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  • Elena Quadrio

Morena Pedriali Errani - Prima che chiudiate gli occhi

Written by a Woman (ep.1) - una volta al mese, un testo, un approfondimento e una poesia dalle scrittrici che mi cambiano la vita.


SUL LIBRO


Ogni volta che guardo un film o leggo un libro, il mio metro di giudizio – personale e discutibile – si basa sì sul gradimento del prodotto artistico-letterario in questione, ma anche su quanto di nuovo abbia potuto insegnarmi, o se sia riuscito a comunicarmi un concetto noto, in un modo, da me, totalmente inesplorato. Prima che chiudiate gli occhi di Morena Pedriali Errani, autrice ferrarese, sinti, artista circense e attivista per le minoranze romanì, mi ha colpito soprattutto per queste caratteristiche. 


Fiammetta Pedriali, staffetta sinta partigiana e nonna di Morena Pedriali Errani

Prima di leggerlo, non avevo mai sentito parlare della Resistenza partigiana rom e sinti, prima d’ora non avevo mai aperto gli occhi sulla storia di Jezebel – la protagonista del romanzo, liberamente ispirata alla figura della nonna dell’autrice, Fiammetta Pedriali –, e di tutto un popolo ancora oggi inascoltato. Se penso ai partigiani, penso alle mie montagne e a come abbiano saputo accogliere, custodire e proteggere i e le combattenti per la libertà; penso, fra le altre, a Rachele Brenna detta Itala, della 1ª Divisione Valtellina, a Arcangela Fanchi detta Ala/Ridi, della 2ª, a Irma Camero (Ir) della Brigata Rinaldi, e alle altre della Brigata Matteotti. Dopo aver letto questo libro, mi verrà sempre un po’ in mente anche Fiamma (il nome di battaglia della protagonista), e di chi ha lottato per i rom e sinti a metà del Novecento: internati nei campi, dove le donne venivano sterilizzate, dopo essere stati mandati al fronte come carne da macello, per combattere in nome dell’Italia fascista.


Edito nel 2023 da Giulio Perrani Editore, l’esordio di Pedriali Errani racconta la storia di una donna sinti, Jezebel/Fiamma, che sin dalle prime pagine ci accoglie in veste di sentinella partigiana, nel 1944, durante le notti di vedetta illuminate dalla brace di una sigaretta, per poi guidarci indietro nel tempo fino al 1936, quando è ancora bambina, e cresce scoprendo in fretta quanto sia difficile sopravvivere nel ventennio fascista. Anche se si indossano gonne che rasentano la terra e si intrecciano i propri, altrettanto lunghi, capelli neri, danzando a piedi scalzi a pochi passi dalle kampine. Per questo, la Jezebel bambina impara presto a camuffare le sue origini, immergendosi piano piano – e portando con sé anche il lettore in questo percorso di consapevolezza sempre maggiore, tra piani temporali che si sovrappongono –, nel destino riservato a rom e sinti durante la Seconda guerra mondiale. Lo impara sulla propria pelle: non mancano episodi di violenza sessuale, abusi, soprusi e discriminazioni da parte dei gagé (in lingua romanì, gli altri, i non appartenenti alla dimensione romanì), che la giovane subisce mentre è in fuga dalle persecuzioni, dopo che la sua casa è stata bruciata, e prima di unirsi alla lotta partigiana. 


Il vento e gli antenati sono elemento costante di una narrazione scandita a ritmo da simboli, motivi naturali e mistici, rituali della cultura e della tradizione sinti, che piano piano lasciano spazio ai riferimenti storici e all’esperienza della Resistenza. Jezebel ha appreso le sue origini attraverso le leggende raccontate dal padre Nehat e dagli altri membri della grande familia circense: espedienti che servono a interrompere il racconto delle vicende, e forse a renderle collettive. C’era e non c’era: iniziano tutte così. Il lettore scopre, fra le altre, la storia delle Keshalyi, le “donne del destino”, “spiriti di vergini dalla pelle di pesco che profumano come l’ultima neve e stanno sedute sugli alberi perché dagli alberi sono nate”, che “proteggono la rabbia delle donne perché la fanno loro e infuocano le stelle”. Infatti: “Per ogni donna offesa calpestano un pugno di cenere, affumicano un crine di cavallo bianco nella coda di una cometa e con questo strozzano l’uomo che ha fatto violenza”.


In Prima che chiudiate gli occhi ci sono anche storie d’amore; una, in particolare, tutt’altro che banale. La mia indole iper-romantica, leggendo, voleva vedere Jezebel e Libero – giovane gagè e figlio di un gerarca fascista di cui lei si invaghisce, e che libero non è per niente –, trionfare insieme contro tutto e tutti: il potere dell’amore così per come ci è sempre stato raccontato, per come è sempre stato promesso alle donne. Anche perché Pedriali rende il loro legame estremamente profondo e intenso: è proprio lui a dare alla protagonista il nome di Fiamma, che poi lei userà per combattere. Mi si spezza il cuore quando capisco che così non sarà, e che anzi, il loro ultimo, praticamente adulto, incontro saprà di rabbia, di odio, di morte e di vendetta. Poi penso che l’amore moderno nasca proprio dall’odio, e ringrazio di non aver letto, ancora una volta, la storia di un sentimento letterario che non esiste nel reale. Il post-amore è odio costruttivo, pretesa di uguaglianza e verità, rabbia viscerale e lotta incessante; emozioni che solo chi è capace di amare follemente la vita consente a se stesso di provare. Il libro di Pedriali Errani è il canto di un popolo marginalizzato mai ascoltato, nemmeno oggi, nemmeno dopo tutto quello che è accaduto, nemmeno dopo il genocidio – che viene ricordato con i termini Porrajmos (“il grande divoramento”) o Samudaripen (“tutti uccisi”). “Eravamo tanti sinti e tante sintizze, una volta. Eravamo una kumpania, re e regine mendicanti e viaggiavamo per tutta l’Europa con il nostro circo delle meraviglie. Poi cos’è successo?”. Morena Pedriali Errani ce lo racconta: forse è un testo veloce e a tratti intricato; mi lascia con la voglia di sapere di più, di leggere ancora, di lottare sempre, di non chiudere mai e poi mai gli occhi.


PER APPROFONDIRE


“Quando si parla di noi rom e sinti, si parla di vittime, inermi al proprio triste destino, incapaci di reagire. – mi scrive Morena Pedriali Errani – È bene ricordare che, invece, la storia romanì ci insegna tutt’altro: ci parla di un popolo fiero le cui rivolte non sono state affatto assenti, ma sempre silenziate”. L’autrice mi racconta qualcosa in più sulla Resistenza romanì – quando ero andata alla presentazione di Milano, da Verso Libri, avrei potuto ascoltarla per ore.


Morena Pedriali Errani

“Dalla lotta per la fine della schiavitù rom in Romania alla rivolta nello Zigeunerlager di Auschwitz, rom e sinti sono stati artefici della propria resistenza e della Resistenza di interi Paesi dal giorno zero. In particolare, se parliamo di Resistenza rom e sinti in Italia, è bene ricordare due cose. La prima, che la persecuzione di rom e sinti in Italia inizia già nel 1926 con l’arresto di rom e sinti viaggianti a cui vengono prese le misure antropometriche, che contribuiranno poi allo sviluppo dell’eugenetica nazista e con l’impedimento di svolgere lavori itineranti tradizionali come il circo o le giostre. Nel 1940, inoltre, vengono aperti campi di concentramento fascisti solo per rom e sinti, i cui internati vivono in condizioni igienico-sanitarie altamente precarie e che, nel 1943, per chi non è riuscito a scappare nel breve attimo in cui vengono chiusi dopo l’armistizio, diventano la prima tappa per Auschwitz e altri campi di sterminio in Germania e Polonia. Da questi primi campi italiani riescono a scappare diversi rom e sinti, poi divenuti partigiani combattenti, come i Leoni di Breda Solini”.


Erasma "Vicenzina" Pevarello, staffetta sinta partigiana


“La seconda cosa da ricordare è il ruolo centrale delle donne da cui è partito tutto. Una tra tutte, Erasma detta Vincenzina Pevarello, staffetta che, incinta di 4 mesi e dopo aver appena perso il marito – Renato Mastini, partigiano sinto tra gli 11 martiri di Vicenza –, collega diversi distaccamenti veneti con il suo incessante lavoro. È sempre da una donna che inizia anche la rivolta dello Zigeunerlager (campo degli z*ngari=+) di Auschwitz, che, presa per i capelli, colpisce l’SS di rimando e dà vita alla rivolta vera e propria (16 Maggio - 2 Agosto 1940)”.



“Quando parlate di noi, perciò, non parlate di vittime, ma di figli di una Resistenza che dura da mille anni e continua ancora oggi, incessante e fiera”.


UNA POESIA


Laura Basso Ricci, in arte Laura Grecale Niglo, è un’artista italiana con origini sinti; nasce come poetessa e si evolve in fotografa, cercando di conciliare entrambi i linguaggi nel suo lavoro. Il primo libro, Accendini (2021), è una raccolta autoprodotta di poesia e fotografia analogica, che parla degli anni passati a lavorare nei campi viaggiando e vivendo in camper, tra Francia e Spagna. Ha appena terminato il secondo libro, Le radici dalle spine, per affrontare tematiche come la perdita, il lutto e la scoperta delle proprie radici, tra Sinti e Tribe (inteso anche come movimento dei free party e dei nuovi traveller per scelta). Ha partecipato a diversi festival, poetry slam e reading in Italia. Di seguito, un testo appartenente a quest’ultima raccolta.


13. A mio nonno Luciano detto Merlo


Sono il papavero selvatico

dei crocevia albeggianti, sempre

sulle rotaie di queste province abbandonate

marionette di fili e sensi unici

Sono il fuoco d’inverno per scaldare i campi

bruciava alto

l’ultima volta che ci siamo visti 

era febbraio

Hai detto che mi amavi

e le tue ultime parole

sono state come le prime poi 

silenzio ed io

ero già

i 108 grani di legno dei mala tibetani

rosari di ricordi avvolti stretti

tra le mani

mentre aspettavamo l’arrivo dei carri 

li sentivamo entrambi

ruote e cavalli degli antenati 

occuperanno abili

le stanze degli ospedali

dove ancora brillavano i tuoi occhi verdi 

figli dei venti

ERANO CASA MIA


Porterò le tue radici di ali e di canti per 

ricordarmi

che dove mi trovo è dove mi trovo

- Quando ero al fiume e calava il giorno 

ho sentito la tua voce tornare nel vento e 

chiamarmi

E non si spegneranno i fuochi nei campi 

sono gli straccivendoli dalle dita fini 

violinisti affini al canto

è la nostra ruota

Sono il silenzio che non dobbiamo più

tenere,

si infrangerà tra i colli e le schiene

Grida ora il papavero rosso


«Me sem romnì, me sem sinti

Amarì lacho drom, Amarì 

Nais tukè papu, Amarì Gi»

E cammina a testa alta, cammina


Una ragazza di vent’anni a Cracovia

mi ha raccolto i capelli nel diklo 

ed è stata tutte le mie nonne 

perdute ora ritrovate

Giochi di carte e storie sussurrate 

mani che curano

arcani che parlano


Riconoscerai sempre nonno la mia voce per 

Strada

Ha visto il vento 

E finché respiro

canterà alto il mio cuore di merlo


Sono la lingua che non mi hai insegnato 

Parole segrete come cuore sacro


Hanno saputo trovarmi lo stesso



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