Vergogna: politiche e futuro del movimento femminista

Articolo a cura di Marta Maria Nicolazzi, Illustrazione di Alice Arcangeli

La vergogna è un'emozione che non siamo in grado di comprendere fino in fondo, un’emozione con cui è davvero complesso riconciliarsi perché ci è stato ripetutamente imposto di accettarla, e a volte persino di sottomettercisi. Quest’emozione si scatena quando una persona non è all'altezza di norme ed aspettative sociali costruite attorno a precise nozioni di rispettabilità. Sulla nostra pelle di donne la vergogna è qualcosa di pervasivo in qualsiasi area della nostra esistenza lavorativa, casalinga, relazionale, psicologica e fisica. C’è chi dice che la vergogna è endemica nell’esperienza quotidiana dell'essere donna. Essendo quindi parte costitutiva delle disuguaglianze di genere intersezionali in contesti capitalisti e neoliberisti, non è forse un caso che vergogna sia un sostantivo femminile singolare. In questo contesto, non ci sorprende che il femminismo accademico abbia prestato una particolare attenzione al modo in cui le varie femminilità sono legate al provare vergogna e a come l’idealizzazione di una “femminilità rispettabile” serva a controllare l’etero-normatività, regolamentare la sessualità, disciplinare e punire i corpi delle donne all’interno della soggettivazione del binarismo di genere. 

I risultati di queste ricerche svelano inequivocabili nessi tra il senso di vergogna, le esperienze fisiche vissute e l'immagine che una donna ha di sé. In poche parole, gli imperativi sociali e i canoni culturali di “bellezza” hanno plasmato le esperienze della vita delle donne costituendo una vera e propria forma di oppressione delle identità, minate da un acuto senso di vergogna rispetto al proprio corpo, che spesso sfocia in problemi alimentari e autolesionismo. È inoltre comprovato che la vergogna viene adoperata anche in campo ormonale e biologico per limitare e sorvegliare la sessualità femminile. A questo proposito alcune ricerche incentrate sull’eterosessualità e la sessualità di giovani donne, illuminano i modi complessi in cui la dicotomia “puttana/ santa vergine” opera per mezzo della vergogna come meccanismo di controllo della loro attività sessuale. Per dare un esempio tangibile, studi hanno dimostrato che nei licei il senso di vergogna di genere viene utilizzato nei confronti degli alunni come elemento di sorveglianza della loro sessualità. Un altro esempio molto comune riguarda il rimorchio: quante volte un uomo che ha avuto molti partner è stato stimato e apprezzato per questo, mentre alle donne viene insegnato di vergognarsi di tutte le loro relazioni occasionali? 

La vergogna in campo sessuale continua ad essere usata come arma letale nei confronti delle donne, soprattutto se si al modo in cui si continuano ad inquadrare le narrazioni di aggressioni, abusi e stupri. Concentrandosi sulla stigmatizzazione dello stupro e sui costrutti culturali riguardanti l’intersecazione di ​​genere, sessualità e crimini sessuali, ricerche effettuate nel contesto della violenza di genere hanno analizzato come la vergogna abbia la precisa funzione di zittire i survivors. Molti risultati testimoniano che oggi la narrazione usata per parlare di aggressioni e abusi definisce spesso la donna come responsabile della propria protezione e quindi soggetto da incolpare in caso di violenza. È anche ampiamente condiviso il fatto che queste narrazioni, vedendo i survivors come responsabili del proprio destino, stanno inibendo le pratiche di denuncia. In fine, è stato anche rilevato che questo circolo vizioso di victim-blaming è un ostacolo alle conversazioni più progressiste nei confronti di sesso e consenso.

Studiose femministe nei campi della sociologia e della psicologia hanno enfatizzato la costruzione del corpo femminile fertile come “un mostro” che richiede regolamentazione e controllo nelle società patriarcali. Pensiamo solo a come le mestruazioni ed i peli siano ancora ampiamente percepiti come sporchi e disgustosi, nonostante gli sforzi delle nostre antenate della seconda ondata. Inoltre, ricerche sulla maternità dimostrano come i sensi di colpa e vergogna derivati dalla costruzione ideologica di “madre rispettabile” funzionano come strumento di sorveglianza e disciplina per le donne durante la gravidanza, il parto e tutta la genitorialità. Due esempi lampanti di ciò possono essere: la maternità da single viene spesso concepita come “un’identità fallita”, e l'allattamento al seno in pubblico è ancora un gigantesco tabù. Ma poi anche le madri stesse spesso fanno body e slut shaming nei confronti delle loro figlie –come il film “Voglio una vita a forma di me (Dumplin')” con Jennifer Aniston e Danielle MacDonald ci insegna- ed il ciclo continua…

Gran parte della letteratura esistente si è quindi concentrata sugli aspetti negativi e distruttivi della vergogna anche perché, essendo strettamente legata alle disuguaglianze sociali, la vergogna riflette, rafforza e legittima le ingiustizie sociali. Inoltre, è giusto sottolineare come il mondo online offra nuovi e più ampi spazi per il dispiegamento della vergogna (cyberbullismo, revenge porn e sexting- per citarne alcuni). Ciononostante, nel campo della pedagogia femminista c'è un filone di ricerca delle rappresentazioni culturali della vergogna che sostiene che quest’ultima abbia un valore positivo nei progetti di giustizia sociale. La vergogna è vista come una potente risorsa per la critica sociale poiché non è presente solo quando la si subisce, ma anche nel prendere coscienza della propria complicità nel provarla. In questo modo, la vergogna diventa un esercizio di etica e sensibilizzazione poiché il soggetto è sia testimone che vittima di “pratiche vergognose”. 

Scrivere di vergogna è forse l’esercizio etico più arduo che io abbia mai fatto. Nonostante sia una femminista convinta e orgogliosa, posso dire inequivocabilmente che io stessa continuo a lavorare sull’interiorizzazione delle norme di rispettabilità imposte dalla nostra società che spesso mi portano a perpetuare tossici meccanismi di vergogna nei confronti di me stessa e di terzi. Body e slut shaming, escludere gli uomini o le donne trans dal movimento, invalidare le esperienze altrui o mettere in discussione l’identificazione di chiunque con la causa: questi sono solo alcuni dei modi in cui, più o meno consciamente, noi femministe spesso riproduciamo “pratiche vergognose”. Questo perché c’è il pericolo di incappare nel riprodurre certi meccanismi mentre prendere le distanze dalla vergogna e riconoscere la propria responsabilità è estremamente complesso. Ma è proprio così: è solo riconoscendo la vergogna come strumento del patriarcato, interrogandoci sugli effetti socio-politici della vergogna e soprattutto condividendo le nostre esperienze quotidiane di vergona, che quest’ultima diventa uno strumento produttivo per il nostro progetto politico per l’uguaglianza. Racconti e storie di vergogna ci permettono di sviluppare una nozione più ampia del quotidiano, di ciò che è personale e di ciò che è sociale, perché i processi di vergona sono personali e politici, perché “il personale è politico”. Queste sono le politiche femministe della vergogna.

Questo articolo è stato fortemente inspirato da: Tamara Shefer; Sally, R. Munt (2019) A feminist politics of shame: Shame and its contested possibilities 

© 2021 Design by Chiara Cognigni