La vergogna è donna

Articolo a cura di Elisa Etrari, Illustrazione di Alice Arcangeli

Nell’era dell’internet la vergogna è diventata un sentimento comune, o sotto certi punti di vista un’arma da usare contro influencers, celebrità politiche e non, e perfino noi gente mortale. La vergogna può spingerti a condividere delle informazioni su un problema di cui ti dovrebbe importare di più, ti può portare a pentirti di un contenuto che hai postato, o ti puoi vergognare di un post razzista su facebook di 15 anni fa’ che salta alla ribalta per rovinarti la reputazione. Che sia “cancel culture” o prendersi le proprie responsabilità, il mondo online ci ha dato un nuovo campo per vergognarci e far vergognare altre persone per le cose che facciamo, le cose che non facciamo, e le cose che facciamo finta di fare. Ma la vergogna online è la stessa per le donne? Anzi, meglio: la vergogna è diversa tra uomini e donne?

 

Partiamo dalle nozioni generali: il senso di vergogna esiste solo se altre persone colgono l’offesa che hai commesso. Il senso di vergogna è quindi una esperienza comunitaria, che esiste in collegamento ad altre persone, e che cessa di esistere quando non ci sono altre persone, o meglio diventa senso di colpa. Tutte le persone hanno la facoltà di sentire sia senso di colpa che di vergogna, che non sono connesse all’identità di genere o sessuale. Come esseri umani abbiamo dei copioni morali che dobbiamo seguire: essere una brava persona, non rubare, dire grazie, e via dicendo. Ma le persone che si identificano come donne hanno una molteplicità di copioni da mettere in scena: quello della maternità, della sessualità, del corpo e della bellezza, della obbedienza, del pudore, e la lista continua. Naturalmente anche le persone che si identificano come uomini hanno dei copioni da seguire: una mascolinità monolitica e rigida, la ricerca di potere, il dominio attraverso la violenza, e via dicendo.

 

Ciò nonostante, la differenza è la cultura della vergogna che sommerge le persone che non seguono questi copioni, ed è una differenza dettata dal genere. La cultura di umiliazione per le donne è parte di come le donne provano vergogna, mentre per gli uomini è una vergogna diversa. Non la pensi così? Allora provo a spiegarti meglio. Le donne crescono sentendo insulti femminizzati che gli uomini si dicono l’un l’altro. “piangi come una femminuccia”, “sei proprio una fighetta”, “corri come una ragazza”, e non inizio neanche su puttana, figlio di puttana e simili. I termini citati non nascono con connotazione negativa, ma hanno subito un processo di peggioramento, trasformando un aggettivo femminile in un insulto non per donne ma per uomini. Col passare degli anni poi, termini femminili o che indicano femminilità (potremmo includere anche “sei proprio un senzapalle”) hanno assunto il significato di un uomo che è debole e patetico, proprio come una donna. Immagina crescere in una cultura dove semplicemente essere donna, o essere femminile, è un termine derogatorio. Gli uomini non sono puntualmente insultati perché sono uomini, ma perché assomigliano alle donne. In pratica, se vuoi insultare un uomo, dagli della donna. 

 

Questo sistema di pensiero crea una sorta di vergogna di sottofondo, una vergogna che esiste sempre per la donna, anche se agisce come la società si aspetta. Non c’è un luogo fisico lontano da questa cultura della vergogna, e non ci sono spazi sicuri per donne che vogliono esistere e creare i propri copioni. La cultura pervasiva di umiliazione in cui viviamo può far tacere le donne e il loro potere sociale, e fargli evitare spazi pubblici, combattere per i proprio ideali, e via dicendo. Questo sistema di vergogna crea degli stigma che possono durare per tutta una vita e possono cambiare il modo in cui una donna vive la propria vita. 

 

Dall’altro lato è vero che anche gli uomini provano un senso di vergogna, ma questo è spesso connesso alla vulnerabilità: evitare il pianto, non chiedere amore, aborrire forme di affetto o di sconforto. Questo comportamento spinge l’uomo a cercare controllo e potere, che può riabilitarlo negli occhi dei suoi pari. In un certo senso, un uomo può essere spinto a provare vergogna, ma quando si “comporta da uomo” può riparare i suoi problemi ed andare avanti. La cultura della vergogna per le donne è invece un’onta a cui non si può riparare, un’offesa che non può essere “risolta”. Prendiamo il paradosso della bellezza: ad una donna che non cura il suo aspetto fisico può venire fatta provare vergogna perché non è abbastanza femminile, ordinata, presentabile, è troppo maleducata o non adatta per il luogo di lavoro. Ma quando una donna decide di comportarsi come “dovrebbe”, quindi prendendosi cura del proprio aspetto fisico truccandosi, facendosi le unghie ed i capelli, vestendosi bene, può essere fatta vergognare perché superficiale e vanesia. In questi termini, non esiste una possibile riabilitazione per la donna “svergognata”, visto che il copione che deve seguire non prevede cambi sostanziali o deroghe.

 

Diverse ricerche mostrano che la differenza nel provare vergogna corrisponde a differenze nella socializzazione in base al genere. Le donne tendono ad avere più paura della vergogna, dato che la reazione avversa che scatenano quando si sopravvalutano è molto più grande di quella che provocano gli uomini. Infatti, come società ci aspettiamo che gli uomini siano arroganti e sicuri di sé, mentre le donne con lo stesso comportamento sono spesso viste in cattiva luce. L’effetto negativo dell’evitare questo sentimento di vergogna è che le donne si tirano indietro da competizioni, negoziare i salari e i propri lavori. In situazioni più delicate, come quelle delle ragazze dai 13 ai 16 anni, la vergogna e cercare di evitarla portano a comportamenti auto-lesionisti, insieme ad anoressia e bulimia. Mentre ai ragazzi viene insegnato come esternalizzare la propria rabbia, spesso attraverso la violenza, ancora una volta alle ragazze viene chiesto di seguire il copione di bambine educate che si prendono cura degli altri, e non sapendo come esternalizzare la rabbia spesso la rivolgono verso sé stesse. Questi comportamenti di auto-punizione fisica tra ragazze sono aumentati del 68% negli ultimi tre anni, tre volte tanto l’aumento dei loro coetanei maschi.

 

Quindi, le donne tendono ad attenuare i loro comportamenti, ad evitare di agire come i loro simili al maschile (talvolta sfociando nell’autolesionismo), tutto questo per vivere una vita senza vergogna. La vergogna non attira la compassione o l’attenzione che merita, principalmente perché spesso non capiamo che la colpa non è della persona che prova vergogna, ma della società che la circonda. Ma quando diciamo ad una donna che, qualsiasi cosa succeda, la colpa è sua, facciamo un passo indietro. Non capiamo che cosa voglia dire e cosa implichi la vergogna, e carichiamo le donne con il peso di fallimenti che non sono quasi mai loro.