Perché non riusciamo a smettere di dire puttana?

 

Articolo a cura di Anna Zucca, Illustrazione di Alice Arcangeli

 
 

Come quando per gioco ripeti velocemente una parola e le sillabe si appiccicano l’un l’altra e quello che ne esce non ha più la forma iniziale ma è una massa nuova, impossibile da afferrare eppure piantata in testa. Così ripetendo all’infinito puttana, senza rendercene conto, teniamo viva una una filastrocca, un’arma che ferisce, una parola con tutta la sua eredità sessista, violenta, patriarcale. Così involontariamente normale. 

La lingua è uno dei primi strumenti attraverso cui apprendiamo la costruzione del mondo, con i suoi simboli e significati capiamo cos’è male e cos’è giusto, le forme della società e le sfumature della morale. Tanto che se non sappiamo dare un nome a qualcosa, è quasi come non esistesse, se abbiamo invece le parole per dirlo, per immaginarlo, allora il pensiero si espande, si plasma, dà identità. Negli anni, gli studi di linguistica si sono avvicinati sempre più alla tesi di una profonda corrispondenza tra significante e significato, mettendo in luce come il linguaggio nasca dagli usi e costumi della società e, viceversa, le parole plasmino la cultura. Negli Anni 70 il femminismo americano è stato il primo a indagare il sessismo annidato nella lingua attraverso i termini che si usano per parlare delle donne come, ad esempio, gli strumenti verbali punitivi: quel puttana usato per etichettare le donne che trasgrediscono la norma, non necessariamente da un punto di vista sessuale, ma sempre ricondotto ad esso. Appare perciò chiaro il legame tra discriminazioni culturali e discriminazioni semantiche, poiché una cultura non patriarcale non avrebbe necessità di esprimersi attraverso parole sessiste.

Secondo l’Urban Dictionary di Aaron Peckham (2005) vocaboli come puttana e i suoi derivati zoccola, troia ecc. rientrano nella categoria degli hate words: “Sono termini odiosi che provocano dolore perché sono dispregiativi per natura. Sono le parole peggiori che si possano usare, soprattutto se si appartiene a un gruppo che esercita il potere su un altro perché costituisce una minoranza o perché ha alle spalle una lunga storia di discriminazione.”. È significativo che si parli di ruoli di potere, a ribadire che il linguaggio sessista è uno strumento di controllo sulla donna, esercitato storicamente sulle sue abitudini sessuali, caratteriali, quotidiane, lavorative, famigliari. Ma le abitudini cambiano, la donna si evolve nella società, il suo ruolo imposto si stravolge, si fa largo la libertà di scelta, la parità di genere, le concrete possibilità di potersi esprimere e realizzare. E se la società cambia, perché il linguaggio rimane ancorato a una struttura sessista e anacronistica?

La lingua è un essere vivente che nei secoli, ma anche in tempi molto più brevi, cambia pelle, si nutre s’ingrossa e poi rimpicciolisce espellendo il desueto, assume le sembianze dei concetti che metabolizza, rivoluziona la sua fisionomia seguendo gli assestamenti della società. Basti pensare a tutte le parole arcaiche cadute in disuso e agli inglesismi che diventano immediatamente d’uso comune. Esistono però sacche di resistenza della lingua, ovvero termini che pur corretti facciamo fatica a integrare nel vocabolario d’uso, in buona parte perché non specchiano appieno la società. Parole come sindaco/sindaca/sindachessa e tutte quelle professioni che declinate al femminile “suonano male” solo perché il nostro orecchio non è abituato a sentirle. Allo stesso modo fatichiamo ad abbandonare termini come puttana, nonostante il significato sia contrario a un sentire ormai più comune, raggiunto grazie a decenni di progressi verso la parità di genere.

Del sessismo insito nella lingua italiana se ne è occupata in modo avanguardistico Alma Sabatini con Il sessismo nella lingua italiana, libro del 1987 frutto della Commissione nazionale per le pari opportunità che ha condotto un'indagine sulla stampa italiana (periodo 1° novembre-15 dicembre 1984) evidenziando alcuni dei principali aspetti del sessismo linguistico. “Attraverso uno studio documentato del linguaggio d'uso, la ricerca mostra come l'universo linguistico sia organizzato intorno all'uomo, mentre le donne continuano ad essere presentate con immagini standard e riduttive, che non corrispondono più alla realtà di una società in divenire” spiega nella presentazione Marinucci. L’androcentrismo della lingua non è solo una questione di vocaboli ma arriva direttamente dalle radici grammaticali. Quando si ha una serie di nomi al femminile e maschile, anche quando c’è prevalenza del femminile, la concordanza viene fatta sempre al maschile. Quando ci si riferisce a un gruppo di persone sotto ai 25 anni come i giovani, i ragazzi, gli adolescenti si utilizza il maschile pur trattandosi di un insieme che comprende anche soggetti femminili. Questa pratica è individuata da Sabatini come “la falsa «neutralità» del maschile, che spaccia per umano ciò che è solo dell’«uomo»”. Attraverso queste espressioni si va così a identificare il maschile come normalità mentre il femminile, che deve essere esplicitato con una specifica, risulta qualcosa di diverso dalla norma.

Questa logica si ripete: per tradurre dal maschile al femminile vocaboli come magistrato, ministro, questore, cantante, si aggiunge il modificatore donna anteposto o posposto al nome base, ovvero un titolo al maschile. “Queste forme sono dissimmetriche: non c ’è un caso in cui uomo sia anteposto o posposto al titolo al femminile — uomo balia, uomo casalinga non esistono — e segnalano chiaramente che quei titoli sono del maschio”. Rispondendo quindi al dibattito piuttosto acceso sui media italiani a proposito della frase sanremese “Direttrice d’orchestra? No, chiamatemi direttore” pronunciata da Beatrice Venezi: “Il desiderio, non sempre conscio di dar risalto al diverso livello della carica, è forse spesso il motivo che induce molte donne nei gradi più alti a preferire il titolo maschile” tuttavia questa scelta conferma che il genere maschie “è il più autentico detentore di prestigio e potere e che la donna, se vuole salire di grado, ad esso si deve adeguare. Questa scelta fa trasparire anche una connotazione classista.”.

Questo è uno dei casi in cui l’intreccio tra forma linguistica e sociale si specchia alla perfezione e la ricerca ne svela moltissimi altri, alcuni ormai quasi superati dal linguaggio attuale, come la distinzione tra signora e signorina, mentre per l’uomo esiste solo signore. Quante volte ancora oggi leggiamo nei titoli di giornale la moglie di, la fidanzata di e quante altre volte invece capita il contrario? La logica dell’uso mette in risalto come la donna sia identificata con un ruolo secondario, di cura, aiuto alla famiglia, soddisfazione dei bisogni. Raramente attiva e protagonista. Allo stesso modo ci sono poi aggettivi usati tipicamente per parlare di donne voluttuosa, fragile, frivola, sensuale, carina, fino a ragazza seria, tutti aggettivi che confinano il carattere e le qualità di una donna alla sfera sessuale e a un giudizio sul corpo, meccanismo in cui gli aggettivi maschili non rientrano.

A proposito di asimmetrie, non esiste un termine maschile che sia il corrispettivo di puttana. Sabatini fa notare che “all'uomo si rivolge in maniera ingiuriosa l'epiteto «puttana» al femminile, ma solo in senso metaforico, intendendo colui che vende il suo cervello, i suoi ideali” ed è uno dei pochissimi casi in cui per un uomo si usa un termine femminile. Un esempio che va a nutrire la ristretta cerchia di epiteti con questa declinazione, in cui ad esempio può rientrare anche fighetta, “perché tali ruoli sono stereotipi femminili; se un uomo riveste questi ruoli è altrettanto marginale ed eccezionale quanto la donna che riveste il ruolo di ministro o di magistrato.”. 

E se oggi tutti ancora dicono puttana, qualcuno lo pronuncia enfatizzandone la radice patriarcale, il significato violento, altri ne ricavano un messaggio decostruito. Oggi puttana è spesso privato dei suoi connotati sessisti e normalizzato come un insulto qualsiasi. Per il suo sostituirsi e sovrapporsi a epiteti generici come stronza, per il suo essere così comune, non ci si chiede da dove arrivi, quale sia il suo contenuto, nello stesso modo in cui non ci si domanda mai la natura di epiteti come coglione, bastardo, imbecille. D’altro canto, basta un’osservazione poco più attenta per scoprire la nocività di questo automatismo linguistico. Se da un lato puttana si svuota di significanza, dall’altro tiene viva la discriminazione linguistica e culturale da cui è nata. 

Così, se la lingua acquista significati in base al parlante e alla sua cultura, dobbiamo avere una funzione attiva nei confronti delle parole che usiamo, scoprendo il modo degli automatismi di guidare il nostro pensiero, imprimendo un piccolo cambiamento che diventi, via via, sempre più grande. Utilizzare puttana con consapevolezza, se vogliamo, farlo per non ostacolare l’evoluzione di una società più paritaria. Farlo per evitare che le parole sessiste incidano sui processi mentali, sul pensiero, e in modo più pratico sullo sviluppo sociale. E quell’essere vivente che è la lingua capisca di non potersi più nutrire di qualcosa che non riflette il senso comune, una parola vuota, una parola che non esiste più.

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