Fuori dalla grazia di Dio. Mascolinità, dissidenza e vergogna: una storia meridionale

Articolo a cura di Paola Micunco, Foto di Sara Lorusso

Vivere la propria individualità è sempre una scelta politica: è presentarsi al mondo circostante non senza vestiti ma vestiti d’abiti a sé adatti; è sperare nell’accoglienza, temere il giudizio, rischiare la vergogna.


La accettabilità al di fuori di noi di quello che si è, che si vuole essere, che si costruisce, è profondamente legata al contesto nel quale la propria individualità è vissuta. Nessun luogo fisico o sociale è in modo assoluto accogliente di ogni manifestazione individuale; tuttavia è pur vero esistano luoghi fisici o sociali che, partecipando attivamente alla creazione di ciò che è alternativo all’egemonico, sono preparati all’avvicendarsi e all’evolversi di queste, sono capaci di creare trame di accettazione in tessuti già esistenti. Ciò che si è, se conserva una dimensione solamente individuale e non si collettivizza, rimane dissidente, dissonante, estraneo. 

Io sono nata e cresciuta a Bari, l’ho odiata e amata, l’ho intensamente vissuta nella sua accoglienza calorosa e altrettanto intensamente subita nella sua silenziosa violenza escludente. Quella che ho esperito mai è stata violenza aperta ma violenza composta, violenza per bene. Il Sud Italia è, nella mia esperienza, una trama talvolta fittissima e impenetrabile; è una cortina al di fuori della quale la creazione di prospettive identitarie per chi attua un esercizio individuale distante dall’aspettativa è dissidente perché rimane spesso un esercizio isolato. L’accoglienza si limita ad una cerchia ristretta e dorata, il giudizio al di fuori di quella cerchia è silenzioso ma esiste, la vergogna è un sentire che faticosamente si decostruisce. E se l’uscita dal femminile imposto è ancora percepita come una forma di ribellione, in un luogo sociale che vede ancora troppo spesso nel lavoro di cura la massima realizzazione femminile, la vergogna che genera l’uscita dalla rigida aspettativa di genere maschile è un sentimento con il quale si è portati a confrontarsi nel momento stesso in cui ce ne si definisce al di fuori. Perché c’è un dentro e un fuori. Dentro è tutto ciò che rispetta l’aspettativa, fuori è tutto ciò che se ne discosta. E di cui ci si deve vergognare.

La vergogna è un sentire debilitante che nasce col confronto tra l’interno e l’esterno, è la manifestazione dell’inadeguatezza, è la presa di coscienza della non adesione all’aspettativa del contesto sociale nel quale si agisce ma al quale non si partecipa con gli stessi codici di chi invece ne prende parte attivamente. Il modello di mascolinità universalmente considerato egemonico al Sud Italia, che ognuno esperisce dalle prime interazioni sociali all’interno della famiglia e poi nella scuola e nelle altre situazioni sociali al di fuori del nucleo, non è un modello arretrato ma un modello tradizionale ovvero complementare a quello opposto femminile, dove il femminile si sviluppa nella cura e all’interno delle più o meno figurate mura domestiche e invece il maschile è fortemente connotato dall’aggressività e ha esercizio al di fuori della casa. L’aspettativa è che, in quanto maschio, ci si comporti aderendoci. Nel discostarsi dall’aderenza al modello e nel confronto con l’esterno il sentimento di vergogna si presenta primitivo ed emotivo nelle interazioni con i gruppi che invece al modello aderiscono. La dissidenza della mascolinità esercitata qui al meridione è inaccettabile anche nelle espressioni individuali più socialmente e culturalmente accettate altrove. Forte e dolorosa è la distanza tra il modello maschile aderente all’aspettativa al meridione e ciò che viene proposto dai social, dalle culture underground ma anche lentamente ma oramai inesorabilmente dalla cultura pop, basti pensare alle apparizioni a Sanremo di Achille Lauro e Boss Doms sotto la direzione artistica di Alessandro Michele di Gucci. La narrazione della mascolinità che arriva -dissidente, fiera e talvolta anche patinata- ben diversa è dalla esperienza individuale che invece ci si trova a vivere inseriti in contesti sociali distanti da questa raffigurazione estetica glamourous. La sperimentazione attorno alla mascolinità rimane dunque tabù, seppure sempre più presente all’interno della rappresentazione mainstream della mascolinità. 

Per parlare di vergogna in relazione alle mascolinità dissidenti nel meridione è necessario immaginare lo sforzo che, chi la vive, compie nel processo di decostruzione di questa. Il sentimento di vergogna è spesso anche freno alla libera espressione e esposizione dell’identità anzitutto all’esterno di sé, prima ancora di essere il sentire che anima chi, già esposta la propria identità, fatica a sentirsi accolto. Il lavoro di decostruzione di questa vergogna è un lavoro di grande fatica anche perché è a monte: è individuale e ha spesso il suo esercizio nel nucleo di provenienza, la famiglia. E’ proprio in quella dimensione che l’aspettativa di genere è più forte perché è da quel rapporto tra maschile e femminile che la maggior parte di noi ha origine. Nella famiglia tradizionalmente intesa si consuma la potenza sovversiva della dissidenza del maschile: rendendosi strumento di una messa in discussione delle fondamenta di questa, ovvero la complementarietà dei ruoli di genere binari, viene valicata la rigida cortina tra maschile e femminile. In questa potenza sovversiva, che è rischiosa per l’individuo che la pone in essere perché gli può costare l’esclusione sociale, risiede anche l’inaccettabilità e l’impossibilità di esprimersi che la vergogna genera.

Nascere maschio in una famiglia del Sud che ripete questo schema tradizionale tra maschile e femminile pone quindi in una posizione limitante chi desidera manifestare la propria mascolinità in maniera non convenzionale, dove per non convenzionale si intendano anche tratti emotivi e sociali come la sensibilità e l’impegno nella cura delle persone a sé prossime che per quanto siano caratteristiche umane tradizionalmente sono associate alla sola femminilità. Tratti di espressione estetica considerati non abbastanza e canonicamente maschili divengono direttamente assimilabili alla omosessualità e alla effemminatezza, ovvero all’avvicinamento al femminile e quindi alla creazione della dissidenza.

N. è una persona che amo intensamente: sensibile e furbo, agilmente intelligente, sincero quando vuole. E’ nato e cresciuto a Bari in una famiglia numerosa, affettuosa e cattolica. Ha tante amiche e amici così diversi tra loro che a vederli tutti in fila non si riuscirebbe a capire cosa mai potrebbero avere in comune; lui però è capace di armonizzare questi universi, anche in collisione, con una delicatezza menefreghista che gli invidio. Io e N. parliamo, discutiamo e ci azzuffiamo animatamente da qualche anno, con la tenerezza di chi viaggia su due binari distanti ma paralleli. Abbiamo avuto due educazioni profondamente religiose ed entrambi le abbiamo prese e reinterpretate a nostro modo: a me è rimasta la laica fascinazione per le sante, a lui qualcosa in più. Quest’estate, durante una delle nostre tante passeggiate sul lungomare di Bari, tra una Peroni e l’altra, mi racconta una parte di sé per me immensamente preziosa. Da ragazzino era solito andare a dormire a casa di altri bambini e in queste occasioni aveva avuto alcune esperienze di vicinanza fisica e sessuale con un amico della sua età. Mi racconta di essere stato infatuato di un suo collega di università, di avere sentito attrazione sessuale nei confronti di uomini ripetute volte, di convivere con questo sentimento da anni. E di non averne mai parlato con nessuno, o meglio di essere sceso nei dettagli emotivi con pochissimi. Di averne avuto vergogna, di averne vergogna, di non sapere come affrontare e superare questa vergogna. Paralizzato da questo sentire si rifiuta di sperimentare intorno alla sua sessualità come io, mossa dall’amore ma in maniera aggressiva e invadente, lo invito a fare. A niente, come è ovvio, valgono i miei inviti sbagliati, a niente vale regalargli Elementi di critica omosessuale con fare da guru, tutto procede come deve e come prima: lo stato di piattezza che solo un freno come la vergogna può creare in una persona che desidera qualcosa. E lo sfondo di queste conversazioni è la nostra città, Bari: i suoi pochi luoghi di incontro nei quali ci si conosce tutti e da sempre, i pettegolezzi che corrono di bocca in bocca come se avessero gambe proprie, l’assenza di un contesto sociale genericamente accogliente e del quale si sente e subisce il peso del giudizio e si aspetta da ognuno nessun deragliamento e nessuna deviazione, che sia pure temporanea o di sperimentazione e utile alla crescita. E poi, girata le chiavi nella toppa della serratura, la famiglia che ti accoglie: l’equilibrio sottile di una istituzione tradizionale oramai vacillante, i rapporti di affetto che, seppur sinceri, si basano anche quelli sulla aspettativa. Un percorso segnato, poco tempo per i sentimentalismi e poco tempo per cercarsi. E per quanto N. sia un essere umano in continua decostruzione e stimolato da ciò che gli succede attorno opera questi processi di ricerca di sé all’interno del percorso imposto, non per pigrizia o mancanza di interesse per quello che succede uscendo da questo, ma per paura. La consapevolezza della distanza tra l’aspettativa e la propria volontà di ricerca di sé si manifesta nella vergogna e questa non è altro che una forma di protezione: ostacola infatti la piena espressione e ricerca di sé proteggendo dalla possibilità dell’esclusione che si teme si potrebbe subire non aderendo ai codici egemonici di mascolinità. Per questo la condivisione rimane limitata a un contesto ristretto, a una cerchia scelta. Per questo la ricerca di sé rimane superficiale, o teoricamente condotta, o portata avanti in gran segreto, o vissuta con la consapevolezza che -presto o tardi- sarà necessario aderire di nuovo al modello per vivere una vita che possa essere condivisa e accettata da chi sta attorno. 

La normalizzazione di certe forme di espressione della mascolinità è ancora ben lontana da essere partecipata qui nel Sud, a Bari. E non perché si viva nel passato ma perché molti dei contesti sociali in cui ognuno si trova ad agire qui sono ancora montati sul binarismo di genere, sulle dicotomie complementari uomo-donna. Ciò che succede altrove è che mascolinità e femminilità mutano e si evolvono perché non hanno più necessità di essere complementari, il nucleo minimo della società non è più la famiglia eterosessuale tradizionale, i rapporti tra maschile e femminile escono dal binarismo lentamente ma inesorabilmente. La mascolinità si riappropria di caratteristiche che le erano state sottratte perché considerate femminili, si risignifica. E lo stesso succede alla femminilità. Non sono mai stati processi immediati e neanche qui lo saranno, sono processi che richiedono lavoro, educazione reciproca, studio, costruzione di contesti di condivisione nei quali i sentimenti ostacolanti, come la vergogna, lascino il posto alla accoglienza. In queste riflessioni e in queste prese di consapevolezza diventa dolorosa la distanza tra quello che accade altrove e quello che invece faticosamente riusciamo a costruire, giorno dopo giorno, qui. Immaginate di aprire Instagram e di leggere di narrazioni di libertà e autodeterminazione alle quali voi aspirereste ma non sono nella vostra possibilità a causa del tessuto sociale non preparato ad accoglierle; di essere visivamente stimolati continuamente dai media al gender bending, alla costruzione di un dato estetico al di fuori del binarismo ma non poterlo attuare. 

E poi, usciti dalle stanze virtuali, ci sono i luoghi fisici: le scuole, le università, la propria camera da letto, le biblioteche, i bar, le strade. Distantissime dalle stanze virtuali, diversissime, limitatissime. Ma sono quello che davvero succede, sono il contesto reale i cui ci si muove, sono la continuità affettiva e fisica. 

Qualche anno fa stavo facendo la spesa al mercato, a Bari. Nei mercati è ben noto ci siano urla, schiamazzi, colori e fiumi di persone. Mi svincolo tra la gente e i cagnolini al guinzaglio e mi accosto a un banchetto per prendere un po’ di frutta. Origlio, nonostante i due stessero gridando il chiasso era tale che li sentivo come se sussurrassero, questa conversazione in dialetto tra il fruttivendolo e una signora:
“Michè, ma hai visto a mio figlio che mo va girando con lo smalto alle unghie? Io gli dico, che cosa sono ste cose, fuori dalla grazia di Dio!”.

E lui: “Signò, ma che cosa, decidi tu dove si sta dentro o fuori la grazia di Dio?”.

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