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  • Laura Rositani

Niente è permanente, nemmeno l’illusione che tutto sia finito.



La prima domanda che vorrei farti riguarda il concetto di maternità che ritorna nei

tuoi lavori e nelle tue parole come materia di indagine. Ci sono teorie controverse

rispetto a cosa significhi essere madre oggi: le teorie eco femministe sostengono

che il sistema patriarcale e capitalista sfrutti il corpo femminile attraverso la

riproduzione forzata e che rendano la maternità un lavoro non retribuito che

perpetua la subordinazione femminile, relegando le donne alla sfera privata senza

alcuna autonomia. Acquista rilevanza il tema del rapporto tra il dominio della natura

e la subordinazione femminile, in relazione al legame natura-corpo, dove si verifica

una sovrapposizione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il potenziale

sessuale-procreativo. Cosa ne pensi e in che modo viene raccontato nel tuo lavoro

pittorico?


Più che la maternità, finora in vari dipinti, per esempio Nascere, che ho presentato al

premio Cairo, e poi a Chateau La Coste e adesso a miArt con Cassina Projects, sto

affrontando specificamente il tema della nascita. Sono cresciuta guardando una storia

dell’arte soprattutto Europea, quindi mi sono abituata a vedere ed accettare Madonne

incinte e madonne allattanti. E il parto in tutto questo? Quali opere d'arte posso nominare,

che siano immagini che raffigurano il travaglio ed il momento in cui si mette al mondo una

creatura? Ho visto qualche opera medievale, e più recentemente—grazie a Dana Schutz e

Miriam Cahn. Ma nell'insieme, di dipinti di parti ne ho visti pochi.

In questo momento io non sono madre, ma intorno a me amiche e colleghe le stanno

diventando, o le sono da poco. Per la fase di ricerca del dipinto Nascere, ho parlato con

varie donne che hanno partorito. Ho raccolto le loro testimonianze e scritto le sensazioni

che mi raccontavano —evocavano un dolore così forte che era come se fosse incendiato

il corpo. Di stanchezza, e allo stesso tempo, di una forza interiore così potente che si

sentivano entrare in trance . Altre mi parlavano di trasformarsi in animali, altre ancora di

sentirsi in unione con il mondo intero e di partecipare a un rito ancestrale. Queste

esperienze mi sembrano materia importantissima per contribuire alla rappresentazione

del corpo femminile. In quanto pittrice penso sia interessante esplorare i colori, il tema, la

composizione che può nascere da quest’insieme di sensazioni.



In riferimento al tuo processo pittorico hai menzionato un’idea precisa di tempo

lento, in qualche modo rallentato. Mi ha fatto pensare all’idea di cura e di potere

curativo, quasi spirituale, come se la realizzazione attraverso la pittura non fosse

solo gestuale ma rituale, ripetitivo come un mantra. L’idea di cura e guarigione sono

estremamente legate ad un universo di saperi appartenenti alle donne che sono

state tacciate di stregoneria. In che modo ti rapporti al concetto di cura e al

processo che ti porta a realizzare i tuoi lavori?


Nello stesso modo in cui un'immagine ci può fare stare male, tutti e tutte possiamo

sentire che certe immagini ci restituiscono pace e serenità. Nei miei ultimi dipinti certi

quadri fanno riferimento molto diretto all'idea di guarigione, ce ne sono addirittura due

che si intitolano "Guarire (pittura)" e "Guarire II". Carol Rama diceva che dipingeva per

guarirsi. Mi ha ispirata ad ammettere apertamente che anche io la penso così. C'è stato

un momento quando ero studentessa intorno al 2010, alla Central Saint Martin's School a

Londra, in cui parlare dell'aspetto curativo dell'arte faceva ridere tutti, non era cool.

Nella mia ricerca passo ore e ore a giocare con colori e materie. Certi colori provocano

sensazioni di sollievo e vitalità. Mettere un rosso accanto a un giallo, aggiungere unostrato di bianco leggero intorno al disegno di una mano blu prussia... è tutto un gioco di

equilibri dove lo standard è altamente personale, e quindi le regole le reinvento. I coloristi

che più mi hanno affascinata sono Pierre Bonnard e Mark Rothko. Stando di fronte a certi

dipinto di Bonnard provo sollievo e amore per il mondo. La mostra di Rothko a Fondation

Louis Vuitton è stata terribilmente angosciante, eppure ci sono tornata due volte. Ma

sorpassato l'impatto di tristezza e pesantezza di certi quadri di Rothko, mi sono sentita

“espandere”. Non saprei spiegarlo molto bene in parole …

I colori primari sono molto importanti per me, il rosso mi sveglia, il giallo in qualche modo

lo interpreto come luce ed energia, quasi solare. Ho intitolato uno degli ultimi quadri

“Luce, Sangue, Stelle” per i colori e per l’energia che mi trasmette la pittura. Energia

vitale.



I tuoi lavori sono abitati da figure ibride, corpi femminili, piante, o anche solo

elementi del corpo isolati. Chi sono queste figure e da dove vengono?


Ho tante teorie…ma non saprei esattamente chi sono questi personaggi, spiriti, piante…

partono da me ma appartengono a tutti e tutte noi. Prima di dipingere e disegnare, cerco

di meditare e/o fare sport, e scrivo tre pagine di scrittura automatica senza censurarmi.

Come per svuotare la mente. Ci metto almeno un paio di ore ad arrivare allo stato che

cerco, ormai fa parte della pratica artistica come preparare le palette o lavare i pennelli.

Quando ci arrivo non sto più pensando in parole o in pensieri coerenti. Le immagini che

arrivano hanno quindi la loro propria logica e arrivano come vogliono loro. Questo stato

non dura molto e appena mi rendo conto che sto pensando in frasi oppure sto esitando

troppo prima di fare un tratto, smetto di lavorare. E lì mi diverto a chiedermi cosa

potrebbero rappresentare queste immagini. Sono simboli personali? Sono investiti con un

loro significato per me misterioso. Un momento importante è la scelta del titolo, che

aiuterà lo spettatore/spettatrice ad interpretare quello che vedono, dandogli una pista

narrativa o un contesto meno astratto.

Da anni, c’è un personaggio di una donna nuda calva con gli occhi chiusi che si distende

che si ripete in vari dipinti. Potrebbe essere un alter ego o un autoritratto in forma quasi-

umana. Un contenitore della mia essenza.



Mi sono imbattuta in un tuo riferimento al concetto di rovine. Attraverso una visione

femminista, il concetto di rovine non è solo connesso ad una rappresentazione

maschile di un impero decaduto. Le rovine potrebbero essere riesaminate per

comprendere spazi tradizionalmente associati al lavoro femminile, alla vitadomestica e alle pratiche culturali. Studiando le rovine da questa prospettiva,

possiamo tentare di recuperare le storie perdute di donne che hanno contribuito a

queste società. Inoltre, secondo le teorie del Posthumanesimo, le rovine diventano

potenti simboli dell'impermanenza umana e della possibilità di convivenza con altre

forme di vita al di là dell'umano, criticando l'eccezionalismo umano. Secondo

questo modo di vedere, la rovina non significa la fine, ma una fioritura di

potenzialità. Come ti posizioni rispetto a questo?


Da ventenne ero così depressa mentre studiavo testi femministi perché mi rendevo conto

dell'esclusione sistematica delle donne nella società. Mi faceva disperare la realtà che mi

veniva raccontata. Mi chiedevo spesso in che stato si sarebbe trovato il mondo oggi se la

società fosse stata più giusta e questo mondo parallelo mi riempiva di rabbia e tristezza.

Ma se non si trova speranza nelle rovine si rischia di cadere in un'attitudine di

vittimizzazione e di autodistruzione.

NLWG è nato da un rifiuto dell'atto di seppellire un corpo deceduto in una bara. Nel

dipinto si vedono parti di corpo sminuzzate e seppellite . Dai diversi pezzi–piede, mano,

cuore–nascono piante. È un’allusione ai cicli di vita. Ed ad accettare che nel lutto ci si può

connettere ancora più intensamente ad apprezzare la vita. Niente è permanente ,

nemmeno l’illusione che tutto sia finito . Tutto cambia, cresce e prende forme inaspettate.

Tu menzioni idee teorie di postumanesimo. Io penso a certe meditazioni che insegnano

ad affrontare, accogliere ciò che è fragile, vulnerabile e “rovinato”, per trasformarlo in

qualcosa che non sia un rifiuto ma una parte integrata in noi. Il shadow side come lo

chiamava Carl Gustav Jung.



Foto di Greta Futura

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