Esercizi di pensiero sul linguaggio inclusivo.

 
 
 

Articolo a cura di Elisa Etrari, Illustrazione di Alice Arcangeli

 

Tra direttore e direttrice, schwa e asterischi, tutte, tutti e tuttu sembrano parlare di linguaggio inclusivo. Al grido di “non si può più dire niente” si accusa l’inutilità dell’introdurre neologismi, dato che ci sono evidentemente problemi più importanti. La letteratura ci illustra però come il linguaggio plasmi il nostro pensiero e il mondo in cui viviamo. Un esempio pratico è quello della differenza nella denominazione dei colori in diverse lingue: in gergo “colessificazione” (traduzione fai-da-te di colexification) dei colori. In molte lingue non vi è differenza tra quelli che noi chiamiamo verde e blu, una distinzione che è un punto focale nello studio del linguaggio. Lo spettro luminoso è continuo infatti, e non si scompone naturalmente in bande di colori; le lingue dividono i colori in base a categorie linguistiche che si possono basare su componenti come la saturazione o la luminosità. La lingua ci aiuta a organizzare l’esperienza sensoriale che il colore produce, ma anche trasforma la nostra stessa esperienza del colore. Il nostro sistema visivo è sensitivo a quattro regioni tonali (il rosso, il giallo, il verde e il blu) ma mentre nelle lingue occidentali la tendenza è quella di dividere lo spettro in base a questi colori, in altre la divisione è operata in base ai toni che noi chiamiamo caldi (rosso e giallo) e freddi (verde e blu).

 

Per un esempio più pratico, in italiano l’azzurro e il blu vengano percepiti come colori diversi, pur rappresentando la stessa tonalità, mentre il verde chiaro e il verde scuro che presentano una differenza analoga vengono percepiti come sfumature diverse dello stesso colore. In inglese avremmo una distinzione binaria tra verde (green) e blu (blue), e in giapponese un raggruppamento unico sotto la parola ao, che può indicare il colore dell’erba o del cielo. Alla richiesta di dividere una pila di maglie in base al colore, in base alla lingua parlata ci si potrebbe trovare davanti a quattro o due pile diverse, o addirittura ad una sola. Come chiamiamo le cose cambia il nostro modo di pensarle, e se applichiamo l’esempio dei colori a fenomeni più complessi comprendiamo forse più a pieno l’importanza del linguaggio.

 

Negli ultimi anni infatti sono entrate nel linguaggio comune diverse forme di linguaggio inclusivo, specialmente nella forma scritta. Un esempio lampante sono le email di benvenuto di diverse università, prima tra tutti la veneziana Ca’ Foscari, che optano per l’uso di asterischi a scanso di equivoci. Seppur sia un atteggiamento di apertura ammirabile, e che non può che portare a una sensibilizzazione sulle tematiche di genere, ci spinge anche a domandarci che cosa “includiamo” quando parliamo di linguaggio inclusivo. O meglio, chi includiamo e chi è che include. L’uso di un linguaggio di questo genere da parte di un’istituzione mette in gioco dinamiche di potere sull’inclusione, che per quanto possa sembrare un ideale benevolo è forse un concetto fallace. L’inclusione, come la tolleranza, implica l’ammissione da parte del gruppo dominante di una minoranza. Ora, per quanto questa possa essere il caso in certe situazioni, forse non è quello del linguaggio inclusivo, che seppur voglia includere identità non binarie e non conformi al linguaggio che usiamo, nasce per l’inclusione delle donne nel plurale maschile. E a rigor di logica metà della popolazione è femminile, e non si capisce perché dovremmo essere incluse in una lingua al posto di semplicemente esprimerci. La spiegazione è semplice, il linguaggio è il patriarcato ed è fazioso nel descrivere la realtà in cui viviamo. Come? Il linguaggio è il patriarcato?

 

Intendiamo il patriarcato come una organizzazione sociale in cui sussiste il dominio maschile in tutti i contesti, dal potere politico all’autorità familiare. Ecco, allora se il linguaggio stesso fosse il patriarcato? Possiamo parlare di inclusività, di cambiare le cose, ma se gli strumenti che abbiamo per parlarne sono rotti, se sono basati su un sistema binario di genere, più cerchiamo di parlarne e più rafforziamo questo sistema. Un linguaggio basato sul genere crea una società basata sul genere, e una società basata sul genere rinforza il linguaggio. Un po’ un cane che si morde la coda no?

 

La buona notizia è che questo circolo vizioso non è altro che un circolo di associazioni tra pensieri e parole. E per quanto forti possano essere le abitudini o la reticenza nell’adottare nuove forme, le lingue si fanno parlandole, e ri-costruire il linguaggio è possibile. È possibile usare linguaggio inclusivo, è possibile usare le parole in maniera differente, riprendersi parole che sono state usate come insulti, utilizzare i femminili professionali già inseriti nei vocabolari negli anni novanta, creare nuove connessioni e nessi logici tra parola con connotazioni negative, inserire schwa, asterischi e u. Se la lingua è una espressione patriarcale, è possibile ricodificare proprio questa struttura patriarcale del linguaggio. I meccanismi di assegnazione e di accordo di genere giocano un ruolo importante nello scambio comunicativo, ma possono essere soggetti a cambiamento. La prossima volta che vi rivolgete ad un gruppo di persone, provate a dire “ciao a tutte!” anche se ci sono degli uomini. Affermate fieramente di essere una architetta. Dite che non sapete come crescerà lu vostru bambinu. Provate ad accogliere un pubblico con un “buonasera signore e signori”. Cantate con fierezza di essere pronte alla morta (nel caso in cui l’Italia chiami). Parlate della vostra prole, del vostru partner, delle persone che vivono con voi, del personale docente e naturalmente della vostra sindaca, avvocata e direttrice. Insomma, se avete voglia sfidate un po’ lo status quo, oppure se non avete voglia non fatelo, ma se lo fate provate a guardare gli occhi delle persone intorno a voi mentre lo fate. Come diceva Alma Sabatini ormai 40 anni fa’, “toccare la lingua è come toccare la persona stessa”, e ogni volta che vengo chiamata dottoressa, o che vengo benvenuta, insomma ogni volta che una persona riconosce la mia esistenza con l’uso di un sostantivo femminile o inclusivo, mi tocca un po’ il cuore. Se poi sfida anche un po’ il pensiero di chi parla con me, direi che è proprio una vittoria per tutte, tuttu, tutt@ e tutti.