZIONE

 

1. BELLE DE JOUR di Luis Buñuel (1967) -

(quando il surrealismo incontra i desideri proibiti)

 

2. LA PIANISTE di Michael Haneke (2011) -

(un valzer narcisistico attraverso fantasie pericolose ed estremo rigore)

 

ANCORA* IL DANNO IRREPARABILE: QUANDO IL SENSO DI COLPA DIVORA L’ANIMA

 

1. ANOTHER EARTH di Mike Cahill (2011) -

(il drama sci-fi a tema redenzione)

 

2. RACHEL GETTING MARRIED di Jonathan Demme (2008) -

(credersi imperdonabili ma)

*KEEP AN EYE ON* SIMONE BOZZELLI

Italiano, classe 1994. Simone ha già vinto il Premio della Critica, al Festival di Venezia 2020, con il suo cortometraggio ‘J’Ador’. Come nel precedente lavoro, ‘Amateur’, un confuso senso di vergogna, il desiderio giovane e la costruzione della sicurezza in sé giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo dei suoi personaggi adolescenti, dipinti insieme crudi e delicati con magistrale sensibilità.