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  • Elisa Lipari

Crearsi da sole



Non so quantificare le volte in cui ho desiderato, con intensità, di poter azzerare la mia esistenza e ricominciare da capo. Prendere l'agglomerato di esperienze fisiche, emotive, le trasformazioni, i rimasugli dei dolori e semplicemente cancellare ogni cosa, ripartire, riappropriarmi di qualcosa che sulla carta sembra appartenermi ma poi sembra vittima delle correnti esterne. Qualcosa che nel tempo ho iniziato a chiamare piccolo mostro: una parte di me che ho visto mostruosa — o che so essere vista come tale da fuori — che ho cercato di distruggere e consolare al tempo stesso, divisa tra il desiderio di volermi bene e il desiderio di sparire e ricrearmi. Se bastano ventotto giorni per far sì che le cellule della nostra epidermide si rigenerino so che se guardo al di sotto, nelle mie profondità anatomiche, so che qualcosa rimane, sempre e comunque. 


A volte nel momento stesso in cui vivo un'esperienza sento il desiderio di poter ricominciare da capo, memore degli errori; di poter plasmare di nuovo il mio corpo e offrire alle esperienze che mi aspettano un'immagine diversa, più libera. Vivere la quotidianità con le vesti di un corpo femminile ti fa desiderare più volte di potersi riappropriare di quella carne che ti appartiene ma che al tempo stesso sembra essere soggetta alle decisioni altrui. Sembra esserci un libretto d'istruzioni su come essere bambine, ragazze, poi donne e madri, amanti e oggetto del desiderio: dice tutto e il contrario di tutto e come soddisfiamo un requisito ne tradiamo un altro. Uscire da queste gabbie sembra arduo, recuperare il controllo di noi stesse difficile, rinascere impossibile. Per tutti ma non per Bella Baxter, protagonista del nuovo film di Yorgos Lanthimos Poor Things.



Il film, già vincitore del Leone d'oro al Festival del Cinema di Venezia lo scorso settembre, è arrivato nelle sale come una bomba di colori — dai verdi acidi e surreali ai viola più esoterici — lanciata in una stanza asettica. La storia racconta la vita e rinascita di Bella Baxter (Emma Stone), una donna che si toglie la vita e, subito dopo, rinasce, grazie ai progetti sperimentali di Godwin Baxter (Willem Dafoe), abbreviato da Bella stessa poi in God. L'eccentrico scienziato, a sua volta negli anni oggetto degli esperimenti del padre, esegue su Bella — trovata in fin di vita sulle rive del Tamigi — un'operazione dove per riportarla in vita le trapianta il cervello del feto che la donna teneva in grembo. Bella rinasce: corpo di donna, cervello di neonato, ricomincia così da capo la sua vita, incorniciata da una Londra vittoriana in bianco e nero. 


La creazione di Bella racchiude in sé due facce, che andranno poi nel film a intrecciarsi. Da una parte c'è sì la libertà di poter ricominciare da capo: Bella gattona, balbetta, deambula imparando di nuovo a prendere confidenza con il mondo. Dall'altra parte c'è la sete di potere onnipotente che l'uomo ha spesso ricercato nel corso della storia: il potere di creare da zero, e non solo, il potere di manovrare quella creazione e sentirsene padrone. Anche — o soprattutto — quando quella creazione è una donna. 


Durante la sua crescita esplorativa Belle è circondata da figure maschili che, nel bene come nel male, la indirizzano sempre verso ciò che per loro è giusto. Dapprima c'è il padre creatore, Godwin, che tenta di proteggere la sua creazione dai pericoli del mondo rinchiudendola nella teca di vetro della loro casa laboratorio. Bella chiede di uscire, anche solo a prendere un gelato, ma la libertà le è negata. Le viene concesso poi il lusso dell'interazione umana con lo studente di medicina Max McCandles (Ray Youssef), incaricato da Godwin di registrare i progressi di Bella. Il giovane se ne innamora quando ancora le sue capacità comunicative ricordano quelle di una bambina e fa un patto con il padre per sposarla continuando a rinchiuderla in quella casa. A farla fuggire e quindi in apparenza salvarla è l'avvocato libertino Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) che la invita in un viaggio in giro per l'Europa. Con Weddenburn Bella vede aprirsi la porta della sessualità e per la prima volta ottiene la libertà: fa i capricci, scopre la rabbia, minaccia Godwin e finalmente è libera di partire. 


Il viaggio di Bella a questo punto diventa saturo di colori ed esperienze, compresa di nuovo quella del giudizio e del potere di un uomo. Se all'inizio Wedderburn appare come la via di fuga ai dettami sociali di una Londra vittoriana e pudica, più Bella sperimenta più lui si infervora, la manipola, la rapisce costringendola su una crociera. Con il suo amante la nuova Bella scopre il suo corpo, scopre il sesso; quando lo scopre troppo viene chiamata mostro, viene chiamata puttana. 


Nell'estate del 1816 una diciannovenne Mary Shelley dà vita a Frankenstein, la famosa storia gotica di creazione, di vita e rinascita e creazione del mostro. Nel romanzo di Shelley la creatura creata dal visionario Viktor Frankenstein non soddisfa il suo creatore, che lo abbandona, lo rigetta. Allo stesso modo in Poor Things la creatura Bella Baxter è piegata, indottrinata, rinchiusa. Quando viene liberata a essere criticato è il suo modo di scoprire il mondo, di ricrearsi. Per le donne c'è sempre un modo giusto di essere tali. Ma soprattutto ce n'è uno sbagliato: troppo libera, troppo pudica, troppo omologata, troppo diversa. Bella procede libera, a passo incerto e poi sempre più deciso, lungo tutta la trama, facendo esperienza di ogni cosa come una creatura appena nata. E nel momento in cui si sta creando un po' troppo da sola — dove la sua individualità sembra coincidere con il suo corpo e l’uso che ne fa — viene chiamata mostro, chiudendo l'anello di congiunzione tra Bella Baxter e la creatura di Frankenstein.



Nell'ultimo periodo mi sono imbattuta spesso nel mostro e nella figura di Mary Shelley. Con casualità o inconscio magnetismo, lo scorso autunno ho visto a teatro Frankenstein (a love story), spettacolo teatrale dei Motus che rimette in scena una delle storie più affascinanti di creazione e potere, dando voce a una matrioska di creatori e creature: MS (Alexia Sarantopoulou), la creatrice della storia; Viktor Frankenstein (Silvia Calderoni), creatore e creatura contemporaneamente; e la creatura (Enrico Casagrande), il mostro che nel corso degli anni abbiamo sempre poi — ironia della storia — chiamato con il nome del suo stesso creatore. Se nell’adattamento cinematografico di Frankenstein di James Whale del 1931 la creatura è puro orrore e mostruosità, con lo spettacolo dei Motus e poi con Poor Things la creatura prima di essere figlia di qualcuno è un essere umano, e umani sono i suoi sentimenti: la voglia di essere amato, la voglia di scoprire, di non essere solo esperimento ma soggetto stesso dei suoi esperimenti.



La storia di Bella Baxter mi appare come un sogno, un viaggio che vorrei poter fare, passare da mostro a creatura libera, riportando il baricentro delle mie azioni di donna dall’esterno all’interno, sentendole solo mie. Per la prima volta appare sullo schermo un Frankenstein a lieto fine: la creatura infatti non solo si libera e lotta contro le gabbie sociali imposte, ma ottiene anche l’amore delle persone stesse che volevano rinchiuderla. Nel suo viaggio surrealista e grottesco Bella scappa, ama, scopa, odia, impara, legge, e poi ritorna. Si riconcilia con Godwin e il promesso sposo McCandles perché a differenza di Wedderburn — che impazzisce — hanno accettato la volontà della donna, abbandonando il desiderio di controllarla. 


Poor Things è un film troppo denso per essere digerito dopo una sola visione. Racchiude dentro di sé una critica al mondo e la sua risposta, la gabbia e l’emancipazione, il sesso e le sue contraddizioni. Più di tutto per me racchiude una benzina: quella che mi accende e mi ricorda che rinascere è sì impossibile, ma ricrearsi non lo è del tutto. Un’altra creatura, questa volta di plastica ma con un percorso di liberazione simile, è stata messa a confronto, criticata e sminuita di fronte alla magnificenza artistica della protagonista del film di Lanthimos. Non serve metterle in competizione, perché parlano la stessa lingua con ottave differenti. Che sia bambola come in Barbie di Greta Gerwig o mostro in Poor Things, rimane il racconto della creazione a partire da se stessi, della creatura indomabile che si ribella al disegno che l’uomo ha per noi. In una delle ultime scene del film, Barbie dice una frase che si adatta alla perfezione a bambole, povere creature, mostri, animali sociali come lo sono tutte le donne, come lo sono anche io:


I want to be part of the people that make meaning. Not the thing that’s made.



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