Il Solarpunk di Floriana

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GRETA FUTURA LANGIANNI

Ambientalismo, arte, illustrazione e moda si incontrano nelle produzioni di Flora Rabitti.

Flora, giovane fashion designer e fondatrice di Florania, dopo i suoi studi tra IED Milano, Central Saint Martins London e Institut Français de la Couture Paris parte per un viaggio in Giappone, proprio dove è nato il desiderio di fondare il brand.

 

Florania, brand prêt-à-porter, genderless e no season, propone total look realizzati a Milano, mosso dalla filosofia “antispreco”, dall’artigianato multiculturale e dall’eticità ed orizzontalità dell’ambiente creativo: questi sono i valori principali del brand, coloro che dettano le scelte stilistiche.

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“Solarpunk” è una definizione che ti si addice perfettamente: ti andrebbe di spiegarci di cosa si tratta e di come questa si rifletta nelle tue creazioni?

 

‘Solarpunk’ è la filosofia che rappresenta il marchio: una sottocultura direttamente legata ai movimenti post-punk per attitudine DIY con valorizzazione dei materiali poveri, un sentimento positivo e rinnovatore, ma non distruttivo come i movimenti punk originari.

 I materiali di scarto dettano intricati modelli, affiancati da look più lineari in cui è esaltato il materiale sostenibile: come il cotone biologico e il bamboo.

 

Le tue ispirazioni sono frutto del tuo trascorso in Giappone? Quanto ha influenzato questa esperienza il tuo lavoro?

 

Dopo un viaggio tra città complesse come Tokyo, Osaka, Kyoto, realtà artistiche come Naoshima e Teshima e, infine, ritiri su monti sacri come Koya San, il contatto con la cultura giapponese è stato un’epifania per l’ideazione di Florania.

 La visione poetica Wabi Sabi dei materiali poveri e della bellezza dell'imperfezione, le tecniche di ricamo Boro Boro o le tinture Shibori sono universi a cui attingiamo, per spontaneità e leggerezza. Mescoliamo queste tecniche multiculturali a riferimenti all’Arte Povera italiana, per accostamenti materici, composizioni, significati poetici dei tessuti.

 

Gli immaginari giapponesi di piccoli mostri tra il bene e il male (Yokai) ed elementi naturali animisti, si ricollegano al nostro intriso universo post-punk e a mondi fantastici di personificazione della natura.

Questo immaginario si ritrova nelle stampe degli abiti che sembrano libri illustrati con bestiari, erbari, foreste, mondi diabolici e misteriosi.

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Quali sono le tecniche che usi maggiormente nel tuo lavoro?

 

La tecnica principale che utilizzo nello studio è il moulage (tradizionalmente, drappeggio in alta moda), altrimenti sviluppo delle stampe dai miei disegni o dai taccuini di Vittorio Donà, artista, collaboratore ed illustratore. Moulage è la tecnica che permette di plasmare i tessuti creando disegni direttamente sul corpo. Sono sculture-creature, i nostri Yokai (mostri) giapponesi.

 I miei assistenti sono specializzati invece in modellistica e sartoria (Matilde Pelizzoni), tailoring e tecniche di tintura naturale (Nicolò Veneruso) e ricamo (Fedra De Bastiani).

È questo il bello di avere uno spazio di condivisione di idee: ambiente fondamentale per i creativi dopo una pandemia, soprattutto se giovani e freschi al mondo lavorativo come i miei assistenti. Ognuno dà il suo contributo autoriale e discutiamo insieme su come mantenere la nostra identità, evolvendoci nelle tecniche e nella tecnologia.

 

 Florania - più che un brand è un collettivo; il vostro spazio è uno spazio condiviso. Questo condivisione genera contaminazione nel vostro processo creativo?

 

Certo che sì.

Questo brand è frutto di una visione ottimista della moda e del futuro, valorizzando il circondario.

Le menti creative che hanno creduto e plasmato l’identità di Florania sono esse stesse le nostre muse: come Fabio D’Onofrio, creativo poliedrico art director in Florania; Francesca Casadio, graphic designer con una vasta cultura sui movimenti underground; Roberta Lazzari e Francesca Carta, PR e coach per le nostre scelte; Vittorio Donà, il nostro illustratore; i miei assistenti e le ragazze del nostro studio Converter, Eva Failla e Ting Yung.

 Le persone che ci circondano sono fondamentali. Sarebbe presuntuoso, dopo una pandemia e con una crisi globale, portare sul mercato già saturo un prodotto e dire ‘l’ho fatto io!’. L’abbiamo fatto insieme ed è proprio per questo che ha valore.

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Quali sono le tue fonti d’ispirazione a livello creativo?

 

Questo immaginario post-punk ottimista, intriso di elementi naturali e un po’ magici, è ciò che ci libera l’immaginazione.

 Non posso non citare i movimenti di Arte Povera per le tecniche artigianali e l’uso dei materiali e accostamenti come scelta intellettuale: infatti, nel nostro processo creativo, i materiali di scarto sono spunto di costruzione, motivo per cui i risultati sono molto più intricati rispetto a processi industriali e diventano quasi ‘creature’.

Altra fonte di ispirazione è Donna Haraway, filosofa e docente statunitense, capo-scuola della teoria cyborg, una branca del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza ed identità di genere.

 

Florania promuove eticità e sostenibilità: i tuoi capi riflettono il tuo modo di vedere il mondo? Se sì, in che modo?

 

I nostri capi sono concepiti per vestire tutti e per durare. Sono come creature - essendo noi un po’ animisti - esseri magici creati dagli scarti e con materie prime tutte italiane: questo è l’unico modo in cui ha senso produrre abbigliamento, per noi oggi.

Florania è mosso dai sentimenti di una sotto-cultura ottimista ed è spinto a trovare soluzioni locali nelle scelte di design.

Dalle scelte di tessuti alle costruzioni e tinture, più che un marchio è un sistema creativo autonomo che valorizza il circondario: tra cervelli e natura.

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