Vergogna

 

Articolo a cura di Stella Marchese

 

La prima volta è importante, la prima lo è sempre e la mia prima volta è stata alle medie (precoce!, direte voi, ma aspettate), un’altra volta invece è stata a 11 anni, quando ho fatto pipì in spiaggia, credendo – spoiler: credevo male – che non ci fosse nessuno e infine, l’ultima volta che mi è successo: due settimane fa, su un autobus. Lo so che non capite, ma ora vi spiego meglio: alle medie sono stata la prima ragazzina della mia classe a vedersi spuntare il seno: sono stata gobba per mesi, sperando che nessuno lo notasse (il mio fisioterapista ancora ringrazia la mia pubertà precoce), a 11 anni ho semplicemente sottovalutato il sovraffollamento di una spiaggia di notte e due settimane fa mi sono imbattuta in una ragazza che involontariamente è rimasta a fissare le mie cosce fasciate dai jeans per più di qualche secondo: sta pensando che assomigliano a dei prosciutti, sicuro. Comune denominatore? In una parola di quattro sillabe: vergognarsi.

 

Corso di psicologia spicciola per principianti: lo sapete che le emozioni non sono tutte uguali? 

E con questo non intendo che la gioia di accaparrarsi l’ultimo paio di scarpe in saldo sia ben diverso da ciò che si prova a farsi mollare dal fidanzato a Natale. 

Voglio dire invece, che esistono emozioni primarie: innate, universali, uguali per tutti: io e un ragazzo che vive in Tibet ci arrabbiamo esattamente allo stesso modo (almeno a livello di ciò che accade nel nostro cervello, perché sfido il ragazzo tibetano a urlare forte quanto faccio io, mix genetico tra un siculo ed una calabrese), perché la rabbia è una di queste. 

Esistono però anche emozioni che non ci vengono naturali: le dobbiamo imparare, le c.d. emozioni sociali e la vergogna è membro onorario del secondo club.

 

La vergogna si manifesta per la prima volta intorno ai due anni di vita.

Non avviene prima, perché per provare vergogna serve la consapevolezza dell’altruità di e da sé. 

La vergogna è un’emozione stranissima: è una reazione interna ad una causa esterna: è un senso di fallimento che proviamo a seguito di una qualche deviazione da una norma sociale ed è legata agli standard culturali, ergo: i motivi per cui vergognarsi sono come gli aggiornamenti della Apple: credi che sia finita dopo l’iPhone X e invece siamo già al 12 senza nemmeno aver capito come.

La vergogna si lega alla sovrastruttura, alla società e si evolve con l’evolversi di esse. 

Ne volete un assaggio?

 

Se il concorso Miss Maglietta Bagnata avesse un trisavolo sarebbe questo: The Great Lady Ankle, o – per i non anglofoni – Miss Caviglia Scoperta: siamo alla fine del XIX secolo e (per l’epoca almeno) si trattava di materiale vietato ai minori. 

Il tutto si svolgeva così: una giuria di cinque uomini, due giovani e tre anziani (detti buongustai – molto viscido, lo so) aveva l’onore di portare a termine il faticoso compito di scegliere la caviglia più bella tra quelle di quindici esemplari femminili accuratamente selezionati, che ad uno ad uno, di fronte ai suddetti giudici di prim’ordine (embè), dovevano alzare le lunghe gonne fino a lasciare in vista la caviglia, coperta fino al tallone da un delicato calzino bianco (sensitive content per i feticisti), mentre al piede calzava una scarpa col tacco basso. 

Non so dirvi molto altro sulla vincitrice del concorso, se non che – a questo punto – doveva avere delle caviglie davvero degne di nota, ma sono invece a conoscenza del fatto che alle spudorate quindici vennero mosse critiche feroci, per aver osato esporsi (a) tanto.

Chissà cosa direbbero a sapere che, da anni a questa parte, vanno di moda i pantaloni col risvolto. 

 

Abbiamo afferrato quindi, che le regole sociali e i modelli di comportamento che condizionano il fatto di provare vergogna mutano e si adattano in simbiosi con l’ambiente esterno in modo ancor più gattopardiano delle politiche sulla censura di Instagram.

Ad ogni modo, la vergogna – per quanto spiacevole da provare - ha una sua ragion d’essere e una storia: la sua funzione sta principalmente nel fatto di comprendere quali comportamenti siano o meno socialmente accettabili, in modo da permettere ai soggetti di essere valutati positivamente dagli altri individui e consentire così all’ autostima di crescere in funzione di chi ci circonda, ovvero valutare positivamente noi stessi.

La vergogna è utile: se non esistesse, se noi non avessimo imparato come si fa a vergognarsi, oggi per le strade esisterebbero ancora cartelli con su scritto vietato lordare (eh si, avete capito benissimo), tipici del medioevo, dove non erano solo i cavalli ad aromatizzare le strade con esotici olezzi. 

 

Ma cosa succede quando invece la vergogna è inutile? Quando non serve a niente, se non a causare turbamento? È il caso della protagonista di un celebre romanzo inglese dell’autore Thomas Hardy, Theresa dei d’Urbervilles, detta Tess* per gli amici, se solo ne avesse avuti.

 

*ogni riferimento ad “After” è (assolutamente inappropriato e) puramente casuale

 

Andiamo alla storia: bellissima, troppo giovane e figlia di contadini che, credendo di aver vinto al superenalotto dei cognomi, la mandano a casa di ricconi (presunti parenti) a rivendicare il titolo nobiliare perduto in strani mutamenti consonantici - non saprei spiegarmi meglio: ho lasciato l’università di lettere dopo appena dieci lezioni del corso di linguistica. 

È così che incontra Alec, prepotente-forse-cugino che, a farla breve, circuisce e abusa la ragazza di appena 12 anni - probabilmente, pure lui era l’ennesimo brav’uomo, che salutava sempre. 

Spoiler: la morale vittoriana non contempla le violenze di genere (se non sai nulla sull’argomento, vai su Instagram e te lo spiega stracazzutamente @carlottavagnoli), quindi quando la ragazza rimane incinta del pezzo di m., viene ghettizzata, stigmatizzata socialmente e costretta a crescere in fretta, per il suo bene e quello del bambino. 

Dopo infinite sofferenze, finalmente riesce a trovare un uomo onesto, che sembra la ami davvero, Angel, ma nonostante la coscienza della purezza dei reciproci sentimenti, Tess tortura se stessa continuamente: ha paura che lui, conoscendo il suo vergognoso passato, possa allontanarla, come ha fatto qualsiasi altra persona lei abbia incontrato fino a quel momento. 

Ha ragione di crederlo? Non ve lo dico, così magari il libro ve lo comprate.

Vi racconto però di come, anni dopo l’osceno accaduto, la protagonista incontra di nuovo il suo abuser, nelle vesti – più un travestimento, oserei dire – di un predicatore, che scarica su di lei la responsabilità della violenza inflitta, accusandola di averlo fatto cadere in tentazione - poovera stellina: una vittima in piena regola! - In pratica? Tess era stata abusata per sua stessa colpa. 

Si sa infondo: essere troppo sensibili alla bellezza femminile è una vera e propria maledizione, motivo di sincera e tenera compassione. 

Avvertenze: leggere questa parte della storia, potrebbe comportare effetti collaterali come rabbia funesta, arrossamento delle gote, urla incontrollate, accelerazione del battito cardiaco e nausea. 

Donne avvisate, mezze… (mmm forse, no)

 

La fine della storia la salto: spero ancora che scegliate di ordinare il libro su Amazon (a proposito, viene 9,50 €) e non è funzionale al resto della nostra chiacchierata.

Ciò che invece lo è, è il sottotitolo dell’opera: A pure Woman Faithfully Presented.

Per l’autore, Tess era una donna pura, rappresentata fedelmente: senza onore, ma senza colpa.

In altre parole: Hardy 1 – Morale vittoriana 0.

Questo classico straordinario, descrive tematiche delicate senza alcun falso pudore, senza convenienza e leggerlo, significa lasciare che il senso di ingiustizia ci si appiccichi addosso, come la polvere si attacca ai visi sudati d’estate. Quando sono stata io a farlo per la prima volta, la cosa che più mi ha colpito, immediatamente dopo aver respirato l’ultima pagina, è stata la rabbia: non capivo il motivo di sentirla in petto così vibrante e viva, del tutto reale, anche se la sua origine era una storia di fantasia. È difficile arrabbiarsi per qualcosa che non sia attuale, che non stia accadendo. Vi faccio un esempio: quando avevo otto anni, mi tagliai i capelli da sola.

E quindi? Direte voi. Qual è il punto della mia scodella asimmetrica? Il punto è che da quel giorno in poi, mia madre si arrabbiò sempre, ogni volta che prendevo delle forbici in mano, indipendentemente dall’uso che ne stavo facendo. Non ho potuto più fare i lavoretti della scuola per almeno un mese, senza far arrabbiare mia madre. Ma poi è passata. Mia madre non urla più quando mi vede con le forbici in mano – per fortuna – e questo perché la rabbia è un sentimento con data di scadenza: nella maggior parte dei casi, ci si arrabbia solo per un po’, ma poi la rabbia o svanisce o si trasforma in altro. E allora che senso ha arrabbiarsi così tanto per qualcosa accaduto 130 anni fa e peraltro solo nella testa di uno scrittore? La risposta è semplice: una storia non è meno vera, solo perché non è reale. Ci sono state moltissime donne che si sono trovate davvero nei panni di Tess, ma non è nemmeno per loro che sono arrabbiata, per loro al massimo mi dispiace.

Ma chi può sostenere, senza paura di mentire, che la condizione femminile ad oggi sia cambiata poi tanto? Se davvero fosse così, le istituzioni non sarebbero le prime a scoraggiare una donna abusata a sporgere denuncia, ma accade. Vi siete mai chieste perché le reduci da una violenza di genere si chiamano survivor? A cosa sono sopravvissute esattamente: alla violenza o al peso della vergogna? Si, vergogna. Perché Tess ci insegna che provare vergogna può accadere anche quando si è senza colpa e persino quando la colpa è di qualcun altro. Quanto è diverso il pensiero di Alec da un sentito e risentito “ah, ma se l’è cercata” o da un “si, ma quella gonna era troppo corta”. Dal canto mio, credo che questo genere di situazioni aberranti, non lascino spazio né al c.d. prezzo del dolore, ovvero il risarcimento deducibile in un’aula di tribunale a seguito di un danno morale, né alle frasi avversative: non c’è (e non c’è bisogno) di nessun ma.

 

2021: di cosa ci vergogniamo oggi?

La lista è pressoché infinita, ma riassumiamo: sesso: con chi lo fai (outing? tragedia degna di Edipo Re), quante volte, come e perché; soldi, ma solo se sono troppo pochi; forma fisica: l’industria della cosmesi ha edificato un impero sul senso di inadeguatezza (in particolar modo femminile) che deriva dal bisogno insoddisfatto di assomigliare ad @emrata (ma basterebbe anche a sua cugina brutta, eh); cultura, poi sindrome dell’impostore e a volte ci si vergogna addirittura di vergognarsi.

Ci vergogniamo pure quando la colpa non è nostra e nientemeno, anche quando la colpa non c’è: non è una colpa ingrassare e non lo è nemmeno amare chi ci pare, anche un termosifone.

Prima, abbiamo parlato dell’utilità della colpa e non voglio smentirmi: vergognarsi quando una colpa esiste, significa assolvere esattamente la finalità che sta alla base di questa emozione.

Traduzione: se date un calcio al rugoso deretano di un’indifesa vecchina, che passeggia tranquilla per strada, sentitevi pure liberi di vergognarvi (chiarisco: vale anche se la vecchina è vostra suocera). E se siete follower dell’@estetistacinica, potete farlo anche se non vi struccate. 

Ma vergognarsi senza colpa, è come comprare dei preservativi per rimanere vergine.

Abbiamo dato alla società un potere enorme, talvolta così grande, che sembra addirittura trattarsi di un essere mostruoso, altro da noi, membri che la compongono, ma davvero non si può lasciarle anche questo: non è la società a dover decidere se devo vergognarmi della mia cellulite o di aver indossato una gonna corta, come se fosse un’attenuante prevista dal codice penale. 

Il senso di inadeguatezza, l’enorme peso dell’opinione altrui, mettersi in discussione perché il fatto che gli altri ci reputino sbagliati, ci fa sentire davvero come se lo fossimo. Ma non lo siamo.

E dobbiamo ripetercelo, soprattutto di notte, prima di chiudere gli occhi, quando l’ansia si impossessa di noi e non si sa come, passiamo dal ricordo casuale di una figuraccia fatta in quarta elementare, a prefigurarci totalmente inadeguati. Non c’è nulla di più autodistruttivo di questo genere di vergogna: quella ingiustificata, flagellante e autoimposta, creata da spettatori invisibili, che fungono per noi da giudici, giuria e carnefici, nel silenzio delle nostre menti, che noi stessi abbiamo trasformato in aule di tribunale, per ricordarci che, esattamente come eravamo degni di quelle palline di carta insalivate alle elementari, ora siamo degni di disprezzo per i nostri errori, per i nostri gusti sessuali o per le nostre voglie di dolci serali. Come smettere? Ci sto ancora lavorando, ma possiamo farlo insieme, se vi va. Primo passo: basta comprare pillole dimagranti e FitTea. 

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