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  • Giovanna Tellan

Intrerlube (ep.1) - Voci femminili che cantano più forte



Questa rubrica è dedicata alle voci femminili che si stanno facendo sentire, cercando di farsi largo tra i colossi musicali mainstream per mostrare nuove vie d’interpretazione della musica. Con ciò non significa che non verranno prese in considerazione anche artiste più conosciute; comunque oggi iniziamo con Arlo Parks (pseudonimo di Anaïs Marinho). 

L’inedita corrente britannica sta portando in cima, non delle classifiche ma dell’autenticità, musiciste che si stanno rivelando di anno in anno più complete e ispirate. La prima protagonista è infatti di origine londinese, del 2000, si è da subito distinta per il suo calibrato uso delle parole. Calibrato non nel senso di impostazione anzi, è proprio prendendosi svariate licenze poetiche che i suoi testi prendono una forma ben distinta e riconoscibile. 


Le relazioni, non esclusivamente amorose, sono di certo il suo tema preferito e in realtà ogni suo brano può essere liberamente interpretato a seconda della situazione personale che si sta vivendo, aiutando a confrontarci, a comprenderci e chiaccherare in maniera spontanea con noi stessi. Arlo Parks è l’amica sincera ma empatica, che prova a immedesimarsi nei tuoi stati d’animo e che ti offre una spalla sulla quale puoi trovare conforto. Quando la si ascolta si viene letteralmente travolti da sensazioni che non credevamo nemmeno plausibili in quel determinato momento ma che, proprio per questo, fanno riflettere sulla vulnerabilità, istintività, solitudine e libertà della condizione umana.

Nel suo ultimo progetto My Soft Machine ritroviamo tutto ciò; è stato rilasciato a fine maggio del 2023 dall’etichetta discografica Transgressive Records, nota per sostenere e rischiare su quelle voci outsider volendo comunque competere a livello mainstream. L’album infatti lo potremmo far rientrare nel genere dell’indie-pop, wave nata verso gli anni ’80 che trova la sua patria proprio nel Regno Unito. Combinando l’indie rock e la musica popolare, ormai da qualche anno viene particolarmente apprezzata per la sua poeticità testuale e per l’attenzione alle melodie e agli arrangiamenti utilizzati. Grazie ad autrici della nuova generazione come Parks il movimento continua a sopravvivere e a reinterpretarsi nei modi più alternativi. Per quanto riguarda gli aspetti un po’ più tecnici, è appurato che il connubio cantante-produttore sia fondamentale al fine di ricreare l’atmosfera desiderata e in questo album ha deciso di collaborare, per molte tracce, con Paul Epworth, conosciuto per aver lavorato con artisti come Paul McCarthy, FKA Twigs e Lana Del Rey e per comporre un sound misurato, volto a enfatizzare le parole. Altri a cui si devono i riconoscimenti per aver creato l’insieme organico di My Soft Machine sono Ariel Rechtshaid, Buddy Ross e Romil Hemnani, tutti accomunati per aver contribuito a proposte ricercate e d’impatto come quelle di Charli XCX, delle HAIM, di Frank Ocean e dei Bon Iver. 


Di quest’autrice, la percezione del mondo e delle esperienze che possono accomunare diverse anime, sono state anche racchiuse nella complementare raccolta di poesie e fotografie The Magic Border che, come afferma lei stessa, “esplora l’esperienza queer, l’oscurità, il dolore, il trauma e l’amore”. 

In realtà tutto il suo percorso si sta rivelando omogeneo e coerente, a partire dal primo album (del quale ricordo amore al primo ascolto) Collapsed In Sunbeams. In un press release racconta a New Musical Express che si tratta di “una serie di vignette e ritratti intimi che circondano la sua adolescenza e chi l’ha plasmata. È improntato sullo storytelling e sulla nostalgia. Voglio che si percepisca sia l’universalità sia la specificità del progetto”.


Foto di Clare Gillen

Parla di insicurezze, scoperta e accettazione del sé e sono sempre stata un po’ incerta sulle parole da utilizzare per descrivere questo album perché, nonostante gli innumerevoli ascolti, provo dei mixed feelings che mi toccano veramente nel profondo; l’analisi quindi risulterebbe poco oggettiva e forse anche poco ragionata e razionale, ma trovo che sia proprio questo il bello: lasciarsi andare, sentirsi liberi di farlo, farsi guidare dalle emozioni e condividerle. Incomincio allora dalla title track, una poesia ispirata da un componimento di Gary Snyder che profuma di giornata di primavera passata al parco, dove le tensioni vengono rilasciate e stai bevendo una birra con i tuoi amici. Accompagnata da una chitarra che sembra quasi impalpabile, la sua voce accarezza il testo e ci mette in quella condizione di immedesimazione che sembra quasi strano non voler condividere. Mi sono ritrovata parecchie volte in una scena del genere e il risultato è stato un confronto di esperienze e, di conseguenza, il consolidamento di un rapporto personale. Pensare che tutto questo derivi da una canzone mi fa anche riflettere sul significato della musica: se da un solo brano nascono delle interazioni di questo genere, il suo peso antropologico e sociale non può che non essere considerato parte fondamentale della quotidianità. La cosa che ancora più me lo dimostra è che moltissimi artisti emergenti stanno cercando di recuperare questo aspetto più emotivo nella composizione, sia testuale che a livello produttivo, ed essendo per la maggior parte coetanei, l’empatia cresce. 



Pitchfork (ormai totalmente acquisito da GQ, vedremo che succederà…), testata famosa per le sue review e per l’anticipazione di trend musicali, quando scrive di Collapsed In Sunbeams spende due parole, che condivido in pieno, anche per due brani contenuti nel disco usciti però prima come singoli intitolati Eugene e Green eyes. L’ articolo spiega come il primo dei due “aggiunga uno strato di complessità e sofferenza a un soggetto tradizionalmente pop: il personaggio della sua canzone si innamora di una ragazza etero, una difficile variazione su un amore non corrisposto dove la reciprocità è praticamente impossibile”. Per il secondo, “l’amore è corrisposto, ma finisce dopo due mesi per la paura di attacchi omofobici”. Vediamo come entrambi i contesti siano particolarmente veritieri e attuali; succede molto spesso che nei suoi testi ci siano dei protagonisti, quasi sempre femminili, nei quali possiamo immedesimarci e vivere quello che loro provano, punto essenziale per comprendere e valorizzare la sua poetica. Non è facile essere una ragazza di colore e dalle tendenze queer in questa epoca storica e, allo stesso tempo, assurdo pensare che ancora ci siano delle chiusure e restrizioni mentali tali da inculcare nell’ideologia dei più questo pensiero. 


Per quanto la sua voce possa accarezzare, non si può definire fragile; al contrario è più come un soffio delicato e dolce, riflesso di emozioni che risuonano in maniera profonda nell’essere per creare un’intensa sinergia tra noi stessi, ciò che ascoltiamo e il resto ed è questo il vero magnetismo e valore aggiunto di quest’artista. 


Concludo con dei consigli con link annessi, riprendendo l’idea dai ragazzi di Deerwaves:  

Brani migliori: Eugene, Devotion, Room (red wings)

Da ascoltare se ti piace: Phoebe Bridgers, HAIM, Wolf Alice 



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