Mulibris

la rubrica di Kebab & Proust per Mulieris

Noi di Kebab & Proust abbiamo pensato di adottare lo stesso sguardo di Mulieris per andare in cerca di voci emergenti del panorama internazionale. Così è nata Mulibris, una rubrica incentrata sulla letteratura come punto di partenza per affrontare temi caldi e attuali.

Per questo primo esperimento, vogliamo parlare della vicenda di Meena Kandasamy. Nonostante il suo successo all’estero, l’autrice è figura nuova per il pubblico italiano. Ogni volta che ti picchio, tradotto da Silvia Montis, è uscito in Italia per e/o soltanto nel 2020. Kandasamy è una scrittrice, traduttrice e attivista indiana. Oltre al libro sopraindicato, ha pubblicato due raccolte di poesie e The Gipsy Goddess, il suo romanzo d’esordio che ha ottenuto nomine in vari premi letterari. Attualmente vive tra Londra e Chennai e svolge la sua attività di militanza politica anche online, soprattutto su Twitter. Andiamo a vedere perché la sua opera ci ha tanto colpite.

Se apriamo un vocabolario di inglese, la voce Shame ci fornisce una rosa di significati disparati: dall’imbarazzo al pudore, dalla sfacciataggine al senso di colpa, dalla vergogna al rimorso. La forza di Ogni volta che ti picchio è quella di riuscire a prendere tutte queste sfumature e di affrontarle da varie angolazioni. Come suggerisce il titolo, si tratta di una storia di violenza, psicologica e fisica. E anche se l’autrice riesce a restituirci la vicenda senza rinunciare a momenti di leggerezza e ironia, ci teniamo a segnalare un trigger warning per chi intende proseguire la lettura.

Il libro è il racconto del suo matrimonio e dell’escalation delle violenze subite all’interno di questo. La storia parte dall’inizio della convivenza con il marito, nella fulgente immagine di una casa da sogno in una nuova città, in cui la donna comincia a sentirsi in trappola. Infatti, pian piano inizia a essere allontanata dalla famiglia, dagli amici e dal lavoro. La sua vita diventa un film «piatto e banale», nel quale interpreta il ruolo della brava moglie ossequiosa. Nella sua attenzione all’aderire a tale modello, però, c’è qualcosa di inquietante. La paura di non scatenare nel compagno una reazione pericolosa.

L’abilità di Meena Kandasamy è quella di rovesciare la noia domestica e di spazzare via la nebbia dell’angoscia attraverso immagini folgoranti e ricche di ironia, come quella in cui ritrae il suo matrimonio come un corso base d’Introduzione al Comunismo o quella in cui si immagina di dividere il letto con Lenin, Mao e altri nove luminari del pensiero comunista. Il marito, infatti, è un professore universitario, con anni di lotta alle spalle, ossessionato dall’ortodossia comunista, elemento ricorrente del racconto. Meena Kandasamy si avvicina all’attivismo durante gli anni dell’università. Ed è proprio in contesti politici che incontra l’uomo che sposerà. Il loro stesso legame si instaura a partire da conversazioni sulla politica. Ma l’ipocrisia del marito emerge fin da subito, nello sfruttare i suoi ideali come strumento di coercizione della moglie, che la scrittrice in un lucidissimo passaggio sottolinea così: «le idee comuniste sono solo una copertura per il suo sadismo».

Il racconto di Meena Kandasamy non si arresta alle denunce degli abusi subiti, anzi, molto spazio è dato all’autoriflessione, all’atto del narrare e alla scelta di come restituire la vicenda. Infatti, la scrittrice sceglie di parlare per riprendere possesso della sua storia. Come sintetizza perfettamente Martina Neglia su Dinamo press: «Ogni volta che ti picchio non dà risoluzioni, ma scoperchia il tessuto relazionale di una donna che prova a ridefinirsi al di là dei limiti del ruolo di vittima, di donna che ha ceduto, che non ha saputo sottrarsi alla violenza se non poco prima del passo ultimo, cioè la morte, sfidando il giudizio sociale e mettendoci in guardia».

La parodia è la cifra della rivalsa della scrittrice, che riesce a ribaltare i discorsi basati sull’ideologia marxista che il marito strumentalizza. È qui che entra in campo uno dei più subdoli sensi di vergogna che il libro riesce a scoperchiare, quello che il marito vuole inculcarle, manipolandola: oltre al non essere abbastanza brava come scrittrice, come donna, come moglie, la colpa più grave che le viene additata è di non essere abbastanza comunista, di non essere abbastanza «proletarizzata», troppo piccolo-borghese. L’uomo cerca di prenderle pian piano ogni spazio vitale, arrivando a colpevolizzarla anche delle sue pulsioni artistiche e del ricorrere alla poesia. Il doppio standard però presto si manifesta: se da un lato, le poesie scritte da Kandasamy sono ritenute oziose, lui stesso si arroga il diritto di comporne. La scrittrice ne seleziona una, per rivelare a chi legge la pasta dell’uomo che cercava di tenerla in scacco, mettendolo in ridicolo nelle sue velleità e denunciandone l’ipocrisia. I versi che leggiamo «Ogni volta che ti picchio / il compagno Lenin piange» sono risibili, a tratti infantili, ed è proprio in questo rovesciamento che l’imbarazzo finisce sulla bassezza delle azioni del marito.

Man mano che va avanti il racconto si appesantisce. La voce di Kandasamy è in grado di restituire in maniera cristallina momenti intimi della sua storia terribile, come l’ultimo confronto tra i due, nel quale lei sceglie di rovesciare su chi ha perpetrato le violenze il senso di vergogna per gli orrori commessi. Viene consegnata a chi legge una testimonianza unica di una storia purtroppo comune a molte donne. L’autrice integra nel racconto, accostando la contemporaneità indiana ai costumi passati, la denuncia al tragico destino che veniva riservato alle donne indiane per punirle: il fuoco. Ma non si tratta di eventi sepolti in un passato remoto, «la tradizione non passa mai di moda. Resta nella memoria collettiva cambiando d’abito». Kandasamy ricorda che questo tipo di punizione è tuttora inferta alle mogli e che queste violenze si ripetono ancora. Ogni novanta minuti, secondo i dati da lei riportati.

È lei stessa a raccontare in un’intervista che, quando si recò dalla polizia, in India, con circa nove pagine in cui aveva riportato quasi ogni avvenimento successo, l’ufficiale le rispose dicendo: «You’ve written a novel!». Sarà quello il momento in cui ha iniziato a concepire l’idea di trasformare la sua vicenda in un libro? In ultima battuta, nella postfazione di Deepa D., originariamente pubblicata come recensione del libro su The Wire, troviamo un elenco di persone a cui potrebbe giovare questa lettura, che va dalle «femministe pronte a giudicare» ai «poeti che aspirano a scrivere». Qui scopriamo che la necessità di raccontarsi, e di ripercorrere le vicende senza edulcorare alcun aspetto, è uno strumento salvifico non solo per le donne che hanno avuto la stessa esperienza, ma anche a giornalisti, critici e chiunque abbia sminuito e abbia accusato l’autrice – o qualsiasi altro individuo – di fare la vittima, mettendo in campo tutto quell’armamentario di illazioni che quando una persona prende il coraggio di denunciare un abuso deve purtroppo affrontare. Ma di nuovo, è l’ironia a prevalere, sfociando in un meraviglioso dissing finale che suggerisce l’acquisto anche a coloro che hanno cercato di silenziarla facendo leva su un senso di vergogna, come critici e giornalisti, che fortunatamente donne come Meena Kandasamy riescono a smascherare e affrontare a viso scoperto.