8 Donne da parti diverse del mondo parlano di proteste BLM e Razzismo

“Black Lives Matter non può rimanere un’utopia, dev’essere un fatto.”


Mentre mi trovavo a spiegare sotto ad un post la disparità di genere ad una persona che

non la viveva in prima persona mi sono imbattuta in un commento di una ragazza nera,

ed è stato in quel momento che ho pensato che tutta la rabbia che provavo nell’essere

incompresa e nel negare una disparità ed un privilegio così evidenti nella nostra società

dovevano essere sentiti doppiamente da chi di colore, da chi oltre a questa disparità di

genere si trova catturato da un sistema di privilegio “razziale”, una parola che ci riporta a

un passato che sembra lontano ma che non siamo mai riusciti ad estirpare e di cui non ci

siamo mai sentiti abbastanza responsabili.

Nel tempo abbiamo pensato a come poter utilizzare la nostra piattaforma sfruttando e

trasformando il nostro privilegio per creare uno spazio dove si potesse discutere cosa

significa essere una donna di colore in Italia.

Ci siamo così radunate i primi di Dicembre unendo persone con background diversi per

discutere come trattare questo tema insieme sulla nostra piattaforma.

Quello che ne è uscito è stato uno scambio di esperienze e sensazioni, molte delle quali

io personalmente, come persona bianca, non mi sono mai ritrovata a vivere.

E’ stato un riconoscimento del nostro privilegio e un impegno a cambiare le cose insieme.

Abbiamo così iniziato a lavorare ad un editoriale, che poi si sarebbe trasformato in uno

spazio online continuativo nel tempo, raccontando storie e punti di vista, di cui non

possiamo fare troppe anticipazioni poiché uscirà nel nostro prossimo numero cartaceo.

Tutto ciò ci spinge a voler far si che il nostro primo articolo online dall’apertura del sito si

incentri proprio sulle proteste che stanno accadendo nel mondo e in Italia in queste

settimane.

Abbiamo lasciato la nostra piattaforma a 8 ragazze che hanno partecipato alle proteste

BLM in diverse parti del mondo per condividere con noi e voi le loro esperienze:


Sara

Bologna, Italia

"Sono Stanca, non ce la faccio più, Sono Stanca" - Urla una ragazza al microfono.

E’ il 6 Giugno 2020 e anche a Bologna si scende in piazza a sostegno del movimento Black Lives Matter e contro ogni forma di razzismo.

A mio nome e, a nome del team Mulieris, ho deciso di documentare da vicino quello che sta accadendo in diverse piazze Italiane.

Le persone prendono parola e le storie sono molteplici, chi è in Italia da poco e legge il suo discorso da un cellulare cercando di pronunciare le parole in modo corretto, chi in Italia ci è nato, chi in Italia vive da molto tempo. Tutti uniti per farsi forza l’un l’altro, per condividere il dolore degli amici persi nel mare, i braccianti che muoiono nei campi, il lavoro in nero mai regolarizzato, un permesso di soggiorno che continua a ritardare, il dolore di crescere in un paese dove non si identificano e dove troppo spesso non gli viene riconosciuto abbastanza.

Cosa si prova ad aver subito razzismo? Come si sta quando qualcuno fa qualche commento alla tua persona esclusivamente per il colore della tua pelle? Cosa vuol dire crescere con un colore della pelle diverso dal bianco?

Non lo so e non lo saprò mai. Io non sono mai stata ’Stanca’ di essere bianca, perché non ho mai dovuto portare il ‘peso’ del colore sbagliato. Certe persone hanno il coraggio di dire che non viviamo nel privilegio, questo non vi sembra già un privilegio?

E’ finalmente giunto il tempo in cui chiunque deve ripensare al proprio modo di vivere e convivere con l’altro.

Non mi stancherò mai di ripetere che questo deve essere un momento di riflessione verso ogni forma di potere e di abuso di potere. Vorrei ricordare infatti anche tutte le persone che sono state vittima in Italia delle forze dell’ordine: Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e molti altri.

Spero che tutte le vite che sono andate perse e ad oggi non hanno un nome o un volto

non siano scomparse invano.

Rhiannon

Sydney, Australia

Le proteste BLM che hanno preso piede negli Stati Uniti hanno acceso una fiamma anche

in Australia, illuminando la nostra battaglia contro il razzismo sistemico e la brutalità della

polizia che ci troviamo ad affrontare nella nostra nazione, nello specifico con le

popolazioni indigene (First Nation People). Il maltrattamento, razzismo e abuso degli

indigeni in Australia non è un problema nuovo, ma persiste dalla colonizzazione del

paese, nonostante ciò, queste proteste hanno spinto la popolazione ad esporsi ancora di

più, a parlare più forte all’insegna di un cambiamento della società e del governo.

La protesta più grande è accaduta il 6 giugno a Sidney riuscendo a sorpassare un ban di

blocco giusto 12 minuti prima dell’inizio.

Circa 20.000 persone si sono radunate sotto la protesta organizzata da “Indigenous

Social Justice Association”, “Anticolonial Asian Alliance” e “USYD Autonomous Collective

Against Racism”, protesta rimasta pacifica finché la polizia non ha usato dello spray al

peperoncino su un gruppo di protestanti nella stazione centrale per “disperdere la folla”.

La polizia è stata accusata di aver spinto i protestanti nella stazione, ma a causa delle

norme di distanziamento sociale il “Sydney Transport Staff” avrebbe tentato di limitare il

numero di persone all’interno della stazione.

I social media e ogni piattaforma di divulgazione in Australia sono stati sommersi di

contenuti riguardo la brutalità della polizia, le morti di indigeni in custodia, razzismo e in

generale informazioni su come usare il white privilege ed essere attivamente anti-razzisti.


Sylphia

Toronto, Canada

Vivo a Toronto, Canada. I canadesi da che ne ho memoria hanno sempre avuto questa

mentalità “Almeno non siamo l’America”. Il che se, in parte vero poiché il razzismo qui

non è un problema sistemico, o almeno non come lo è là, non elimina il fatto che alle

persone di colore basti la propria esistenza per sapere che ciò è semplicemente non vero.

La mia esperienza personale in quanto donna di colore e quelle dei miei amici sono

abbastanza per dirmi che il razzismo è radicato nel nostro paese, e spesso i canadesi

bianchi fanno finta di non accorgersene chiudendo gli occhi.

Anche con le enormi prove ed i numerosi fatti a loro disposizione le persone di colore

spesso vengono accusate di esagerare quando sottolineano i problemi presenti legati al

razzismo.

Penso che queste settimane siano state un pò il punto di non ritorno. Come la morte di G.

Floyd, anche Toronto ha la sua personale esperienza con la brutalità della polizia, due

giorni dopo la morte di Floyd, a Toronto Regis Korchinski-Paquet è stata spinta dal

balcone della sua abitazione durante un controllo andato male.

Penso che in quel momento abbiamo raggiunto uno stadio in cui abbiamo pensato:

“quando è troppo, è troppo”.

Da quel momento abbiamo avuto 4 proteste in diverse parti della città. È stata

riconosciuta la brutalità della polizia sia in Canada che negli Stati Uniti. La polizia di

Toronto per il momento è restata piuttosto pacifica, anche se è stata sospettata di aver

inserito mattoni lungo la città.

Credo che questo sia servito come una chiamata a una presa di coscienza per il Canada.

Non siamo angeli. Non siamo un “America migliore”.

Abbiamo la nostra personale battaglia e storia con il razzismo e dobbiamo farci i conti.

Stiamo attualmente cercando di ridurre i fondi alla polizia di Toronto e di includere il

razzismo storico e la storia di diverse culture nei nostri curriculum.

E nel cercare di cambiare determinate cose ci rendiamo conto di una scomoda verità; le

persone al comando della nostra nazione sono troppo avvantaggiate dallo stesso sistema

che schiaccia noi altri. Nonostante ciò credo che con il tempo e il duro lavoro possa

avvenire un cambiamento reale. Non solo qui, ma in tutto il mondo. Tutti noi dobbiamo

fare meglio, fare di più.


Kimberly

Milano, Italia

Il 7 Giugno sarà per sempre una data memorabile per me. Ho sentito la solidarietà di

centinaia di persone per un’unica causa, il Black Lives Matter e tutte le forme di razzismo

esistenti. Partecipare alla manifestazione mi ha fatto capire che nonostante tutti i mali,

nonostante l’ignoranza e la paura delle persone verso il “diverso”, esiste la speranza, ed è

nelle persone.

Una città multietnica come Milano, sempre divisa dal colore della pelle, dall’accento

differente o dalla zona in cui abiti quel giorno era un unico gruppo; cittadini della stessa

terra, del mondo. I discorsi che sono stati fatti hanno lasciato il segno in me, ma non solo,

credo che tutti i presenti abbiano provato l’unità che si era creata.

Il 7 giugno abbiamo pianto, urlato e riso tutti insieme, era molto di più di una semplice

protesta.

Spero che i vari avvenimenti accaduti e che stanno accadendo nelle diverse parti del

mondo possano far riflettere anche coloro che fanno più fatica a capire. Sta alle persone

cambiare tutto questo, farsi sempre delle domande, leggere e non arrendersi mai nel

parlare con gli altri, essere attivi ed energici. È un lungo viaggio, tortuoso e stancante...

ma il Black Lives Matter non può rimanere un’utopia, dev’essere un fatto.

Naomi

Firenze, Italia

Sono Naomi T e ho 21 anni. Sono Eritrea, anche se sono nata e cresciuta a Firenze.

Ho imparato cos’è il razzismo quando avevo circa 6 anni durante le scuole elementari,

quando un ragazzino mi urlò “brutta scimmia negra”. Mi ricordo che quel giorno le uniche

due persone che mi sostennero furono una ragazza del Marocco e una bambina con

origini Pakistane. Da quel giorno fino ai 13 anni ho pregato Dio ogni sera prima di andare

a dormire di potermi svegliare bianca il giorno dopo, come tutti i miei compagni di classe,

così ogni mattina mi svegliavo delusa dal colore della mia pelle.

Ho iniziato a piastrarmi i capelli così da poter sembrare come gli altri bambini.

Ho abbandonato me stessa, perché immagino che questo è ciò a cui ti porta essere una

persona nera in un mondo di bianchi.

All’età di 17 anni ho iniziato ad interessarmi alla mia cultura. Mi rattrista che abbiamo

ottenuto questa attenzione solo dopo così tante morti, ma come dico spesso nel male c’è

sempre anche del bene.

Questo movimento ha dato a tutti noi il coraggio di parlare dei nostri problemi quotidiani,

che la maggior parte delle persone non conoscono poiché tendiamo ad omettere in

quanto spesso è “qualcosa di cui ci vergogniamo”, e, forse, quel senso di vergogna viene

dal fatto che queste violenze che dobbiamo subire sono tollerate ed accettate...

Ma non penso sia giusto restare in silenzio dato che l’unica cosa che chiediamo è di

essere trattati allo stesso modo, dalla legge, dalle persone, negli spazi di lavoro.

Rivaluta le tue convinzioni e inizia da capo, sei in tempo!


Rakeb

Amsterdam, Olanda

Mi chiamo Rakeb e ho 27 anni. Vivo in Olanda, ad Amsterdam per la precisione.

I miei genitori sono venuti qui come rifugiati dall’Eritrea per creare un futuro migliore per loro stessi e i propri figli.

L’Olanda ha questa tradizione per i bambini chiamata “Sinterklaas”, che si celebra il 5 di Dicembre. “Sinterklaas” ha diversi aiutanti chiamati ́Zwarte Pieten (Black Petes) ́.

Da piccola sono stata paragonata così tante volte con questa figura a causa del colore della mia pelle. I bambini mi dicevano che sembravo black pete o che non avrei dovuto dipingermi la faccia perché ero già nera di mio.

Il primo di Giugno sono andata alla dimostrazione BLM al Dam. Ho sentito così tanta unità e potere durante la protesta...

Una delle cose che sono state menzionate fra le tante è stata proprio la cancellazione della Black Face riguardo Black Petes.

Alcune delle province hanno già menzionato che “Black Pete” non è più riconosciuto ed ora visto come forma di razzismo.

Penso che questo sia un primo passo verso la giusta direzione, uno dei tanti passi che abbiamo davanti a noi.

Continuiamo ad educarci, imparare e soprattutto parlare di razzismo.


Kelly

Parigi, Francia

Sono Kelly Costigliolo, una fotografa ed artista multidisciplinaria nata e cresciuta a

Busalla, in provincia di Genova da madre brasiliana e padre italiano.

Durante la mia infanzia ed adolescenza in Liguria non ho mai subito veri episodi di

razzismo, ma essendo quello in cui vivevo un piccolo paesino dove la gente mormora,

sentivo spesso quello sguardo che ti viene lanciato e con il quale impari a convivere

quando sei diverso, soprattutto da bambina.

Ricordo di come se la ridessero sotto i baffi all’ufficio postale quando chiedevano a mia

madre se fosse la badante di mio padre per via del colore della sue pelle e la differenza di

età che vi era tra di loro o del tono arrogante che assumevo quando mia madre cercava di

parlarmi in portoghese: «Siamo in Italia, mamma, dobbiamo parlare in italiano».

Grazie al cielo non smise mai, nonostante avesse molta paura di confondermi e sono

grata di questo oggi perché essere bilingue mi ha permesso di avere quell’apertura

mentale di cui vi è bisogno per imparane delle altre. Oggi parlo 7 lingue di cui 4

fluentemente.

Quando ormai grandina mi trasferii a Padova per una residenza artistica e a Milano per lavoro dopo essermi laureata, iniziai a prendere coscienza del razzismo, quello vero, quello verbale, quello esplicitamente espresso, senza vergogna come se non fosse un crimine o una malattia la discriminazione.

Quando raramente avevo la possibilità di discutere di tutto questo, venivo sempre

considerata da queste persone come una persona troppo permalosa, si stava solo

scherzando, dicevano in risposta ad alcune battute di cattivo gusto che mi venivano fatte.

Quando mi sono trasferita a Parigi, ho capito che non ero io ad essere sbagliata ma il sistema nel quale ero stata educata fino ad allora ad esserlo.

Certo la colonizzazione, le deportazioni ed il razzismo erano e sono ugualmente passati da qui, la Francia non è affatto uno Stato perfetto, ma l’integrazione è diversa e lo si

percepisce subito.

Ricordo ancora la frase di una zia in visita: «Quante persone di colore qui e quante che

fanno lavori di ufficio!» - abituata effettivamente a Torino, dove vive da trent’anni rinnovando continuamente permessi di soggiorno e ad accumulando piccoli lavoretti in nero a destra e sinistra e non perché non abbia le lauree o le qualità necessarie per alcuni posti ma perché è proprio questo che differenzia bianchi e neri: le opportunità.

Le manifestazioni in memoria di George Floyd a Parigi sono state vietate dalla Prefettura che ha bloccato tutti gli accessi possibili all’Ambasciata Americana dove era previsto l’assembramento.

Questo non ha evitato però i cortei pacifici che si sono svolti quindi tra i Campi Elisi, piazza della Corcorde ed i Campi di Marte dove Assa Traoré, la rappresentante del movimento BLM a Parigi, aveva chiesto di riunirsi in memoria del fratello Adama, assassinato anche lui come George Floyd dalla polizia il 19 Luglio 2016 e per il quale non è ancora stata ricevuta giustizia dopo 4 anni di lotta.

Una manifestazione che aveva accolto 20.000 persone era già stata lanciata da lei stessa inoltre il 2 Giugno 2020 davanti al Palazzo di Giustizia di Porte de Clichy ed il prossimo comizio è previsto il 13 Giugno 2020 in piazza della Repubblica.

E se il 2020 fosse l’anno che stavamo aspettando?

Se il 2020 non sia stato solo un anno di brutte notizie ma al contrario, un anno in cui

finalmente possiamo batterci per le cose che ci stanno veramente a cuore e un anno di

presa di coscienza?


Sara

New York, USA

Vivo a Manhattan e, delle 4 proteste a cui ho avuto modo di partecipare, tutte sono state

piuttosto pacifiche. Gli attivisti e coloro che hanno preso parola stanno usando questo

periodo per educare e parlare ad un pubblico che è lì per ascoltare e contribuire.

Le persone stanno cercando di creare informazione tramite ogni tipo di piattaforma esponendo nozioni che chiunque dovrebbe già sapere di base. Un’azione di massa sta accadendo e tutto il negativo che disperatamente si cercava di ignorare sta uscendo da

ogni angolo senza possibilità di essere contenuto. Qualcosa sembra diverso questa volta.

Ogni singolo punto chiave della mia vita sfortunatamente può essere accoppiato a un evento disumano di questo sistema.

La ripetizione e il trauma sono inaccettabili le persone sono stance di questo enorme lutto che ogni volta prende piede per poi essere normalizzato senza l’ombra di nessun cambiamento. Non può continuare.

Ogni singolo residente di New York è consapevole di cosa significhi avere un’enorme presenza che pesa su di essi con una minaccia di morte, una cosa che questa città ha già

fronteggiato e a cui sopravviverà ancora. Le persone sono profondamente appassionate a

questo cambiamento, il razzismo ha controllato questo paese per troppo tempo, è solo

questione di tempo.



Articolo di Greta Langianni


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