Vergogna

Dal momento in cui proviamo qualcosa il nostro compito è quello di interrogarci su cosa stiamo provando e il perché. Il nostro obiettivo questa volta è quello di interrogarci e capire il processo che porta alla vergogna, cos’è e perché è qui, con noi, dentro di noi. Se inizio a pensare alle cose che mi hanno fatto provare vergogna il più delle volte non era un qualcosa che sentivo naturalmente, spontaneamente, qualcosa che partiva da me, era piuttosto un sentimento inizializzato da persone esterne a me, qualcosa posto su di me da altri. Nasciamo spogli per poi venire rivestiti di vergogna crescendo. Nessuno di noi nasce provando vergogna, la vergogna è spesso qualcosa che sentiamo a causa di altri/o, a causa della società in cui viviamo, qualcosa su cui dobbiamo lavorare individualmente ma, soprattutto, socialmente. Il “body shaming”, lo “slut shaming” e molte altre forme di vergogna sono probabilmente una risposta alla nostra cultura e società. Tutto ciò viene dall’odio? Non credo. Credo che la maggior parte delle persone non si senta a suo agio nel vedere qualcuno che non ha vergogna, che è libero da pregiudizi e norme sociali, per il semplice fatto che non sono abituati ad assistere a un comportamento del genere, e, spesso, quando ci troviamo a confronto con qualcosa di nuovo, inusuale, la nostra reazione non è di accoglienza ma di rifiuto e paura. Paura di rompere quegli stereotipi su come dovremmo o non dovremmo comportarci o l’aspetto che dovremmo avere in cui viviamo costantemente. Quindi come ci liberiamo dalla vergogna? Non sono decisamente qualificata a sapere ciò ma penso che a fine di rivalutare la vergogna dovremmo cambiare le dinamiche di potere che ci portano a provare questo sentimento.

Lettera dall'Editor

Di dove sei veramente?

La parola “integrato” è una delle parole più abusate in riferimento alle persone nate da genitori non bianchi e italiani di sangue in Italia, che sia dalla stampa, che sia nella retorica politica. Si parla di integrazione per la donna di 40 anni che decide di lasciare il suo paese d’origine per cominciare una nuova vita in una società che poco conosce e si parla di integrazione per il ragazzo di 17 anni, nato e cresciuto in Italia, che forse la terra della madre non l’ha mai vista, come se un italiano avesse bisogno di far propria una cultura che è già sua. Talvolta, il “grado di integrazione” diventa il metro in base al quale il valore delle persone – alcune persone – viene misurato: tanto più alto quanto più ci si avvicina all’italiano bianco e onestissimo cristiano e quanto più ci si allontana da tutti quegli stereotipi che dovrebbero definire la figura dell’ “africano”. Perché si sa, l’africano è un prototipo, ben definito e ben inquadrato, e l’Africa quel luogo che raccoglie una massa indistinta di persone, senza individualità, quasi fossero un concetto. Certo, potreste replicare che esistono effettivamente elementi culturali che caratterizzano e accomunano gruppi di persone in base alla loro vicinanza geografica e storica, ma stranamente questi tipi di osservazione, questa tendenza ad universalizzare i soggetti, sono sempre unilaterali ed i riferimenti che sottintendono quasi mai culturali, se non quelli esasperati nei luoghi comuni. Quante volte mi sono sentita dire “non sembri africana" “sei bianca dentro" "non sei come gli altri neri" come fossero complimenti? Quante volte vi hanno detto "non sembri bianco” nel corso della vostra vita? Il punto di riferimento è unico e l’unità di misura del buono rimane quello occidentale. L’africano è il clandestino venuto con la barca, è l’immigrato che non parla italiano, è il signore che vende il cocco in spiaggia vestito con il suo abito tradizionale, è lo stupratore di cui hanno parlato i giornali, è la bambina povera che muore di fame e che ha bisogno del tuo aiuto che hai visto in televisione. Tutto quello che esce da questi preconcetti è l’eccezione. Io sono sempre stata l’eccezione. Ricordo come, quando me lo dicevano da piccola, mi sentivo effettivamente eccezionale. Apprezzavo l’idea di non essere ciò che sono, o meglio il fatto di non incarnare il concetto negativo di ciò che sono. Venivo (e vengo) chiamata “di colore” perché “dire nero mi sembra sempre brutto” perché “mi hanno sempre detto che è offensivo”. Che cosa c’è di offensivo nell’essere neri? Sono quelle cose che, con il tempo, ti portano a vergognarti di tutto ciò che ti lega alle tue origini e rincorrere ciò che ti viene insegnato debba essere il “vero” italiano. Eppure sai che quell’italiano vero non lo diventerai mai davvero, se non per gentile concessione di pochi, ma sempre altri. Ti si chiede se ti senti più cittadina del tuo paese d’origine o più italiano, come se la scelta fosse obbligata, come se essere uno ti togliesse un po’ dell’essere l’altro. Ti si chiede di dove sei e dire il nome della città in cui sei cresciuta non basta mai, quindi si incalza: “Sì, ma di dove sei veramente?” È il colore della tua pelle, i tuoi capelli, i tuoi tratti che ti tradiscono, che portano ad assumere che tu non sei italiana, non puoi essere italiana. Crescendo ho perso quella tendenza a voler assecondare la visione che hanno gli altri di me, mettendo in prima linea come mi sento e mi definisco io. Ho smesso di correre. Ho smesso di cercare di raggiungere un modello che non mi corrisponde, che non deve corrispondermi. Ho smesso di nascondere la mia cultura, di mentire sul fatto che io non capisca nulla del mio dialetto d’origine, che io non sappia quasi nulla sul paese in cui sono nata, sperando di essere accolta più facilmente. Ho scelto la via dell’affermazione a quella della negazione. E oggi lotto per dire che sì, sono nera, sì, sono camerunese e sì, sono italiana. È un vivere tra due mondi, in una condizione di pendolarismo perenne, estenuante, ma necessario.

Testo di Laetitia Marshall

Miriam Fahim

Di dove sei? Mortara, Italia

Di dove sei veramente? Mi è sempre stato difficile rispondere a questa domanda, quasi paralizzante, non avere la certezza che esista una risposta più corretta di un’altra. Ad un certo punto credo di aver capito che non ce ne sia una soltanto, tenendo presente che spesso questo interrogativo viene posto in maniera quasi retorica, come se il mio interlocutore sapesse meglio di me cosa aspettarsi. Tanti, nel nostro paese e frequentemente anche all’estero, non hanno la sensibilità necessaria per cogliere le sfumature: individui che non hanno tratti somatici tipicamente bianchi rientrano tutti in un’unica categoria sulla quale si hanno delle aspettative uniformi. D'altro canto, noi ragazzi di seconda generazione affrontiamo un percorso difficoltoso di auto- accettazione e preservazione che ci obbliga a mettere in discussione e rinnegare le nostre “origini”, andando poi inevitabilmente incontro a momenti di riscoperta in cui poterne riconoscere valori e ricchezza culturale. Per quanto mi riguarda, la sensazione che si prova è quella di vivere in un limbo in cui la chiave di lettura del ponte tra i due mondi è in continua evoluzione, appartiene solo a se stessi e non può essere equiparata a quella di una persona che sì, potrebbe aver vissuto un’esperienza simile, ma non necessariamente uguale. Tutto ciò per dire che vengo veramente dal Marocco (Casablanca, Rabat, El Jadida), vengo veramente da Mortara, vengo veramente da Milano e da tutti quei luoghi, ma anche persone, che hanno influenzato la mia educazione, umanità e identità. Può sembrare un cliché ma per quella che è la mia esperienza ancora non esiste una risposta esaustiva e definitiva, né per me stessa, né tantomeno per chi chiede. E per il momento non ho interesse alcuno nel persuadere chicchessia circa la validità del mio pensiero.

Mama Diarra Cisse

Di dove sei? Di solito a questa domanda fatico a rispondere, certe volte rispondo in modo spontaneo dicendo che sono di Monza Brianza, altre invece che ho origini Senegalesi, ma sono nata in Italia. Questo perché spesso la prima risposta non è quella che le persone vogliono sentirsi dire, “No, intendo, da dove vieni, quali sono le tue origini?”

Di dove sei veramente? A questa domanda non saprei come rispondere. La cosa che mi ferisce maggiormente è che una domanda del genere sottoscriva già che chi la pone non mi consideri una ragazza Italiana.

Allison Fullin

Di dove sei? Sono nata a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Sono cresciuta a Jesolo, città balneare vicino Venezia.

Di dove sei veramente? Mia madre è cubana di Santa Clara, Cuba. Si è trasferita qui in Italia più di trent’anni fa, dopo essersi sposata con mio padre. In realtà nonostante io sia cresciuta qui, mi sono sempre sentita molto vicina alla cultura cubana. Il mio sogno è quello di poter invecchiare nell’isola di Cuba, ritornando così alle mie amate origini.

Gianella Cubas

Di dove sei? Sono di Pesaro.

Di dove sei veramente? Avete presente la serie Aggretsuko su Netflix? Quando Retsuko scatta in modalità rabbia e inizia a cantare in metal core? Più o meno mi sento così. Vorrei chiarire che io non rifiuto in assoluto le mie origini o i miei costumi, ma solitamente voi parlate di tutto il vostro albero genealogico quando incontrate qualcuno? Troppo complesso da spiegare. Così mi devo fermare, respirare e rispondere con quella domanda che loro attendono con ansia: indovina? E lì parte il gioco a premi. Con questo cosa voglio dire; a loro non interessa capire di dove sono o quali sono le mie origini, vogliono solo partecipare ad una puntata di chi vuol essere milionario con Jerry Scotti, ma senza Jerry Scotti. Solitamente questo mi capita quando qualcuno vuole rimorchiare, in un certo senso alcune volte ho paura che lo facciano per fetishare il fatto che io sia Latina americana, e no non sono una megalomane, succede veramente. Dietro a questa domanda si nascondono tantissime tematiche, e non mi basterebbero 4 righe per spiegare cosa comporta in una persona sentirsi continuamente dire di “dove sei?’’. Nel momento in cui poni in maniera insistente questa domanda, non solo stai mettendo in dubbio ciò che ti ho risposto in primis , ma stai anche accentuando il fatto che io e te siamo due cose completamente differenti. E no, non lo siamo, faccio le stesse identiche cose, con la differenza che io ho la fortuna di parlare più lingue in maniera fluida e conoscere un'altra cultura oltre a quella italiana.

Jo Gandola

Di dove sei? Orvieto, Umbria

Di dove sei veramente? Di dove sono? Ogni volta che mi si pone questa domanda, vado in confusione... Ho una famiglia bizzarra, molto bizzarra. Sono nata in Brasile, a San Paolo. Sono stata adottata che non avevo compiuto nemmeno il mio primo mese di vita. I miei genitori sono Lombardi, ma hanno deciso di crescere me e i miei fratelli, tra le campagne di Lazio ed Umbria. Se mi chiedi a che nazione appartengo, ti dico Italia. Il Brasile è dentro di me, nascosto, emergerà un giorno, ma lo sento ancora lontano.

Naomi Tesfamicael

Di dove sei? Prato, Italia

Di dove sei veramente? Bella domanda! Risponderò riportando una conversazione avuta con un mio carissimo amico nato e cresciuto a Prato, ma con il padre di origini Siciliane. Nel parlare, ho posto la seguente domanda: “come si chiama il posto di dove siete voi, dai, come si chiama la città?”. Il mio amico mi rispose un secco: “io sono di Prato, semmai mio padre è di Agrigento”. Il suo modo di rispondere mi fece riflettere molto: se lui avesse un accento diverso, probabilmente questa domanda non gli verrebbe posta. Similmente a me viene posto questo interrogativo per il colore della mia pelle. Per anni, in modo inconscio ho sempre risposto automaticamente, cercando di far sì che la mia risposta fosse il più simile possibile a ciò che la gente si aspettasse: il mio paese di provenienza, quello per cui ho la pelle più scura. Negli anni ho sempre cercato di anticipare tutte le noiose domande dicendo che sono nata a Firenze ma originaria dell’Eritrea, perché tanto è questo quello che vogliono sentirsi dire.

Yasmin Leite

Di dove sei? Sono di Capo Verde

Di dove sei veramente? Come detto prima sono nata a Capo Verde, e questo mi definirà e mi accompagnerà per sempre. Dopo aver passato un anno in Portogallo, sono arrivata qui in Italia, avevo 7 anni e non sapevo una parola di italiano. Eppure ora sono qua, parte integrante di una delle città simbolo di questa nazione. (Milano) A volte è dura guardare indietro e vedere tutta la strada che ho percorso per arrivare dove sono ora. Ma almeno so che ogni passo che ho fatto mi ha reso la donna che sono oggi, Yasmin maiara Leite de melo.

Nazareth Yemane

Di dove sei? Sono di origini eritree da parte dei miei genitori, ma sono nata e cresciuta in Sudan (parlavo solo arabo, che ho poi dimenticato) successivamente mi sono trasferita nella Romagna, dove ho passato il resto della mia vita, dai 9 ai 27 anni. Precisamente nella provincia di Forlì Cesena.

Di dove sei veramente? Tutti questi luoghi hanno contribuito nella mia formazione a livello culturale e caratteriale.  La mia personalità si è formata grazie a tutti i luoghi che hanno fatto parte della mia vita. Penso e ragiono in italiano, mangio cibo eritreo e con mia mamma parlo tigrino (lingua dell’Eritrea) e mia mamma dice che sono ingenua come i sudanesi.

Eva Lavigna

Di dove sei? Sono italiana e nigeriana. Ci ho messo tanti anni ad arrivare a un punto dove mi potessi rivedere in entrambe le mie nazionalità. Mio padre è italiano e mia madre nigeriana, hanno lavorato a lungo perché sia io che mio fratello potessimo andare fieri delle nostre origini. All'inizio è stato molto difficile sentirmi italiana. Sono cresciuta a Varese, una piccola Città in Lombardia, ed ero sempre io l'unica bambina nera nella scuola, assieme a poche altre.. Ero circondata da persone che non mi assomigliavano sia nella mia quotidianità che in televisione o nelle riviste, non vedevo nessuno come me. Questo mi ha portato ad avere molti complessi sul mio aspetto per troppi anni, volevo essere più chiara, avere i capelli più lisci. Poi facendo il liceo in Nigeria, per la prima volta mi sono sentita accettata, ero circondata da persone che mi assomigliavano e mi accettavano e questo cambiamento di ambiente mi ha fatto anche apprezzare l'Italia. Ho iniziato a non avere più l'ansia di tornarci, a ritrovarmi nella cultura ed ho iniziato ad essere fiera di essere Italiana. Ho deciso che non sarà la mancanza di rappresentazione nei media italiani a farmi sentire di meno, se non ci sono, lotterò fino allo sfinimento perché le cose cambino, perché ogni bambino/a di colore si senta italiano e non si senta escluso o in difetto in questa società, perché essere italiani non ha niente a che fare con il colore della pelle, e grazie al cielo l'ho capito anch'io.

Di dove sei veramente? Beh io sono Italo-Nigeriana, sono entrambe le cose completamente, non devo sceglierne una, non sono 50% una o l'altra. Sono 100% Italiana e 100% Nigeriana.

Sarah Misciali

Di dove sei? Sono nata in Pakistan, madre nigeriana papà italiano, è difficile spiegare di dove sono, non mi sento al 100% di nessuna parte, però sono cresciuta per la maggior parte in Italia e sicuramente mi sento molto italiana.

Di dove sei veramente? Non sono italiana, le mie radici sono in parte qua e in parte in Nigeria, anche in quest’ultima non ho vissuto tanto e forse proprio per questo mi sento molto attratta da tutto quello che circonda la cultura, la moda e le tradizioni del paese e sono fiera di averne ereditato una parte.

Leyla Degan

Di dove sei?: Oulx, Val di Susa (TO)

Di dove sei veramente? Oulx, Val di Susa (TO)

Noelia Perdomo

Di dove sei? Il Mio paese natale è la Repubblica Dominicana, ho imparato la lingua, cultura ed usanze. Nella mia numerosa famiglia si condivide una piccola percentuale di sangue, chi più e chi meno, e un’altissima percentuale di amore, supporto reciproco ed uguaglianza. Ricordo l’odore pungente della natura a casa di mia nonna, il caos perfetto a casa di mia zia dove ho vissuto per un anno insieme ad altre 7 persone, mentre mia madre era in Italia da ormai 10 mesi. I miei cugini che correvano impavidi verso il fiume dietro casa di mio nonno e mi lasciavano sempre indietro non curanti del fatto che io fossi una bambina di città e non mi piaceva sporcarmi i piedi in mezzo all’erba alta e bagnata. L’impagabile sensazione di essere sempre circondata da ogni genere di persone, di colori ed età diverse, sintonizzate sulla stessa bachata, salsa o merengue a bere rum e ballare negli angoli di ogni strada come fratelli. 18 anni dopo, più di quanto abbia vissuto nella mia terra “madre”, ricordo tutti quegli odori e le parole delle stesse canzoni che mettevano allora come oggi, ma adesso il mio piatto preferito sono i tortellini e i vicoletti e i colli di Bologna li conosco meglio di Santo Domingo, e capisco un po di dialetto sardo e venero le sue limpide spiagge, grazie al mio patrigno che mi ha cresciuta ed insegnato gran parte di quello che so e sono oggi.

Di dove sei veramente? Esattamente come il mio patrigno, il cui sangue non scorre tra le mie vene, sento di essere Italiana di adozione, di aver appreso ed imparato tutto quello che potrebbe sapere una persona nata e cresciuta qui. La differenza principale sta nella negazione degli occhi e del cuore dei “nativi” che rinnegano di trovare all’angolo di ogni strada quell’armonia tra due e tre generi musicali che portano amore in mezzo a questa diversità così ricca. Sono convinta di essere metà Dominicana e metà Italiana E sono felice e fiera in ugual modo di entrambe.

Giulia Bersani &

Margherita Loba Amadio

Giulia e Margherita sono due giovani fotografe con base a Milano. La loro ricerca è molto simile, quanto diversa. "Margherita nei suoi soggetti cerca quello che coltiva di se stessa, mentre Giulia racconta la sensibilità e la fragilità, un po’ come se le foto di Giulia guardassero con dolcezza e comprensione alle crepe del passato mentre quelle di Margherita si rivolgessero al futuro e a quello che desidererebbe conquistare. Da un lato Persone giovani e vulnerabili raccontate con colori saturi e veri dall’altro donne che possono intimorire per la loro forza e fierezza." Quello che le accomuna non è però solo il loro lavoro artistico, ma anche un legame personale profondo. Con loro volevo parlare del tabù di possedere un corpo e mostrarlo nudo, senza barriere. Giulia documenta la sua vita in modo diaristico, sono molti gli autoscatti e i momenti di vita quotidiana. Margherita crea, colora, distrugge e ricompone il corpo.

Ciao Giulia, ciao Margherita. Entrambe siete due fotografe e proprio grazie questo mezzo siete entrate in contatto. Ci potete raccontare come vi siete incontrate?

G: In realtà ci siamo conosciute proprio per fare foto, se non ricordo male attraverso Facebook. Mi sembra che io avessi chiesto a Marghe di farle delle foto, ormai parecchio tempo fa, credo fosse il 2012. Le prime foto non erano venute neanche particolarmente bene, anche perché a me serve sempre un po’ di tempo; prima di ritrarre una persona, ho bisogno di conoscerla e di entrare in contatto con lei. Quando poi ci siamo conosciute abbiamo capito di essere molto in sintonia a livello umano, quindi abbiamo deciso di tenerci in contatto e di continuare a vederci e aggiornarci sulle nostre vite. Quando ci vedevamo, essendo Margherita un soggetto molto interessante, per come parla e per come si muove armoniosamente, ogni volta portavo la macchina fotografica con me e scattavo qualche foto. In realtà non ci siamo mai viste apposta per fare delle foto o per un progetto ben definito, erano sempre scatti spontanei e casuali. Il primo grande momento di scambio è stato probabilmente quando siamo andate a fare una breve vacanza a Cioccaro, in Piemonte. Eravamo io, Margherita e un’altra nostra amica, Sara. Durante un pic nic ci siamo spogliate, arrampicate sugli alberi e Margherita ha iniziato a fare qualche scatto. E’ stata una sensazione di intimità e libertà, lì ho avuto conferma del fatto che stare nudi non è sinonimo obbligatoriamente di attrazione sessuale, ma anche di condivisione e naturalezza.

M: Si, la nostra amicizia è nata così: in maniera molto spontanea e poco strutturata. Dal punto di vista fotografico avendo delle sensibilità molto compatibili, ma allo stesso tempo diverse, contribuiamo entrambe l’una all’altra. Abbiamo alle spalle anche esperienze personali molto differenti che ci hanno fatto arricchire a vicenda. Ciò a cui personalmente tengo tantissimo nelle relazioni personali e in particolare con persone creative è di supportarsi, perché a volte ci vuole che qualcun altro ci dia la pazienza che non siamo in grado di dare a noi stessi, per realizzare storie e progetti. Nell’ambito creativo e in particolare visuale c’è troppa competizione e credo che questo porti a rovinare il nostro lavoro, è proprio bello poter fare cose assieme per il gusto di vederle realizzare.

Qual è il vostro rapporto con il nudo?

M: Io quasi non so più cosa dire su questo argomento, ormai l’ho iper superato. Mentre all’inizio del mio percorso fotografico per me è stato un grande tema da approfondire e legittimare, adesso è la cosa più naturale della terra. A volte veramente lo do per scontato, e non si tratta di nudità fisica. Diciamo una nudità totale, sono trasparente, anche con i miei pensieri e con quello che provo. Per me la nudità non è il fatto di non avere vestiti addosso, è un discorso molto più ampio. Quando lavoro con i miei soggetti attraverso la fotografia intraprendo un processo di abbattimento della vergogna indipendentemente dall’essere senza vestiti.

G: Secondo me sta molto anche nel tipo di persone di cui ti ci circondi. Se ti ci circondi di persone che sono abituate alla nudità e non la vedono solo in modo sessuale allora sarà molto più semplice viverla. Io la vedo come una sorta di battaglia, bisogno abituare l’altro al nudo così che venga percepito come normalità.

La vergogna è sempre e per forza un sentimento negativo?

M: Per me qualsiasi cosa tu senta non si può dire che sia positivo o negativo, nel momento in cui ti accorgi di vergognarti per qualcosa è il momento di farsi delle domande: Perché provo questo? E’ molto difficile liberarsi dalla vergogna, è un percorso importante da intraprendere. Sicuramente non è qualcosa di positivo se è un blocco per la nostra evoluzione personale.

G: Io devo ammettere che su certi lati sono ancora abbastanza insicura, soprattutto socialmente, quindi quello che mi aiuta tanto è frequentare ambienti dove so che posso sentirmi a mio agio in ogni situazione. Alcune volte però capita di sentirmi fuori posto, non riuscire a fregarmene quanto vorrei e andare un po’ in crisi. Se potessi scegliere rinuncerei volentieri alla vergogna; personalmente non ci vedo nulla di positivo.

Nel vostro lavoro avete mai ricevuto commenti o critiche legate al fatto che mostrate la nudità?

G: In realtà poco, questa cosa mi fa molto piacere. Ricevo più messaggi del tipo: ‘’Grazie per quello che fai’’. Le poche volte che ho ricevuto critiche erano tutte legate alla depilazione. A volte capita che mi scrivano in privato o che lascino commenti aggressivi sotto alle foto dicendo che i peli sotto le ascelle o i peli pubici fanno schifo e domandandomi se fosse il caso di pubblicare un’immagine del genere. Personalmente mi meraviglio di questo tabù; sia gli uomini che le donne hanno naturalmente i peli, perché allora quelli femminili (che di solito sono anche più fini e delicati) devono essere visti come sinonimo di sporcizia quando quelli degli uomini sono completamente accettati?

M: Anche io non ricordo di aver ricevuto commenti o critiche. Nelle mie fotografie non ho mai voluto che il soggetto fotografato risultasse preda indifesa, ma piuttosto preferisco rappresentarlo come una figura intimidatoria che non lasciava spazio a commenti maliziosi, ma anzi ti sfida. La conversazione con Giulia e Margherita purtroppo è stata realizzata tramite Skype, è stato difficile trovarsi tutte nella stessa città in questo momento. Spero però che possa continuare anche non virtualmente, è sempre molto rincuorante trovare persone empatiche che amano quello che fanno.

In Bilico di Greta Cioppi

Questo progetto nasce dalla consapevolezza di una crisi, dal peso delle insicurezze di un corpo e dall’instabilità di una mente. È un silenzio che è stato taciuto a lungo con dolcezza e un pianto di liberazione. La decisione di voltare lo sguardo verso me stessa è stata dettata da un’esigenza interna di riscoprirmi, di fidarmi ciecamente di un corpo che cerca di trovare equilibrio avanzando in maniera instabile su un filo sottile fatto di poca sicurezza. Avvicinare la lente d’ingrandimento su di me mi ha fatto trovare la libertà di riuscire a sentirmi me stessa senza la paura di sentirmi giudicata, mi ha dato la forza e il coraggio di mettermi alla prova, di non volermi accontentare, di abbracciare il dubbio, di sentirmi vulnerabile, a disagio per poi sentirmi finalmente a casa. Lavorare su noi stessi è diverso, è come buttarsi nel vuoto a braccia aperte senza sapere se qualcuno sotto è pronto a salvarci. Le foto nascono da una mia forte necessità di essere ascoltata, di poter semplicemente essere la persona che sono senza continuare a sentire una vergogna e un disagio costanti per il mio corpo o per il mio essere troppo: troppo emotiva, troppo nervosa, troppo insicura, troppo grossa, troppo sbagliata, troppo presa dalle cose, troppo me stessa. In Bilico contiene anche alcuni elementi e punti di vista che hanno lo scopo di provocare lo sguardo di chi osserva lasciandoli con una sensazione perturbante. Gli autoritratti mi hanno dato tempo, tempo di capire i miei bisogni, tempo per imparare a conoscermi, tempo per pensare e processare ogni dolore e trasformarlo in sicurezza.  Questa è la mia storia, il mio dolore, la mia visione, nulla di più. La storia sottile di un’intimità profonda, un’intimità che mette a nudo le proprie paure. Questo progetto mi ha dato me stessa, con tutte le mie imperfezioni, i miei crolli e le mie contraddizioni. Ogni foto ha un titolo che descrive perfettamente ciò che sto raccontando, cosa voglio sentire e chi sono davvero: un’anima che ha trovato equilibrio nel suo costante essere in bilico.

Giulia Gatti

pudóre s. m. [dal lat. pudor -oris, der. di pudere «sentir vergogna»]. – 1. Senso di riserbo, vergogna e disagio nei confronti di parole, allusioni, atti, comportamenti che riguardano la sfera sessuale: avere, non avere p.; provare p.; offendere, turbare il p. di una persona; il comune senso del p.; cosa che il p. vieta di nominare; mi creda pure ... una sciagurata, la quale abbia perduto ogni pudore (Capuana). 2. estens. Ritegno, vergogna, discrezione, senso di opportunità e di rispetto della sensibilità altrui: abbia almeno il p. di tacere; mentire senza p.; ho p. di farmi vedere da altri in questo stato. Con sign. più generico, sentimento e atteggiamento discreto e riservato: Il pudor mi fa vile, e prode l’ira (Foscolo).

Le donne ritratte da Giulia Gatti non hanno paura di mostrarsi vulnerabili e senza veli, guardano fisse in camera e sembrano pronte al giudizio dello spettatore, allo stesso tempo però fa da sfondo un’atmosfera privata, intima e riservata. Anche senza didascalie ogni donna racconta una storia attraverso il proprio sguardo e il proprio corpo. L’elemento della natura, del ritorno alle origini è pungente, ma velato. La madre terra senza pudore mostra le donne che la abitano e la vivono. La fotografa si mischia ai suoi soggetti per ritrovare la sua di madre, infatti le immagini selezionate assieme all’artista fanno parte di un progetto più ampio che nasce da un lungo viaggio che Giulia ha iniziato nel 2017 in giro per l’America Latina, dove è ritornata ogni anno fino al 2020. In questa terra ha deciso di iniziare un percorso di ricerca della “madre”. Una madre intesa però come nido, quiete, tradizione. “Mia madre non combacia con l’idea che io ho di madre, allora sono andata alla ricerca di quella idea e per ora l’ho trovata tutta dentro un Paese. Mia madre è un Paese” .

Parole di Sara Lorusso

Un giorno nella casa studio di Shafei Xia

Shafei abita in una zona molto famosa a Bologna: via Petroni. Conosciuta soprattutto per i bar e le serate degli studenti. Mi accoglie il fidanzato che mi guida fino al portone di casa. Tolgo le scarpe ed entro nel mondo di Shafei. Rosa e bianco sono i colori predominanti. Una casa non molto grande, ma accogliente e luminosa. Ci sono sue opere dappertutto, dalla cucina al bagno. Shafei è un’artista multidisciplinare che lavora con il disegno, la pittura, la scultura e anche il ricamo. I suoi disegni sono molto delicati, ma allo stesso tempo espliciti. Mi ha ricordato molto l’immaginario Felliniano, che l’artista mi rivela aver conosciuto solo poco tempo fa. Infatti Shafei si trasferisce dalla Cina solo qualche anno fa per studiare all’accademia di Belle arti di Bologna, dove attualmente frequenta l’ultimo anno di Arti visive. In poco tempo partecipa e vince molti concorsi e bandi prestigiosi nella città. E’ una persona molto solare ed eclettica e subito mi mette a mio agio. Ama i maiali e mi mostra diverse immagini e sculture che ha realizzato in onore dell’animale. Nelle sue opere i protagonisti sono gli uomini, la lussuria, gli animali e il cibo. In generale tutto quello che crea piacere. Si è ispirata alla tradizione cinese reinterpretandola ai giorni nostri. C’è particolare attenzione ai materiali e ai tessuti che usa come tele.  Rimango totalmente affascinata da ogni oggetto che è presente nello studio, dai ventagli dipinti a mano fino alla piccola scrivania davanti alla finestra dove Shafei è solita scrivere, ricamare e immaginare. Mi racconta che continuerà a vivere a Bologna anche dopo la laurea, perché questa città le piace e la fa sentire a casa. La mattina è trascorsa molto in fretta, mentre percorro le scale che mi portano all’uscita sento Shafei urlarmi ‘Mi raccomando, mandami le foto appena le hai, anzi se sono venuta male, non mandarmele proprio’ e ride. Entrare nella vita degli artisti è sempre un’esperienza unica.

Parole di Sara Lorusso

La Puente di Charlotte Schimtz

Che tipo di posto è La Puente? Dalle foto sembra una realtà pacifica e colorata. E’ davvero così?

Mettere in luce le donne nel mio lavoro rende questo posto molto pacifico e colorato, ma in realtà La Puente non è un luogo né bello né piacevole. È uno spazio in cui le donne aspettano tutto il giorno che gli uomini entrino nelle loro stanze. Un luogo in cui guadagnano $10 per cliente. Non è questo quello che m’interessa mostrare nelle mie fotografie, è una storia che già conosciamo e che è stata ribadita infinitamente. Collaborando con queste donne, chiedendo loro come vogliono essere fotografate e invitandole a partecipare al processo creativo, il mio lavoro si è sviluppato in un qualcosa di estetico e pacifico. Proprio all’inizio del libro, c’è una foto di una donna seduta sul suo letto mentre si guarda allo specchio. Si è coperta il viso ma ha deciso di coprire con lo smalto anche il bidone della spazzatura vicino al letto e il tetto rotto, perché tutto ciò non le piaceva.

Le fotografie sono modificate con lo smalto per nascondere l’identità delle ragazze. Quanto pensi che siano riuscite a percepire questo momento di creatività per riuscire ad esprimere loro stesse e la loro personalità e quante di loro invece pensi che abbiano usato questo momento come censura della loro identità.

Tutte quante hanno usato la tecnica dello smalto come censura della loro identità – le sex workers sono stigmatizzate in tutte le società; proteggere la loro identità era molto importante sia per me che per loro, quindi hanno utilizzato lo smalto per dipingere sulle loro polaroid. Molte delle loro famiglie e dei loro amici non sono al corrente di ciò che fanno, di dove lavorano o in quale città vivono. Però certamente il tutto è variato molto in base a quanta libertà ogni ragazza si è sentita di prendere nell’essere creativa, alcune si sono sentite di esserlo di più di altre. Una di loro mi ha detto: » Mentre stavo dipingendo con lo smalto ho pensato ad accrescere la mia bellezza e coprire la mia identità e il resto l’ho lasciato scoperto, perché io sono sempre bella sia fuori che dentro.«

Cosa volevi comunicare quando hai cominciato questo lavoro? Di certo raccontare la storia e la realtà di queste ragazze libera dalla vergogna attorno alla questione prostituzione dando voce a coloro che fanno questo lavoro in prima persona. Quale tipo di relazione sei riuscita a creare con loro?

Quando ho cominciato questo lavoro non avevo in mente il fatto di sfidare il modo in cui le sex workers vengono rappresentate. I miei progetti nascono sempre in maniera molto intuitiva e negli ultimi anni ho adottato un approccio sempre più attivo nella maggior parte dei miei lavori che di conseguenza invita le persone che fotografo a creare la loro storia. Conosco la Puente dal 2006 quando durante gli anni del liceo ho vissuto a Machala come studentessa in scambio. Sin da quel momento sono sempre stata interessata a scoprire come vivono le donne all’interno dei bordelli. Più tardi ho realizzato che la maggior parte dei progetti d’identità visiva sulla prostituzione sono realizzati da uomini, mentre la maggioranza delle prostitute sono ancora donne. Credo che questo squilibrio generi delle rappresentazioni che spesso non riescono ad accentuare il modo in cui le donne vogliono essere viste creando un immaginario che ha contribuito, negli anni, allo squilibrio nella percezione delle prostitute e delle donne in generale.

Il progetto poi è diventato un libro, cosa ti ha portato a ciò?

Mi sono sempre immaginata il lavoro come un libro che dà spazio alle fotografie di spandersi e che riflette ciò che si prova quando ci si trova a la Puente. Il libro è una parte di un lavoro multimediale molto più ampio, che contiene polaroid originali, video, audio documentazioni e lenzuola autentiche. Inoltre la creazione del libro era importante anche per riuscire a portarlo alle donne di la Puente e sono riuscita a farlo proprio qualche settimana fa. E’ stata un’esperienza bellissima ed è stato molto ispirante vedere la loro reazione. Sono state così di supporto e il progetto gli è piaciuto molto. Ho documentato tutto il processo, analizzerò tutto il materiale nelle prossime settimane.

La vergogna è un sentimento intrecciato con la tua arte. Lo percepisci ? Lo comunichi ? Lo senti come qualcosa di tuo e se sì, lo vedi come un ostacolo o come una sfida?

Sfortunatamente le donne fanno spesso esperienza di che cos’è la vergogna. Molte di noi crescono con quella sensazione. Anche se sono cresciuta in una società molto aperta, anch’io ho fatto esperienza della vergogna e ho dovuto combatterla attivamente. Ad esempio l’educazione sessuale riguarda solo la riproduzione e come prevenirla, nessuno parla di piacere, soprattutto di quello femminile. La mia arte è decisamente stata d’aiuto per il mio personale processo di crescita e credo che una società si possa definire libera quando lo è anche la sessualità. Quindi dobbiamo parlare di più di sesso, destigmatizzare e combattere per l’equità sociale.

Rosie Foster

Puoi dirci qualcosa su di te? Chi sei e cosa fai quando non scatti?

Sono una madre e una fotografa Inglese (South West). Quando non sto fotografando mi occupo della mia famiglia e lavoro come assistenza verso le vittime di violenza domestica.

Nei tuoi scatti non c’è vergogna, i soggetti sono spesso nudi e liberi. Come hai iniziato a scattare questo tipo di foto?

È principalmente dato dal fatto che vivo nel South West, non ci sono stylists qui, quindi l’unica opzione è il nudo o nudo parziale con qualche capo aggiunto da me… e nessuno vuole vedermi all’opera come stylist! Tutto ciò unito ad un forte desiderio di creare immagini libere da qualsiasi secondo fine e vincolo. Non sto cercando di vendere un prodotto o una persona nel mio lavoro di nudo, sto semplicemente creando immagini che celebrano il corpo delle donne.

Le persone nelle tue foto sono estranei o amici? Come costruisci un rapporto con un estraneo davanti alla camera?

Ci sono molte persone che fotografo con cui finisco per diventare amica. Principalmente contatto persone tramite instagram o agenzie di modelle. È molto semplice diventare amica di qualcuno dopo averlo fotografato, avendo già rotto quella barriera iniziale di imbarazzo.

Pensi che un corpo nudo sia sinonimo di erotismo?

Penso che sarebbe stupido far finta che un corpo nudo non sia erotico. A meno che non sia in una condizione clinica o medica. Siamo naturalmente intrigati dalla nudità. Direi che dipende dal modo in cui la si comunica.

Becoming Nico

“Mi chiamo Nico dall’estate del 2017. Coincide con il momento in cui ho iniziato a rivolgermi a me stesso al maschile, ed è stato molto difficile abituarsi a farlo. Se adesso riascolto video in cui mi chiamano Carolina, mi fa strano. Inizialmente, quando inizi a chiamarti con il nome al maschile, è proprio: vai via, cancellati. Adesso mi fa quasi tenerezza”. Becoming Nico è il diario del cambiamento di genere ftm di Nico, a cura di Alice Arcangeli e Camilla Marrese. A partire dal primo giorno di cura ormonale, vengono registrati i cambiamenti fisici ed emotivi di Nico, le sue riflessioni sulla transizione e, parallelamente, si ricostruisce a ritroso la sua storia. Oggi, la cura è iniziata da tre mesi: i peli sulla pancia, sul petto, sul pube, sulle gambe e sulle braccia sono più numerosi e più folti, i peli del viso sono più spessi, la voce si è abbassata, la vascolarizzazione è più forte, l’odore del corpo è diverso, i muscoli delle braccia e della schiena sono aumentati, il clitoride si è ingrossato. Nico sta diventando sempre più Nico. Abbiamo chiesto alle persone se ci fossero delle domande che non avevano mai avuto la possibilità, o il coraggio, di chiedere ad una persona transessuale. Ne è emerso come nella visione della transessualità siano moltissimi i dubbi dati dalla disinformazione e dalla confusione: Nico ha cercato di fare chiarezza, a partire dalla sua esperienza.

Come è cambiato il tuo rapporto con il sesso da quando hai iniziato il tuo percorso?

Ho un rapporto particolare con il sesso, nel senso che, nonostante mi piaccia molto, è sempre stato difficile trovarmi in sintonia con la persona che avevo davanti a causa della difficoltà che ho nel vivere il mio corpo. Questo capita tuttora, nonostante la terapia, perché sono molto disforico rispetto ai miei genitali. Da quando ho iniziato la terapia mi capita più spesso di provare desiderio sessuale, nonostante anche prima mi eccitassi facilmente. Sono in una fase di riscoperta per quanto riguarda il puro piacere sessuale poiché i miei genitali stanno cambiando. Non direi però che sia meglio o peggio, per ora è semplicemente diverso.

Che ricordo hai della prima volta che ti sei presentato come Nico?

Non ho nessun aneddoto da raccontare riguardo a questo, una cosa che però ricordo di aver pensato è stata che non credevo ci avrei messo così tanto ad abituarmi a sentirmi chiamare con un altro nome. Ora è bellissimo che e mi farebbe molto strano tornare indietro.

E’ mai successo che nel corso della tua transizione cambiassi idea o avessi dubbi?

No, mai successo che cambiassi idea. Gli unici dubbi che ho e che è naturale avere, vengono nel momento in cui realizzi le difficoltà che derivano dal dover assumere un farmaco per tutta la vita; ad esempio se volessi vivere in un paese dove il farmaco non fosse accessibile alle persone transessuali. Nonostante questo non ho mai pensato all'opzione di non iniziare la terapia.

Come va affrontata la questione omo/eterosessualità quando si parla di persone trans?

Identità di genere e orientamento sessuale sono due cose distinte. La transessualità riguarda l'identità di genere mentre l'omosessualità/etero/bi+ riguarda l'orientamento sessuale. Per esempio, Luca è un uomo cisgender omosessuale. Significa che Luca è nato con un pene, si riconosce nel genere maschile e prova attrazione per persone di genere maschile. Lo stesso concetto vale per le persone transessuali. Per esempio Nico è un ragazzo transgender eterosessuale. Significa che Nico è nato con una vagina, si riconosce nel genere maschile e prova attrazione per persone di genere femminile. (Questo è sono un esempio, non penso di essere eterosessuale al cento per cento).

Come funziona l'orgasmo una volta iniziata la cura ormonale? E dopo l'operazione sarà ancora possibile?

L'orgasmo (cioè il piacere che raggiungi durante il sesso) è lo stesso anche quando assumi testosterone, ciò che cambia é il 'come' raggiungere l'orgasmo dato che la dimensione dei genitali aumenta. Quello che una volta era il clitoride cresce fino a diventare a tutti gli effetti un micro fallo che reagisce a un tipo di stimolazione simile a quella del pene. Io non ho fatto l'operazione quindi non ti so rispondere per esperienza diretta. E' importante però sapere che, per chi la volesse fare, esistono due tipi di operazioni ai genitali. Falloplastica e metoidioplastica. La falloplastica è un intervento invasivo che contempla la possibile perdita/diminuzione di sensibilità mentre la metoidioplastica registra pochissimi casi di perdita/diminuzione di sensibilità a differenza della falloplastica che è un intervento più invasivo. Solitamente però per gli ftm la parte mentale gioca un ruolo importante nell'orgasmo, che può essere raggiunto anche tramite l'utilizzo di protesi apposite.

​La cura ormonale funziona sempre?

La cura ormonale funziona ma i progressi nei cambiamenti variano da persona a persona. Allo stesso modo di come non tutte le ragazze cisgender hanno il seno delle stesse dimensioni o di come non tutti i ragazzi cis hanno la stessa quantità di barba.

Per sentirti 100% te stesso senti il bisogno di affrontare l’intervento?

Gli interventi a cui potrei sottopormi sono diversi ma quello che per ora sono sicuro al cento per cento di fare è la mastectomia (rimozione del senso). Non penso che questo riuscirà a farmi sentire 100% me stesso ma sicuramente mi aiuterà almeno ad arrivare ad un buon 80/90%.

E’ sbagliato o invadente chiedere a una persona se è transessuale o se preferisce che io mi rivolga a lui/lei al maschile/femminile?

Secondo me non lo è, anzi, sarebbe giusto chiedere sempre a qualsiasi persona i pronomi con cui preferisce essere chiamat*. Quando le persone che mi vengono incontro mi fa molto piacere. Ovviamente è opportuno chiederlo nel modo giusto, tipo: Con quali pronomi preferisci che mi riferisca a te? / Qual è il tuo nome?

Gli effetti della transizione sono reversibili?

Gli effetti della terapia ormonale sono in parte reversibili ed in parte no. Alcuni aspetti irreversibili per le persone ftm sono la crescita dei peli, l'abbassamento della voce o l'aumento delle dimensioni dei genitali. Esempi di cambiamenti reversibili invece sono l'interruzione del ciclo mestruale, l'aumento della massa muscolare o il cambiamento dell'odore corporeo.

Perché se ti senti già dell'altro sesso senti la necessità di cambiare anche fisicamente?

Il sesso indica quello che hai tra le gambe, non mi sento dell'altro sesso, mi riconosco nel genere maschile. La necessità di cambiare alcuni aspetti del mio corpo è data dalla disforia che provo quando mi guardo allo specchio e non vedo l'immagine che ho di me. Penso che questo sia legato alla mia espressione di genere. Come preferisco indossare vestiti tipicamente associati al genere maschile, così preferisco avere un corpo con delle forme analoghe.

Come avviene l'operazione per cambiare definitivamente i genitali?

Proverò a spiegarvi una delle operazioni più comuni nella maniera più semplice possibile con l’aiuto di Alice.

Esiste un programma di supporto psicologico? Tu ne senti il bisogno?

Si, esistono. Vengono offerti presso i centri come il MIT di Bologna. Se la transizione prevede anche l'assunzione di ormoni o operazioni, il supporto psicologico da parte di un centro è obbligatorio per la legge italiana. Questo perché, per ottenere il piano terapeutico dell'endocrinolog*, è necessario prima a avere una perizia psicologica che attesta che provi disforia di genere. Gli stessi centri offrono, in caso di bisogno, supporto psicologico anche alla famiglia che spesso fa fatica a capire o a normalizzare la transessualità. Io, si, ho avuto bisogno di fare dei colloqui familiari con la psicologa che mi segue al MIT e posso dire che sono stati molto d'aiuto ai membri della mia famiglia.

Quando hai capito di vivere nel corpo “sbagliato"?

L'ho sempre sentito fin da piccolo, piccolo ma diciamo che ne ho raggiunto la piena consapevolezza all'età di dieci/undici anni, quando l'ho detto ai miei per la prima volta.

Come vorresti essere da grande?

Un po' più saggio e barbuto di adesso.

Ho sempre pensato che una persona trans fosse una donna con il pene o un uomo con vagina... però non capisco se una volta sottoposto all'intervento si diventi automaticamente di quel genere o se è proprio grazie all'intervento che diventi trans?

Sei trans dal momento il cui realizzi di riconoscerti in un genere che non corrisponde con il tuo sesso. Esempio: ho un pene ma mi sento donna. Il genere lo determina la persona a prescindere dal sesso. Gli interventi sono un optional a cui puoi decidere di sottoporti nel caso di disforia. Per rispondere alla tua domanda, no, non sei trans se ti sottoponi ad una o più operazioni di riassestamento del sesso. No, non si cambia genere attraverso un'operazione.

Come funziona il ciclo mestruale in caso di mtf o ftm?

Nel caso di ftm il ciclo mestruale si interrompe dopo alcuni mesi dall'inizio della terapia (in genere due). Nel caso in cui la persona decidesse di interrompere la terapia il ciclo mestruale tornerebbe. Gli mtf invece non avranno mai un ciclo mestruale in quanto non avranno mai delle ovaie.

In Italia è davvero più difficile essere accettati? Sapresti fare un paragone con paesi dove la prospettiva è migliore?

Io ho sempre vissuto in Italia e ho avuto pochi confronti con altri paesi rispetto alla mia transessualità. Posso dire che per quello che sento da persone transessuali che seguo attraverso i social network per esempio in America, Germania, Inghilterra la prospettiva non è perfetta, ovviamente, ma è decisamente migliore rispetto a quella italiana. L'Italia comunque non è nemmeno uno dei paesi peggiori in Europa e nel mondo rispetto alla questione di come poter vivere la propria transessualità, di come questa sia accettata a livello sociale e riconosciuta dalla legge. Scrivo qui di seguito alcuni nomi di youtuber ftm americani/inglesi/italiani per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento (Sam Switz, Jammidodger, uppercaseCHASE1, NoahFinnce, Sam Collins, Ale Crash).

Perché Nico?

Ho unito parti del il mio nome anagrafico e del mio soprannome ed è venuto fuori Nico. Ho pensato che sarebbe

stato più mio e mi piaceva che fosse un po' ambiguo.

*mtf=male to female

ftm=female to male

A talk with the men in my life about feminism

di Greta Langianni

Troppo spesso ho sentito il femminismo come un concetto associato esclusivamente alle donne, quasi come un antagonista del maschilismo, probabilmente in qualche modo legato ad una questione di parole, specialmente in italiano, dove questi due termini suonano l’uno l’opposto dell’altro, formando questa specie di guerra di parole. È una delle ragione per cui in passato trovavo difficile riconoscere me stessa in questo termine, anche se credevo in tutto ciò che rappresentava, i suoi valori, l’etica, la fede. Non volevo escludere gli uomini dalla conversazione. Il femminismo, soprattutto adesso, riguarda l’uguaglianza in tutte le sue forme, non ha genere né sesso; è una battaglia che tutti combattiamo al fine di trarre un beneficio collettivo, creando una società dove chiunque possa vivere con gli stessi diritti e doveri. Ritengo gli uomini una parte significativa della mia vita, partendo da mio padre, che è una delle persone che ho sempre ritenuto un modello da seguire, passando poi per i miei amici e il mio partner. Spesso mi trovo a discutere questioni legate al femminismo con loro, cercando di capire il loro punto di vista e condividendo il mio. È a seguito di ciò che ho pensato di scrivere un articolo al riguardo, così da condividere le loro idee, i loro pensieri, un’opinione su cosa sia il Femminismo per loro ponendogli tre semplici domande:

Che cos’è il femminismo per te?

Com’è la situazione attuale per quanto riguarda la differenza di genere, pensi che ci siano ancora tante differenze?

Ti ritieni femminista e se si hai mai sentito una forma di giudizio da parte degli altri a causa di ciò?

Daniele, il mio amico

Che cos’è il femminismo per te?

Il femminismo è un pozzo pieno di idee, diritti, testimonianze e conquiste, interamente partorito dall’universo femminile e spinto da un forte desiderio di emancipazione e valorizzazione. Penso che sia una tra le fonti di forza/energia a cui tutte le donne possono (e dovrebbero) allacciarsi. Sicuramente non è un percorso breve e semplice; prendendo come esempio l’Italia, solo 100 anni fa la dottrina del regime fascista ridefinì la figura della donna come curatrice del focolaio domestico, conferendole solo due scopi nella vita: sposarsi e badare a marito e figli.  Non poche donne hanno lottato per sfondare queste barriere, guadagnando nel tempo sempre più terreno nella rincorsa ai diritti e alle possibilità che il sistema maschilista e patriarcale negava loro. Purtroppo credo che oggi i termini “femminismo” e “femminista” siano troppo spesso vittime dell’orticaria provata da molti uomini, che li usano per criticare ed etichettare superficialmente le donne che esprimono anche solo poche idee sui propri canali di condivisione di pensiero.

Com’è la situazione attuale per quanto riguarda la differenza di genere, pensi che ci siano ancora tante differenze?

Credo che a oggi, in vari settori, la corsa verso la parità dei sessi sia a buon punto: l’attuale sindaco di Roma è una donna; è stata eletta una donna come vicepresidente USA, queste conquiste elettorali a mio avviso sono importantissime. Adesso credo che le società debbano focalizzarsi sulle disparità di salario, sui pregiudizi di natura fisica e sulla considerazione oggettiva della donna. Vanno normalizzate delle caratteristiche fisiche della donna che troppo spesso sono oggetto di stupidi pregiudizi, offese e critiche sbagliatissime: smagliature, cellulite, mestruazioni, il gigante mito della masturbazione femminile.. Inoltre sono ancora troppe le occasioni in cui si palesa l’oggettivazione del corpo, o anche solo del viso femminile, che vengono sfruttati come “bella presenza”. Mi riferisco a tante trasmissioni televisive ancora piene di vallette e soubrette; mi riferisco a tanti titolari che assumono bariste e cameriere con lo scopo principale di farle sfilare davanti alla clientela maschile.  Ci tengo a concludere precisando che ho risposto riferendomi solo alla parte occidentalizzata del pianeta. Nei tantissimi paesi dove avviene la mutilazione dei genitali femminili in condizioni oscene, per ragioni ridicole e nei paesi in cui donne e bambine vengono prostituite e addirittura vendute c’è ancora tantissimo da fare..

Ti ritieni femminista e se si hai mai sentito una forma di giudizio da parte degli altri a causa di ciò?

Non credo di ritenermi femminista, contando che non posso dire di aver mai combattuto per questi ideali; al massimo li esprimo in conversazioni di confronto con le persone che frequento. Ma sicuramente appoggio e condivido l’ideologia femminista. Credo che la lotta contro la disparità dei sessi sia da affiancare a quella contro il razzismo: per me un italiano, un cinese, un nigeriano e un cubano devono godere degli stessi diritti, perché mai non dovrebbe esserci questa equità anche tra donne e uomini? Tendenzialmente credo che le persone se ne debbano fregare altamente del giudizio degli altri, soprattutto quando vengono giudicati male degli ideali di parità e uguaglianza. Le volte che mi dimostro simpatizzante verso le idee femministe davanti alle persone che frequento non sono mai stato giudicato male, o offeso, se è questo che volevi sapere; certo, dei commenti stupidi a volte arrivano, ma sempre scherzosamente.

Ivano​, mio padre

Che cos’è il femminismo per te?

L’impegno per i diritti paritari.

Com’è la situazione attuale per quanto riguarda la differenza di genere, pensi che ci siano ancora tante differenze?

Passi in avanti ne sono stati fatti molti, ma partivamo da una situazione molto arretrata, pensiamo che il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981. Non è facile per un paese con forte cultura cattolica, livello di istruzione medio-basso, e tutte le varie differenze tra Nord e Sud. Per cambiare questo modo di pensare/cultura ci vorranno molte generazioni.  Dipenderà da molti fattori, visioni politiche e non solo, da parte degli uomini ma molto anche da parte delle donne.

Ti ritieni femminista e se si hai mai sentito una forma di giudizio da parte degli altri a causa di ciò?

Mi ritengo femminista perché ci siano pari opportunità. Sinceramente non ho sentito pregiudizi per questo almeno apparentemente. Poi, lo sai, le persone non sempre ti dicono veramente quello che pensano…

Francesco​, il mio ragazzo

Che cos’è il femminismo per te?

Uguaglianza. Affinità. Somiglianza.

Com’è la situazione attuale per quanto riguarda la differenza di genere, pensi che ci siano ancora tante differenze?

Si. Al giorno d’oggi nel mondo la differenza di genere rappresenta ancora una tematica centrale. Tutti gli avvenimenti intercorsi dalla nascita dell’Homo Sapiens; dai cacciatori raccoglitori alla rivoluzione agricola, dalla rivoluzione cognitiva a quella industriale, dalla conquista della democrazia alla lotta per i diritti, ci hanno portato dove ci troviamo oggi. Ancora molto lontani dall'obiettivo, ma con una consapevolezza ed una conoscenza così ben strutturata da poter intravedere la luce alla fine del tunnel. La mie perplessità riguardano la nostra generazione. Nell’epoca della disinformazione riusciremo noi generazioni future a portare a termine questa ricerca verso l’uguaglianza?

Ti ritieni femminista e se si hai mai sentito una forma di giudizio da parte degli altri a causa di ciò?

Femminista, credo che ci sia molta disinformazione riguardo l’etimologia di questo termine. Oggi se cerchiamo sul vocabolario la parola femminismo troviamo “Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne”.  Si, sembrerebbe essere nato tutto da lì, ma oggi mi sembra più che si stia cercando l’eguaglianza sotto ogni aspetto piuttosto che un accorciamento delle distanze dal punto di vista economico e dei diritti. Questo per dire che grandi passi in avanti sono stati fatti e che tanti altri sono necessari al raggiungimento di una vera eguaglianza, di genere, di specie, di pensiero.

Virgin & Martyr​

“Virgin & Martyr è un progetto collettivo di divulgazione che promuove una cultura positiva, aggiornata e inclusiva. Nato nel 2017 come progetto online è ora una realtà multiforme composta da giovani divulgatori e collaboratori dalle diverse provenienze e contesti formativi, supportata da una community in continua crescita. I nostri obiettivi sono diffondere informazione e permettere un confronto curioso ed entusiasta riguardo i temi legati all’educazione socio-affettiva, sessuale e digitale, puntando a demolire tabù e pregiudizi con approcci accessibili e ogni mezzo a nostra disposizione”.

“Sexual shame” significa letteralmente “vergogna sessuale” ed è un sentimento che può essere imparato o acquisito inconsapevolmente a diversi livelli e per cause differenti. Crescendo, tutti i messaggi e i comportamenti che abbiamo appreso in maniera più o meno diretta riguardo i corpi e la sessualità hanno influenzato in qualche modo il nostro rapporto con essi. La vergogna viene considerata un'emozione secondaria derivante dall’interazione con un contesto sociale e le sue norme. La si prova quando si teme un fallimento personale rispetto a degli standard che ci si è posti, e riguarda strettamente il modo in cui ci giudichiamo più o meno adeguati. Ognuno di noi ha in mente un modello di persona a cui vorrebbe assomigliare che è il risultato degli apprendimenti e delle esperienze della nostra vita. Nella sua creazione, hanno una posizione centrale anche i ruoli di genere, ovvero quelle convenzioni sociali che decretano cosa è “da donna” o “da uomo”, senza tenere conto delle infinite sfumature esistenti. Nel momento in cui non coincidiamo con questa visione ideale, proviamo vergogna o imbarazzo. Quest’ultimo ha una sfumatura leggermente diversa, in quanto si prova solamente con altre persone e infrangendo regole sociali che non condividiamo, a differenza della vergogna che implica l’adesione - anche parziale - alle regole. A volte, provare queste emozioni è come mettersi completamente in discussione, per questo può portare con sé ansia, rabbia o delusione in grado anche di minare l’autostima, uno dei principali carburanti del piacere. Ecco perché tutti questi “divieti interni”, fissazioni e sensi di colpa non solo non ci permettono di godere ed esprimerci liberamente, ma possono essere collegati anche a veri e propri disturbi sessuali, dall’assenza di desiderio alla difficoltà di eccitarsi, fino a disagi che coinvolgono orgasmi o risposte nervose. È molto comune, specialmente a partire dagli anni dell’adolescenza, percepirsi poco o per nulla attraenti, e ancora più comune è il senso di pudore generato dall’idea che i propri pensieri a sfondo sessuale vengano scoperti e giudicati. Oltre al fatto che ogni corpo è unico e apprezzabile così com’è, avere desideri sessuali è come avere fame o sete: naturale. Allo stesso modo, esprimere curiosità nei confronti di sé, sia quando da piccoli si va alla scoperta dei propri genitali per le prime volte, sia da adulti quando non si smette di conoscersi e sperimentare, è positivo e andrebbe incoraggiato, invece che giudicato e limitato. Nessuno di noi nasce con la sensazione di vergogna o pudore perché si tratta di sentimenti che acquisiamo nel tempo. Trattare il tema del sexual shame ci permette di discutere apertamente dell’intenso disagio che la vergogna e l’imbarazzo possono portarci a vivere, e di come possiamo cambiare le cose.

Y Spot

Y Spot, o (Y), è un brand italiano dedicato al benessere sessuale e al piacere delle donne in particolare. Una realtà nuova dall’estetica distintiva e diversa al servizio di una missione chiara: normalizzare la masturbazione femminile e promuovere un dialogo aperto e libero sulle tematiche sessuali.

Come ci si sente ad essere un brand italiano di sex toy nel 2020 — momento in cui, nel nostro paese, il discorso della self-pleasure è (purtroppo) ancora tabù?

In realtà è proprio quello il motivo principale per il quale siamo entrati sul mercato del benessere sessuale con un focus sull’Italia, perché nel 2020 è importante che quei temi vengano approcciati e discussi in modo libero e privo di vergogna o imbarazzo. Il piacere sessuale è definito come diritto umano dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, quindi è davvero ora che la sua ricerca venga normalizzata. Il self-pleasure non è una sottoforma di sessualità, ma uno dei pilastri di una vita sessuale ricca e consapevole. Quello che ancora manca in molti paesi è la giusta educazione sessuale. Oggi il discorso è quasi esclusivamente impostato sulla prevenzione; si parla di sesso in termini di rischi, con un linguaggio negativo. È quindi fondamentale aggiungere una componente di pedagogia positiva a supporto dello sviluppo sessuale individuale.

L’idea di acquistare un sex toy può essere vissuta con vergogna: avete delle dritte per fare quel passo avanti e dire “okay, lo compro”?

In molti abbiamo ad un certo punto provato un po’ di quella vergogna, proprio perché molte esperienze di acquisto presentano i prodotti di benessere sessuale come oggetti legati ad un discorso di perversione o pornografia. Proprio per questo è importante la terminologia che applichiamo alla nostra stessa pratica: la masturbazione non è lussuria, è un gesto di benessere. Comprando un sex toy ci prendiamo cura di noi. Oltre alla sostanza, crediamo anche che l’estetica sia fondamentale; la vocazione dei nostri prodotti è di uscire fuori dai cassetti e altri posti nascosti. Abbiamo scelto un linguaggio visivo forte che contrasti con i soliti colori e packaging. Perché comprare un vibratore diventi naturale e semplice come comprare una crema per il viso.

Nonostante al momento il vostro sia un brand tutto dedicato al piacere della vagina, ci sono anche degli uomini nel vostro team: che accento diverso pongono su questo tipo di piacere?

Uno dei punti di forza nel nostro team è proprio quello: siamo un team misto con punti di vista diversi ma complementari. È importante che un progetto creato per promuovere il benessere sessuale femminile venga anche portato e difeso da uomini; se vogliamo che le cose cambino è fondamentale che la conversazione non si limiti alla sfera femminile ma che coinvolga tutti, proprio perché il male gaze è tra i motivi principali per cui si è creata una cultura della vergogna intorno al tema della masturbazione e in generale su tutte le questioni legate alla vagina. Per quello gli uomini di (Y) contribuiscono a definire una visione a 360 gradi del benessere sessuale, per cercare di avviare un dialogo tra le parti, e per educare le donne, le coppie ma anche gli uomini sul tema del piacere femminile e su quanto il vibratore possa diventare uno strumento di massimizzazione del piacere nella coppia.

Volete abbattere la pleasure-gap: secondo voi quali errori si compiono ancora (magari involontariamente) che portano avanti questa problematica?

Qui introduciamo una variabile non ancora menzionata sopra: il genere. Purtroppo quello che il pleasure gap ci conferma in maniera statistica è che uomini e donne non sono uguali di fronte al piacere sessuale. Ci sono diversi aspetti che spiegano il fatto che le donne accedano meno facilmente all’orgasmo durante i rapporti con un partner (il gap maggiore si nota nei rapporti eterosessuali), tra cui: il fatto che la penetrazione rimanga troppo spesso il focus principale; il fatto che nella maggior parte dei casi l’eiaculazione maschile sia vissuta come la conclusione del rapporto; e il fatto che ancora ci sia una conoscenza troppo parziale dell’anatomia delle donne e delle dinamiche del piacere femminile. Quello da parte degli uomini ma anche delle donne stesse: infatti, oltre al regalarci orgasmi molto più facilmente, la masturbazione è anche il miglior metodo per capire il funzionamento del proprio corpo, quello che ci piace, quello che funziona e quello che non funziona per niente. Senza poi escludere il fatto di introdurre un toy nei giochi in due.

Qual è stato il vostro primo sex toy? C’è stato dell’imbarazzo durante le prime esperienze?

Per tutti il primo acquisto è stato un sex toy da usare nel contesto di una sessualità di coppia: per qualcuno è stato uno stimolatore clitorideo esterno, antiestetico ma funzionale, mentre per qualcun altro è stato addirittura uno strap-on color carne abbastanza inquietante, seguito da un vibratore altrettanto brutto, nel solito viola, con aggiunta di glitter... Il classico sex toy che finisce nel cassetto delle mutande per non uscire mai più. Tutti ci siamo accordati su quanto le esperienze fossero state insoddisfacenti: gli store in cui avevamo acquistato quei prodotti non erano molto invoglianti, e l’atmosfera non risultava per niente erotica o seducente. Oltre al pizzico d’imbarazzo, abbiamo soprattutto provato delusione in quanto non ci riconoscevamo né nei prodotti, né nel modo in cui venivano venduti.

In quale direzione punta il brand (Y) nel prossimo futuro?

(Y) è nato da poco meno di un’anno e stiamo ancora facendo un lavoro di introduzione del brand, cercando di comunicare i nostri valori e la nostra missione di normalizzazione del self-pleasure. La nostra è una delle realtà che si stanno impegnando perché il benessere sessuale venga apprezzato e capito meglio in Italia e stiamo infatti cercando di sviluppare collaborazioni in questa direzione, per creare sinergie ed effettivamente cambiare le cose. Detto quello, stiamo anche progettando di espanderci verso altri paesi europei. Lato prodotto ci stiamo impegnando per ampliare la nostra offerta con prodotti complementari, che possano inserirsi in tutti i momenti e le esigenze legate al benessere sessuale. Le idee sono tante, così come lo è la nostra energia, e siamo davvero entusiasti di poter essere tra i protagonisti di questa nuova rivoluzione del piacere.

Female masturbation, aka the unknown

di Anna Castagna

“Si sente parlare spesso di masturbazione, anche se nel tempo le idee e le teorie in proposito sono molto cambiate, così come i suoi significati e il modo in cui viene concepita dal punto di vista morale. Ma ci siamo mai soffermati a pensare cosa ci viene in mente quando parliamo di masturbazione? Chi ci viene in mente che possa praticarla e in quale momento della vita? Spesso e volentieri, quando si parla di masturbazione si pensa a un tipo preciso di masturbazione: di primo acchito, si pensa che venga praticata soltanto dall’universo maschile e solo nel periodo dell’adolescenza. Pensate che nella storia, sia che si parlasse bene della masturbazione sia che se ne parlasse male, non era minimamente concepito che una donna potesse masturbarsi. Nel lontano 1800, fu dato alle stampe un simpatico libro che raccontava tutte le disgrazie che avrebbe provocato la masturbazione sui fanciulli; nei casi peggiori, diceva, poteva portarli perfino alla morte. Il tutto era accompagnato addirittura da eminenti teorie mediche dell’epoca.Il libro non si preoccupava minimamente di citare le ragazze! Questo perché le donne erano considerate immuni alle disgrazie della masturbazione? Certo che NO, semplicemente perché nessuno si era mai posto il problema che una donna potesse masturbarsi. Fortunatamente dal 1800 le cose sono cambiate! Moltissime donne si masturbano e si dedicano all’esplorazione del loro piacere e del loro corpo. Purtroppo, però, aleggia ancora un fantasma sulla masturbazione femminile; come mai? Sicuramente una delle motivazioni fondamentali è che, come abbiamo potuto vedere, non se né mai parlato e se ne parla ancora molto poco. Capita che i genitori possano fermare bambine e adolescenti, quando le sorprendono ad esplorare i loro organi sessuali. Questo può portare a  vivere la masturbazione come se fosse una pratica sporca, una pratica da poco di buono o comunque qualcosa che non va assolutamente fatto. In questo ultimo caso, il senso di colpa e di vergogna può condizionare la donna fino a farla allontanare dall’esplorazione del proprio piacere e del proprio corpo. Se a tutto questo uniamo la mancanza di una educazione sessuale corretta che non aiuta a sfatare dei falsi miti, sarà molto difficile togliersi dalla convinzione che “questa cosa” non va fatta. La masturbazione è tutt’altro che pratica sporca o immorale; al contrario, fa  molto bene al corpo e aiuta nell’esplorazione di quest’ultimo e nella scoperta del proprio piacere. Una donna che si masturba è una donna che si esplora e che si conosce, che tiene in mano le redini della propria soddisfazione e che può, perché no, spiegare al partner (che non ha la sfera magica per leggere nella testa della compagna) come stimolarla a dovere per portarla al piacere. L’autoerotismo, inoltre, non è una pratica che viene effettuata solo in adolescenza, ma accompagna la persona all’interno dell’intero ciclo di vita. I bambini si toccano gli organi genitali fin da molto piccolo per esplorare il proprio corpo. Anche nell’età adulta, la masturbazione viene praticata per provocarsi piacere, ridurre lo stress ed esplorare il proprio corpo e le proprie fantasie, conoscersi e riconoscersi. Non dimentichiamo mai che il nostro corpo cambia, non si dovrebbe quindi mai smettere di esplorarlo. Sono molte le tecniche con le quali le donne amano masturbarsi. C’è che ama la stimolazione del clitoride, chi predilige la penetrazione e chi si diletta con l’utilizzo di sex toys. Come in tutto, anche con la masturbazione non esiste una ricetta, ma solo l’ascolto e l’accettazione e la voglia di scoprirsi e divertirsi con se stesse!"

Buona masturbazione a tutte voi!

“Sono Anna e sono una consulente sessuale. Posso dire che tutta la mia vita è stato un susseguirsi di conferme che la sessualità era il campo in cui volevo lavorare. La mia storia parte presto. Una malattia genetica mi impedisce di camminare da quando ero bambina. Forse anche a causa di questo, non ho mai posto giudizi o pregiudizi sugli altri. Sono sempre stata una persona con la quale parlare senza paura di sentirsi giudicati. Intorno ai miei 15 anni, quindi, una persona a me molto cara venne da me e solo da me per confidarmi un segreto: era omosessuale. La cosa che mi colpì del suo racconto non era tanto che fosse omosessuale. Ciò che mi colpì fu tutto il dolore che si teneva dentro a causa della sua situazione. Mi chiesi perché una persona dovrebbe soffrire così tanto per una cosa bellissima e naturale, come amare e fare sesso. Da qui le domande aumentarono e iniziai a cercare sempre più risposte. Avevo voglia di capire e soprattutto di fare qualcosa, di fare la differenza. La seconda conferma arrivò con un tirocinio fatto durante il corso di laurea in Scienze dell’Educazione. Lavoravo in una cooperativa per la lotta contro la prostituzione, che toglieva queste donne dalla strada. La cosa che mi colpì di più fu che queste donne, donne che avevano fatto le prostitute per tutta la vita, non avevano la minima idea di come funziona la sessualità. Non sapevano neanche come proteggersi da gravidanze e malattie. Fu allora che capii che fare sesso non significa conoscerlo e che fare sesso non significa vivere la sessualità che desideri. Tante persone non sanno neanche che quello che desiderano è fattibile; peggio ancora, tante non sanno nemmeno quello che desiderano. Mi resi conto che il sesso richiede formazione e decisi di studiare come consulente sessuale, nonostante i tanti dubbi. La consulenza sessuale è un campo a suo modo difficile. Devi scontrarti con pregiudizi, stereotipi, problematiche estranee ad altri tipi di lavoro. Ho deciso di intraprendere comunque questa strada perché credo che chiunque abbia diritto a una sessualità sana e consapevole. Ho deciso di andare avanti perché ho capito che la sessualità è parte integrante dello stare bene. Come detto, tutti questi eventi mi hanno confermato che la consulenza sessuale era la strada giusta per me. Anche grazie ad essi, ho imparato come aiutare gli altri a trovare una nuova consapevolezza di sé.”

Che tipo di disabilità hai?

Ciao a tutti, sono Anna. La mia disabilità si chiama Amiotrofia Spinale. Per sintetizzarla in poche parole si tratta di una patologia che colpisce il motoneurone e toglie così forza ai muscoli. Io non cammino ma riesco a muovere tranquillamente gambe e braccia.

Che tipo di rapporto hai col tuo corpo e come è cambiato con la disabilità?

Ho un ottimo rapporto con il mio corpo. Non saprei dirti come è cambiato con la disabilità perché io ci convivo da quando sono piccola, forse l’affermazione più corretta è “come sono riuscita a conoscerlo e riconoscerlo con e nonostante la disabilità”. Fin da quando ero molto giovane ho fatto molti percorsi olistici che mi hanno aiutato a capire il mio corpo, accettarlo e amarlo. Così ogni cambiamento che ho vissuto, bello o brutto, aspettato o meno, l’ho vissuto non vivendo il mio corpo non come un nemico ma come un alleato.

Quando hai scoperto la masturbazione?

Ho scoperto la masturbazione fin da quando ero molto piccola. Se posso farti una stima credo di aver avuto 4 o 5 anni. Chiaramente non capivo esattamente cosa stessi facendo, semplicemente per me era una cosa bella, piacevole quindi perché non farla?

A chi ci rivolgiamo quando parliamo di masturbazione, chi può esserne interessato?

Quando parliamo di masturbazione ci rivolgiamo a tutti, in quanto la masturbazione fa parte di ognuno di noi. Viene praticata da uomini e donne, biologici e non, viene praticata in ogni fase della vita con modalità e scopi diversi. La masturbazione non è una pratica, come spesso si pensa, che viene relegata nell’adolescenza. I bambini fin da molto piccoli praticano la masturbazione, non con un fine erotico, ma con lo scopo della scoperta e dell’esplorazione del proprio corpo. Così come gli adulti, che nelle diverse fasi della vita (gioventù, adultità, menopausa andropausa ecc..) si masturbano per il piacere, per rilassarsi e anche per riscoprire il proprio corpo.

E’ possibile che una persona disabile non possa provare piacere sessuale?

A questa domanda risponderei: esattamente cosa intendiamo per piacere sessuale? Il piacere sessuale può snodarsi in molte parti del nostro corpo e non essere relegato solo al piacere genitale. Se partiamo da questo presupposto sarà molto semplice la risposta a questa domanda che è No, non è possibile. Anche se prendiamo l’esempio di una persona che non ha sensibilità dal collo fino alla punta dell’alluce non dimentichiamoci che il viso ha delle zone erogene che possono provocare molto piacere, pensiamo per esempio alle orecchie!

E’ possibile che una persona disabile non abbia istinto sessuale?

Anche qui, cosa intendiamo per istinto sessuale? E’ possibile che qualcuno abbia un istinto sessuale che non è ciò che intendiamo noi (in questo caso mi riferisco più alla disabilità intellettiva), ma non è possibile non ci sia per niente. Ognuno di noi ha la sua concezione di istinto sessuale, per qualcuno sarà il desiderio dell’incontro pene vagina per qualcun altro magari delle carezze sul corpo.

Come si riflette la masturbazione nella sfera emotiva (personale e condivisa) e fisica?

Sicuramente la masturbazione è un modo per conoscere sè stessi e il proprio corpo. Ci permette di esplorarci e di entrare in contatto e conoscere il nostro piacere. Masturbarci ci permette di poter spiegare all’altro ciò che ci piace, ci rende padroni del nostro piacere senza dover passare da mani altrui. Io trovo che sia una scoperta e una ri-scoperta continua che può accompagnarci nelle varie fasi della nostra vita. Non dimenticando inoltre il fatto che masturbarsi fa molto bene al corpo.

Fantamulieris​

“Amiamo unire le persone online e offline. Abbiamo così rafforzato la nostra community: le fantagirls. Ragazze da tutto il mondo, donne piene di talento e artiste di ogni genere si sono unite alla nostra community. Fantabody è per tutte quelle ragazze che vogliono esprimere se stesse e il loro corpo nella loro totale libertà e individualità. Abbracciamo la diversità e incoraggiamo l’auto accettazione. Vogliamo che ogni donna possa sentirsi incoraggiata dalla rappresentazione più vasta possibile, creiamo design che possano vestire ogni tipo di corpo.”

@fantabody_

Alice Arcangeli

Vivo in questo corpo da anni, per un totale di 22. Abbiamo giocato in squadre avversarie per anni e tuttora fatico a non vederlo come nemico. Ma ci vivo e lo penso, forte, sempre. Lo tocco e a volte lo odio ma sono allenata. Ho creato un nuovo impulso in me che fa si che io mi fermi, fermi l’odio fermi e quelle parole che mi scorrono nella testa. L’allenamento consiste nel voler bene a me come voglio bene agli altri. Se non giudicherei mai il corpo altrui come “brutto”, perché dovrei col mio?

Chiara Cognigni

Mi piace collezionare vasi, vedo nel mio corpo la forma di uno di quei vasi che comprerei quasi sicuramente. Ho impiegato del tempo a capire la bellezza dei vasi, contenitori di acqua, acqua che permette di far vivere ancora i fiori per qualche tempo. Nel mio corpo vedo un ottimo contenitore per me stessa, per la mia anima, che ho imparato a rispettare cambiando acqua molto spesso. Colleziono vasi da un po’ quelli che amo di più sono quelli a forma di clessidra, nel punto più stretto, all’altezza dello stomaco, tutto è così unito e vivo, esattamente come nel mio corpo.

Sara Lorusso

1995 - 2020

Per il mio corpo,

Scusami per quello che ti ho fatto, scusami per quello che ti farò.

Le mie lacrime ti hanno percorso e si sono combinate con la mia anima.

Ora siamo una cosa sola.

Greta Langianni

Se solo potessi contare i commenti che un estraneo  o qualcuno di vicino a me ha espresso sul mio corpo lo farei. Nonostante mi risulti difficile ricordare nello specifico determinate parole usate ricordo benissimo come quei commenti non voluti mi abbiano fatta sentire. Ricordo coloro che hanno cercato di farmi vergognare del mio peso, prima quando non era abbastanza e successivamente quando era troppo. Ricordo coloro che hanno cercato di sessualizzarmi tramite la forma del mio corpo, i miei fianchi, le mie labbra carnose, anche ad un’età in cui certi commenti mi facevano vergognare di me stessa. L’unica cosa che volevo fare era nascondermi dagli occhi della gente, a volte lo desidero ancora. Ricordo quelle volte in cui il mio corpo è stato preso da me tramite questi commenti. Perché sono tutti così interessati a dare un’opinione al riguardo? È il mio corpo in fin dei conti, non dovrei essere l’unica che ha da dire qualcosa al riguardo? Non voglio che il mio corpo appartenga agli altri che cercano di appropriarsene commentandolo e giudicandolo, a volte semplicemente guardandolo. Voglio che il mio corpo mi appartenga, non importa il suo aspetto, è solo i miei occhi che deve compiacere.

Oltre di Luisa Pagani​

Ho conosciuto di persona Vanessa il giorno stesso dello shooting, ero arrivata a Napoli la sera prima e ci sarei stata solo per quel giorno. La sera del mio arrivo mi soffermai sulla fontana del Gigante, in via Partenope. Pensai subito: ‘’Ah ecco, finalmente Napoli! ‘’. Quella sera conobbi anche Francesco, lo invitai subito a scattare con noi e così fu. Il giorno seguente andammo a scattare alla fontana del Gigante dove notai un particolare che ha poi dato il nome a questo progetto, una scritta: ‘Oltre’ . Pensai subito che per Vanessa non c’era scritta più azzeccata.

1992 di Luisa Terminiello ​

Ho cominciato a fotografare in adolescenza, non sapendo dire quanto duri un’adolescenza potrei dire di fotografare ancora in adolescenza. ho cominciato con il fotografare me, il corpo come primo abito, come primo spazio abitato, così a seguire un abito dopo l’altro, ogni corpo si fa manifesto di altri, ogni spazio dice di altri, sciogliendo i confini riconosciuti, la famiglia, lo spazio domestico, lo spazio esterno alla casa, fino alle case degli altri, agli altri, estranei, improvvisi, imprevisti. La fotografia è divenuta non il fine ma la testimonianza di un moto di ricerca continuo, un processo al mio tempo, e lì dove non sappia dire cosa io stia cercando continuo a cercare, allargando così il dispositivo e mettendo in gioco ogni possibile linguaggio incosciente, così che la fotografia oggi sia solo la traccia di un processo, che nasce in scrittura, in costruzione, in installazione, ogni mezzo di cui posso essere incompetente diventa il mezzo possibile per questa gioco serio, come lo è il gioco dei bambini, che in età adulta, chiameremo caccia. L’immagine nelle sue declinazioni totali, video, stampa, scritta, non è una ricostruzione del reale, ma una restituzione di una serie di dati accumulati nel vivere quotidiano, e in questo quotidiano si radica la meraviglia e la violenza della razza umana, e dell’animale che pulsa. sono cresciuta in uno spazio aperto, selvatico e lì dove addomesticato dall’uomo, maldestro, in una evidente superiorità della natura sono stata svezzata e educata, questo entra dappertutto,  il moto naturale mi ha messo al mondo con una misura che mi restituisce chiaro quale debba essere la responsabilità di un fare singolare, oggi.​

BODY di Lotte Van Raalte

Durante la quarantena ho avuto il piacere di intervistare tramite call la fotografa ed artista Lotte Van Raalte riguardo il suo libro “BODY”, raffigurante 46 donne tra i 13 e 94 anni. In una prefazione scritta da Lou Stoppard in “BODY”, si legge:

“Abbiamo impiegato più di anno per la realizzazione di queste immagini. Cosa, come collezione, formano? Uno statement? Un dibattito? Magari no. L’intenzione qui era più silenziosa, meno didattica. Questa è una riflessione e documentazione del mondo femminile in questo momento, di questi tempi. BODY è nato dall’ammirazione per le persone, per le donne - un senso di gioia trovato nella compagnia di altri del nostro stesso sesso.”

Ciò che mi ha incuriosito fin dall’inizio è come questo progetto fosse iniziato, cosa si trovasse all’origine di tale ricerca. “Iniziò tutto quando stavo scattando una campagna commerciale, c’era questa producer che catturò la mia attenzione e così decisi di scattarla, prima con i vestiti addosso e successivamente con dei veli, finché non fu completamente nuda. Non avevo mai pensato di poter scattare fotografie di nudo, quella fu la mia prima volta.” Successivamente Lotte aprì una call su Instagram cercando persone disposte a scattare nude. Il risultato fu una serie di risposte da circa 40 donne e 3 uomini. Ciò fece focalizzare l’attenzione e lo sviluppo del progetto verso il corpo femminile. “Dissi di si a quasi ogni donna che rispose alla call, ma dovetti successivamente fare una selezione, volevo ritrarre tutti i tipi di corpo, quelli “normali”,  giovani, anziani, volevo diversità ma in modo da racchiudere ciò che viene (o no) considerato la normalità, non volevo focalizzarmi sugli estremi ma proprio sulla normalità. Oltre a Instagram ho anche cercato tramite amici e genitori di amici donne più anziane, che vengono spesso escluse dalla rappresentazione del corpo, per me le rughe sono storie impresse sulla pelle, e ci tenevo a raccontare queste storie.” Ogni volta che un fotografo scatta qualcuno, nudo o no, è sempre una questione di creare uno spazio sicuro dove poter acquisire fiducia in modo da connettersi e aprirsi in qualche modo. Significa fidarsi di chi è dietro alla lente abbastanza da poter essere vulnerabile di fronte ad essa. “Alcune di loro tremavano, iniziavano spesso con i vestiti addosso, con ciò con cui si sentivano a loro agio, alcune donne non volevano le proprie facce ritratte, altre non volevano delle parti specifiche del loro corpo in mostra. Nel momento in cui si spogliavano e ci trovavamo nel momento era semplicemente magico. Ognuno ha un corpo, è forma pura dell’essere. Spesso scattavo nella natura; siamo, come persone, parte della natura stessa, quindi acquisisce senso il nostro essere nudi al suo interno.”

Lotte ha posto a tutte le donne fotografate tre domande:​

Qual è la tua relazione con il tuo corpo?

Cosa pensi degli attuali standard di bellezza?

Descrivi il tuo corpo nel modo più oggettivo possibile in poche parole.

Successivamente chiedendosi cosa fare con queste interviste ha pensato di realizzare un libro. “Volevo che il libro fosse il più oggettivo possibile così ho usato solo le risposte all’ultima domanda. Ho lavorato al progetto per due anni di cui l’ultimo insieme al graphic designer. L’industria va così veloce, ci sono così tanti contenuti così velocemente, volevo avere degli ostacoli che non rendessero il processo così facile, desideravo creare qualcosa con fatica ma amore. Ho parlato con un pò di editori ma era il mio primo libro e ci tenevo a realizzarlo indipendentemente, così ho chiesto aiuto tramite crowdfund, è stato uno degli ostacoli più grossi per me poiché dovevo fare un video di me stessa dove chiedevo alle persone di aiutarmi, e questo mi è sempre risultato difficile. Alla fine, sono riuscita ad ottenere una buona somma per il libro.” Dopo aver discusso di BODY, ho chiesto a Lotte cosa significasse la vergogna per lei avendo lavorato a stretto contatto con persone che si mostravano così limpidamente, senza nessuna maschera. “La meditazione di ieri aveva come tema proprio la vergogna, ha a che fare con il non poter essere completamente se stessi, liberamente e apertamente. Non provo spesso vergogna, direi che piuttosto sono una persona che riflette molto (overthinker) ma non credo che abbia a che fare con la vergogna. La vergogna è ovunque, in ogni cultura, in qualche modo rappresenta il non voler essere completamente vulnerabili, penso che sia molto bello quando le persone si dimenticano tutte quelle maschere e stratagemmi che spesso fungono da copertura contro la vergogna. Durante questi scatti molte donne inizialmente si vergognavano ma potevo sempre capire e captare  il momento in cui quel velo scendeva. La vergogna non è naturale, è qualcosa che impariamo.”

A talk with my friends: Tattoos

Quando e come ti sei appassionata al mondo del tatuaggio?

Matilde Masi: Ricordo che all’inizio del liceo eravamo un po’ tutti incuriositi dai tattoo, per l’aspetto trasgressivo della cosa e così iniziammo a farcene qualcuno con ago e china. Durante l’ultimo anno ero davvero confusa su quello che avrei potuto fare nella mia vita, il mio indirizzo al liceo artistico (beni culturali) mi ha formato in modo molto generico, senza darmi più di tante prospettive. A 18 anni finalmente mi potei fare il mio primo vero tattoo in studio, io ero felicissima, mia madre invece era ancora molto contraria (mi baciò il braccio intonso prima dell’appuntamento). Rimasi talmente ammaliata che decisi di voler approfondire il mestiere. Penso di essermi appassionata in maniera consapevole quando ho iniziato a vivermi il tattoo come stile di vita, a conoscerne le varie culture e mondi. Sono stata fortunata a poter lavorare e crescere coi miei migliori amici, in questo lavoro nella maggior parte dei casi, crei un unione che va oltre l’amicizia, c'è rispetto e ammirazione.

Matilde Tommasini: I primi contatti con questo mondo li ho avuti tramite mia madre tatuata da che io ho memoria, infatti il mio primo tatuaggio lo abbiamo fatto insieme. Io avevo 16 anni. Mi sono resa conto tramite l’esempio di mia madre che l’accezione comune della persona ricoperta di tatuaggi e quindi fuori dalle regole sociali era totalmente falsa. Diventata amica di Matilde Masi mentre stava ancora studiando per diventare tatuatrice ho vissuto indirettamente questo suo percorso comprendendo ed apprezzando ancora meglio il mondo del tatuaggio.

In che misura pensi che l’essere tatuata influenzi sul tuo stile di vita? Hai mai ricevuto critiche da persone vicine a te?

Matilde Tommasini: Io vivo da quando ho 16 anni in Olanda, mediamente lavoro tra Belgio, Germania e Paesi Bassi. Le critiche, verbali o meno, le ricevo maggiormente quando torno in Italia in visita, che sia al supermercato o quando passeggio per la città. Questo tipo di mentalità si riflette anche sul mio nucleo familiare che essendo in Italia porta alcune persone (chiaramente non mia madre) ad avere un atteggiamento critico che però non condanno proprio perché inserito nel contesto che ho citato prima. Quindi vivendo all’estero l’essere tatuata non ha influito nel mio stile di vita. Sicuramente qualche traccia dell’idea del ballerino “puro” è rimasta e qualche insegnante o spettatore di generazioni passate mi ha fatto qualche critica non necessaria. Sono anche consapevole del fatto che essendo così tatuata ci potrebbero essere delle piccole ripercussioni a livello lavorativo poiché la mia immagine è parte del mio prodotto. Ma la mia immagine rispecchia appieno la mia arte quindi il mio essere tatuata funge un po’ da filtro per tipi di progetti che comunque non farebbero per me.

Hai cambiato l’opinione sul tuo corpo dopo esserti tatuata? O meglio, il tatuaggio ti ha reso più sicura di te stessa e del tuo corpo?

Laura Carnevali: Non mi sono tatuata solo per essere più sicura di me stessa esteticamente. O meglio, quando ho iniziato era ancora un concetto inconscio. Mi piacevano i tatuaggi e quindi volevo averne e, in più, nella mia testa cambiavano la percezione che avevo di me stessa; di conseguenza ero convinta che avrebbero cambiato anche quella degli altri: ho vissuto la mia intera adolescenza consapevole di essere una ragazza timida e riservata, e vergognandomi di questo. Tuttavia sono anche forte, mi sembrava che essere tatuata fosse ciò che mi permetteva di dimostrarlo senza dover per forza aprire bocca. Crescendo e aggiungendo pezzi diversi, ho realizzato che mi piaceva farmi dei tatuaggi anche perché mi rendevano capace di accettarmi fisicamente, cosa sulla quale tuttora sto lavorando. Col tempo, la visione che avevo di me stessa è mutata e quando ho fatto pace con la persona che sono e che sarò, i tatuaggi sono diventati qualcosa di cui non posso fare a meno. Sono passata dall’interpretare la “me tatuata” come la mia stessa guida e protettrice, a capire che io stessa lo sono, e che i tatuaggi sono un’aggiunta pregiata alla mia immagine, cosa di cui sono conscia e fiera. Perciò sì, mi hanno decisamente aiutata ad essere più sicura del mio corpo e ad accettarlo, nonostante non fosse il traguardo principale da raggiungere quando ho cominciato; una volta realizzato che effettivamente, però, erano un grosso aiuto, ho iniziato a tatuarmi le gambe per guadagnare abbastanza sicurezza da mostrarle, e mi sono fatta il primo pezzo sulla pancia per la stessa ragione. Diciamo che tatuarmi ha facilitato il legarmi a me stessa: sia interiormente, rendendomi capace di intraprendere il viaggio che l’amor proprio richiede, sia esteriormente, rendendomi capace di apprezzare veramente il mio corpo.

Hai mai ricevuto critiche da persone vicino a te?

Greta Elmi: Credo che ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti delle persone tatuate, ma d'altra parte ci sono e ci saranno sempre. Spesso mi è capitato di ricevere critiche, soprattutto dai miei genitori. Purtroppo mi è capitato anche in una relazione amorosa, dove il mio ex compagno pensava che tatuarmi potesse cambiare il mio aspetto fisico e di conseguenza potesse cambiare il suo interesse verso di me. All’epoca non ci detti realmente peso, ma ad oggi mi rendo conto che è una cosa folle. Con le critiche comunque impari a conviverci, anche perché non puoi piacere a tutti, l'importante è piacersi.

Laura Carnevali: Ho attraversato numerose fasi a riguardo. All’inizio mi divertivo: mi sentivo originale e anche un po’ ribelle... Poi ho iniziato ad infastidirmi. Al di là dei discorsi e delle liti che potevano scatenarsi all’interno del mio nucleo familiare, ciò che davvero mi faceva ribollire il sangue erano le opinioni di gente sconosciuta che dovevo ascoltare o sentirmi riferire, e le deduzioni e stereotipi che mi venivano cuciti addosso. Ho comunque ricevuto anche diversi complimenti e, fortunatamente, molte persone mi si sono approcciate con curiosità e voglia di comprendere, piuttosto che risultare indisposte a riguardo. Crescendo ho imparato a vivere tutto ciò con filosofia, realizzando che purtroppo certi luoghi comuni sono duri a morire, e i pregiudizi pure. L’importante è fare di tutto perché col tempo sbiadiscano, nella speranza che in futuro arrivino a svanire. Far capire alle persone che ti sono vicine cosa pensi e come ti senti è ciò che davvero serve, ma la cosa più importante è riuscire a infrangere l’illusione collettiva che sia obbligatorio soddisfare le aspettative altrui per esistere realmente e nel modo giusto. È una grossa bugia.

Ti sei mai sentita messa in secondo piano in quanto tauatrice donna?

Matilde Masi: Si, è un ambiente prevalentemente maschile, anche se negli ultimi dieci anni un sacco di donne sono arrivate ad avere fama e rispetto come tanti uomini. Il mondo del tattoo è inclusivo, ma allo stesso tempo essendo diventata una moda è difficile farsi valere. Quindi per poter avvicinarsi ‘’ai grandi’’ bisogna dimostrare il doppio della passione e purtroppo se sei una donna devi dimostrare il quadruplo.

Shame

di Gianluca La Persia

Sono Gianluca Persia, vengo da Trieste ma vivo a Milano da circa 4 anni dove studio e lavoro come fashion designer, non amo le etichette e non voglio essere categorizzato né come studente e tantomeno come fashion designer, amo la creatività in tutte le sue molteplici sfaccettature. Questa repressione per le etichette la porto dentro di me da sempre, da molto tempo convivo con essa e ciò ha influito moltissimo sul mio modo di vestire prediligendo abiti ““femminili””. Questa predilezione che si manifesta costantemente in maniera appariscente non mi fa passare inosservato quando esco, ma di questo non mi sono mai vergognato. Non mi sono mai vergognato delle mie scelte, che si tratti di un vestito o di una persona da amare, è una lotta dura tutt’ora in atto che non cesserà certo domani. Ci sono stati dei momenti in passato in cui mi sono sentito fuori posto, non ho avuto un’adolescenza bellissima, ma chi non l’ha avuta? Ma non mi va di parlare del passato, vorrei infatti parlare del presente che è l’unica di cui mi vergogno! Mi vergogno della situazione politica attuale che molti stati nel mondo stanno vivendo, mi vergogno di appartenere al genere umano ogni volta che mi ricordo che ancora oggi nel 2020 l’omosessualità è considerata reato in ben 69 paesi nel mondo. Mi vergogno ogni qualvolta sento la notizia che una persona transgender si è suicidata perché pressata da uno stato che continua a negare i suoi diritti. Non sto parlando di stati lontani e conservatori, in Europa nella vicina Ungheria da poco è stata approvata una legge che definisce il genere come per “sesso biologico basato sulla nascita e sul genoma” d’ora in avanti in Ungheria le persone transgender non potranno modificare i documenti di identità cambiando nome e la propria identità di genere. Mi vergogno di questo, dell’odio umano nei confronti di un’altra persona quale essa sia (donna, trans, caucasica, orientale, africana, non binaria ecc..), come può una società che preme sull’avanzamento e sull’evoluzione affiancarsi a degli ideali di odio così retrogradi? Mi chiedo perché l’essere umano invece di sfornare modelli sempre più tecnologici di telefonini non possa emanare delle leggi che tutelino le diverse minoranze (che poi tanto minoranze non sono)? Penso che sia giunto il momento di prenderci la nostra libertà di amare, di vestirci e di essere chi desideriamo e di stare vicino anche alle battaglie che non ci riguardano personalmente.

Shame, yes please!

di Irene Spini

Ci sono due tipi di vergogna: quella imposta dagli altri come punizione per un comportamento considerato non conforme e poi quella di cui voglio parlare adesso, cioè la vergogna che arriva da noi stessi per noi stessi. Tradizionalmente la vergogna è considerata solo nella sua accezione negativa che ci impedisce di esprimerci (se non facciamo del male a nessuno allora nessuno deve impedircelo) e sbagliare liberamente (sbagliare invece è sacrosanto e anzi, in moltissimi casi istruttivo). Facciamo un esempio pratico di quella speciale vergogna di cui voglio parlare. Vi è mai capitato di vergognarvi di un vostro comportamento indelicato nei confronti di qualcuno che non lo meritava affatto? In quel caso quando la vergogna la proviamo noi, intimamente soli, tendiamo a cacciarla. A differenza di quando la vergogna ce la impongono gli altri, rendendola indelebile nei nostri ricordi come un grosso monolite. Ah sì, sono stata indelicata, meglio non pensarci più. Quella persona sicuramente se l’è già dimenticato. Nessuno si ricorda di quando ho detto quella cosa sessista, stupida o offensiva. O almeno spero. O faccio di tutto perché non ce ne sia più alcuna traccia. Dimentichiamo perché ricordare lederebbe la nostra autostima. Ma consiglio una chiave di lettura diversa: quella vergogna ci dice chi vogliamo essere. Non vorremo mai essere la persona che ha fatto quel commento, ma non è fingere che non sia mai successo che annullerà il nostro comportamento sbagliato. Anzi, un modo per estinguere quel particolare tipo di vergogna c’è: migliorare. Infilare quella vergogna nello stesso scomparto della vergogna imposta dagli altri è un errore, perché ci allontana dalla sensazione negativa necessaria a non ripetere lo stesso comportamento. È diversa dal pentimento che può essere anche un po’ meno utile, in qualche modo è precedente o sostitutiva di quest’altro sentimento. La vergogna è più forte e più sentita e di conseguenza più carica di significato per noi e per la nostra persona. Ora facciamo un trucco di magia: sostituiamo quella sensazione opprimente che è la vergogna che ci fanno provare gli altri perché siamo semplicemente noi stessi. Mettiamola sulla vergogna che proviamo per noi stessi quando non siamo fieri di ciò che abbiamo fatto. Prendiamo la vergogna che rende facile dimenticare ciò che è successo e mettiamola sulla vergogna che ci fanno provare gli altri. Et voilà! Dal cilindro escono: una vergogna utile che ci aiuta a crescere quando siamo scorretti da un lato. Dall’altro una  vergogna momentanea e dimenticabile nei confronti di chi cerca di metterci in imbarazzo senza un motivo valido. Non è facile, non è sempre immediato distinguere il giusto dallo sbagliato ma possiamo imparare a regolare sempre meglio la nostra bussola interiore. La vergogna è un sentimento inevitabile, inesauribile e quindi tanto vale renderlo il più possibile positivo. Spero che questo esercizio vi possa essere d’aiuto e vi possa far dire almeno una volta: vergogna sì, grazie!

WOVO Store discusses Shame

WOVO Store è una boutique in via Savona a Milano. Ma non è una boutique qualsiasi, vende un’accurata selezione di completi di lingerie, body, sex toy e gadget, per il piacere della sua clientela e del pubblico su instagram. La prima volta che ho messo piede nel mondo di WOVO la cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la trasparenza di esso, letterale e figurativa. Lo store stesso con le sue vetrate aperte alla città riflette la stessa apertura mentale che si prova una volta al suo interno. Uno spazio accogliente, chiaro, guidato da una community coesa.  L’interesse provato per WOVO è stato subito seguito dalla curiosità nel conoscere le ragazze che insieme lavorano su questo progetto. Spessissimo chi si occupa di sessualità si trova faccia a faccia con la vergogna e l’imbarazzo e proprio per questo abbiamo deciso di incontrare e porre qualche domanda a tema alle ragazze di WOVO.

Ciao ragazze di WOVO! Innanzitutto è un piacere conoscervi. La vostra storia è di ispirazione per moltissimi. Entra mai qualcuno nel negozio in totale imbarazzo? Se sì, come vi fa sentire?

Federica Conversano -

Floor Manager & Creative

Ciao ragazze! Il piacere è tutto nostro! Io personalmente lavoro in store e tutti i giorni incontro persone di differente età e con esigenze diverse. L’età e il sesso non cambiano lo stato d’imbarazzo che prova una persona che non è abituata a parlare di sessualità o esporsi sotto questo aspetto. Per questo sono felice di essere parte di questo team, sono felice di poter aiutare, diffondere e normalizzare qualcosa che è estremamente importante per la nostra saluta fisica e psichica.

Qual è stato lo scambio di pensieri più interessante che hai avuto con un* client*?

Frida Affer -

Ceo, Buyer; SMM

Negli anni sono state tante le persone con le quali ho scambiato idee e pensieri. Mi piace pensare alle persone che ho conosciuto e che hanno accolto WOVO a Milano in questi 5 anni come ad un'entità. Un'entità fatta di accoglienza e curiosità con delle intenzioni pure. Non ho in mente una faccia in particolare ma la nostalgia bussa ai miei dotti lacrimali pensando alle serate passate dopo la chiusura sul divano del negozio con amic* di anni e amic* di minuti. (sì prima avevamo un divano molto comodo che ha raccolto innumerevoli chiacchiere, famoso anche per riuscire a rubare tutto quello che avevi dalle tasche tanto era alto il livello di svacco) Il centro dei discorsi era spesso il sesso e le relazioni ma non solo, a volte si ballava, a volte si piangeva. La cosa più interessante non è cosa si scambiava ma perché? e tutt'ora per me rimane una magia. Vedere che le persone vengono a confrontarsi e confidarsi, é incredibile, mi riempie di orgoglio e mi emoziona. Questa è la conferma che il lavoro che stiamo facendo funziona e sempre più persone sanno che da WOVO possono trovare un posto dove gli esseri umani vengono accolti ed ascoltati senza giudizio in tutte le loro forme. Lo trovo un gesto di amore incondizionato.

Spesso nell’esplorazione della propria sessualità ci troviamo ad affrontare punti di essa che non riteniamo socialmente accettabili, così finiamo con il nasconderci/nasconderli. Che consiglio daresti a una persona per superare l'imbarazzo che prova verso la propria sessualità o verso una particolare sfaccettatura di essa.

Eleonora Strozzi -

Partnerships & Communications management

La mia esperienza personale mi ha insegnato che fino a quando non sono stata in grado di accettare me stessa e trovare dentro di me i parametri di ciò che era accettabile non ho avuto modo di vivere una sessualità completa. Gli standard del mondo esterno si confondono con quelli interiori creando un forte imbarazzo. Per quanto si provi ad adattarsi a uno standard che sia la morale perbenista o un contesto ssc (safe sane & consensual) di un kink club ci saranno sempre aspetti che ti faranno sentire inadatt*. I bias e i doppi standard sono sempre in agguato, siamo i peggiori giudici di noi stessi e per alcun* è davvero pericoloso a livello sociale esprimersi liberamente. Penso alle identità queer nelle province. Per me per assurdo - sono da WOVO da quasi 3 anni e una femminista da 5 - il compromesso è stato qualcosa che pensavo inaccettabile per una donna libera come me: niente sesso senza coinvolgimento emotivo. Sorry not sorry. E’ il mio standard e lo posso cambiare quando voglio.

Perché la vergogna è un sentimento spesso affiancato alla sfera sessuale più che ad altre? Che passi possiamo fare per vivere una sessualità più libera sul piano individuale e collettivo?

Federica Conversano -

Floor Manager & Creative

Penso che sia tutto legato al grado di normalizzazione e verbalizzazione attorno alla sfera sessuale che siamo abituat* a ricevere sin da piccini. Si tende a non parlare di ciò che è spesso legato ai tabù, come la droga ad esempio. Forse ci è stato insegnato che parlare di sesso è sporco e sbagliato, e di conseguenza il nostro atteggiamento è diventato chiuso e reticente. Imparare a comunicare tutto quello che riguarda la nostra vita sessuale e includerla con normalità e serenità al nostro bagaglio personale ci permette di vivere bene sia sul piano individuale che collettivo.

Noti una differenza nell’approccio alla sessualità e i sex toys in base alla fascia d’età della clientela? Quale ti sembra la differenza più sostanziale tra le diverse generazioni?

Yasmin Maiara Leite De Melo -

Stylist

La differenza è molto sottile, poiché spesso alla base c’è sempre un po’ di imbarazzo che svanisce nel momento in cui fai capire al cliente che si può fidare di te! L’approccio che spesso viene usato è quello del “sto solo dando un’occhiata, vi seguo sui social mi piacete tanto e volevo vedere il negozio” è un modo tranquillo e sicuro per la persona di elaborare la novità. Un altro metodo usato spesso e quello del parlare veloce per farsi vedere deciso e meno imbarazzato. In fine abbiamo quello più classico, il cliente che è visibilmente imbarazzato!  A mio parere la differenza sostanziale non sta nell’età ma nella comunicazione e nel rapporto che si ha con il sesso o con il proprio corpo. La cosa più importante però è che all’interno del negozio tutti si sentano al sicuro tanto da rilassarsi e abbassare quel velo che copre la voglia di sperimentare e conoscere chiamato imbarazzo/vergogna!

La tua passione per i sex toy come entra in relazione con il rapporto che hai con la famiglia e/o i/le tuo/tuoi partner?

Anna Riti -

Copy & Strategist

I miei genitori sono molto cattolici, quasi "puritani" anche se molto colti, perciò ho evitato per quasi 2 anni questa conversazione. Poi un giorno mio padre, che in realtà sapeva già tutto del mio lavoro avendo sbirciato il nostro sito, mi ha regalato il numero speciale intitolato  "Sesso" di un famoso magazine dicendomi: "Ho pensato che potesse essere utile per quello che fai tu". Lì ho deciso di espormi, e l'ho detto esplicitamente a mia madre. Lei, al contrario, ha reagito con un "Ah!" di sorpresa mista a disprezzo, come soltanto una madre severa sa fare. Tuttavia, una volta illustratole la nostra visione, ho visto la sua espressione ammorbidirsi; anche se conoscendola so che non mi dirà mai "Brava" o mi farà ulteriori domande, da questo silenzio benevolo mi sento di affermare che sia fiera di me. I/le partner a cui ho fatto provare dei prodotti si possono dividere in diffidenti ed entusiasti di fronte alla proposta, ma il risultato finora è stato a maggioranza positivo. Chi ne ha sentito soltanto parlare e si è posto con una posizione giudicante o ha dato per assunto che fossi una ninfomane disposta a tutto non posso biasimarlo: vi sono molti pregiudizi sul nostro settore commerciale e sulla sessualità in generale. Di fronte ad una spiegazione approfondita alcuni hanno cambiato idea, altri hanno naturalmente smesso di essere miei partner.

Hai avuto qualche esperienza con il kink shaming o lo slut shaming? Se sì, ti va di raccontarcela?

Beatrice Castiglioni -

Back Office & Merchandiser

Quando ero piccola ho frequentato le medie in una scuola ciellina. Ero abituata ad avere amici maschi e a vivere molto serenamente i rapporti con loro, ma quando iniziai a sperimentare la mia sessualità, sia chiaro non nei luoghi scolastici, il mio insegnante di italiano nonché preside mi affibbiò il nomignolo di porcellina d'india.  Era denigrante e ancora oggi mi chiedo il motivo di tanta cattiveria gratuita.  Un altro episodio di slut shaming mi è successo sempre a quei tempi, ma per una maglietta rossa. Mia mamma aveva una maglietta rossa che adoravo, con un leggero scollo rotondo e leggermente attillata, molto stile anni 2000. Quando finalmente me la prestò per andare a scuola ero felicissima, misi persino gli orecchini coordinati rossi e lo smalto.  Arrivata a scuola i miei insegnanti mi dissero di coprirmi e di non indossarla mai più. In pochi secondi tutta la gioia per la maglietta si tramutò in profonda vergogna. Non misi più quella maglietta senza un golf sopra. Avevo 13 anni.  Passando al liceo non mi facevo problemi a sperimentare, e nemmeno mi vergognavo a parlarne. Questo però creava in molte persone, purtroppo per la maggior parte donne, un sentimento negativo, che non so nemmeno se definire con invidia o disprezzo, facendomi chiamare da loro la solita "troia".  Ero una ragazza alla quale capitava di innamorarsi in modo fanciullesco di qualcuno e provare con loro ciò che trovavo bello, eccitante e romantico. Difficile che mi facessi avvicinare con più di un bacio da chi non mi interessasse. Ma siccome non nascondevo nulla, venivo insultata e denigrata, riducendo tutti i miei sentimenti a "troia vogliosa di cazzo".  Un anno feci sesso con un ragazzo che adoravo. Gli volevo bene e mi piaceva moltissimo. Eravamo parte di un gruppo di amici che spesso si ritrovava a casa mia. Un pomeriggio io e questo mio amico ci trovammo a fare sesso in camera mia. Appena uscimmo dalla camera, gli altri mi dissero che ero proprio una a cui il cazzo piace un sacco. La cosa peggiore è che ritenevo quelle persone mie amiche e che il ragazzo con cui l'avevo fatto non mi difese per nulla.  Ai tempi non avevo strumenti per proteggermi, e iniziai a pensare di essere sbagliata io. Riguardando indietro ho capito di non aver fatto nulla di male, e che il problema era in chi giudicava. Non ero una troia, ero solo me stessa senza censura.

La vergogna: la provi? Se sì, per cosa? E qual è il tuo consiglio per scongiurarla?

Greta Poli -

Photographer & Studio assistant

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di medici (un ginecologo e un'ostetrica) che ha sempre cercato di non far nascere in me questo sentimento già da bambina, soprattutto quando si trattava di parlare di sesso e dintorni. Questo non significa che io non abbia mai provato vergogna, ma col tempo mi sono resa conto che è un'emozione molto legata alla conoscenza della situazione in cui ci si trova a provarlo. La vergogna è definita un'emozione sociale perché i suoi confini sono tracciati da un comportamento comune che, col tempo, si standardizza e che ognun* di noi tende a seguire. È una sorta di parapetto immaginario che ci protegge da una caduta quando ci ritroviamo in qualcosa (che sia un gesto da compiere, una situazione da affrontare, un pensiero da esporre...) che ci fa sentire inadeguat*. Ma è solo affrontandolo magari più volte e quindi cogliendone le varie sfaccettature positive e negative, che possiamo conoscere e conoscerci più a fondo e, così, trasformare con il tempo e l'esperienza la vergogna in consapevolezza.

L’approccio alla sessualità di WOVO è colorato, divertente e giocoso. Tu personalmente come hai abbattuto i tabù che ti sei trovat* davanti?

Vittoria Paglino -

Director & Studio manager

Nonostante la mia scoperta della masturbazione risalga ai primi anni dell'infanzia, il sesso è sempre stato un argomento inesistente sia nella mia educazione scolastica che nella mia vita familiare. Crescendo mi sono quindi abituata a vivere il mio piacere praticamente da sola, mentre il sesso che praticavo con i miei partner si adeguava a quello che pensavo fosse “normale” e comune per tutt*: soddisfare l’altra persona.  Una volta lasciata la cittadina di provincia dove sono cresciuta, l’elemento che mi ha permesso di abbattere i primi tabù è stato l’incontro con persone che parlavano liberamente di sessualità, dalle loro esperienze alle loro fantasie. L’apertura che ho trovato mi ha permesso di liberarmi dalla paura e dai tabù che avevo assorbito nel tempo, di parlare di me stessa da questo punto di vista e sperimentare cose nuove, costruendo piano piano una consapevolezza diversa di me stessa e del mio corpo. Il profondo senso di soddisfazione che ho provato in quegli anni mi ha portata dove sono qui oggi, a lavorare per WOVO, di cui ammiro proprio l’approccio colorato e accogliente, e a fare ricerca sulla sessualità in generale. Una cosa che ci tengo a sottolineare è che non si smette mai di combattere contro i tabù legati al sesso. Io stessa, sebbene il mio lavoro e il mio interesse per questi argomenti, ho ancora dei problemi ad esprimermi liberamente in certi contesti. Per esempio mi risulta ancora difficile affrontare questi temi in famiglia, con le persone adulte in generale e con alcuni amic*/conoscenti di cui temo il giudizio. La vergogna si trasmette agli altri, solo quando si ha davanti qualcuno che non ne prova si può provare ad abbatterla. Questo è quello che cerco di fare io ogni giorno, spronare gli altri a sentirsi liberi mostrando la mia libertà e la completa accettazione dell’altro.

Alejandra Hernandez

Ciao Alejandra, quando hai cominciato a dipingere? C’è stato un momento particolare nella tua vita in cui hai capito di voler diventare una pittrice?

Ho cominciato a dipingere durante la mia laurea triennale in arti visive, quindi più o meno 10 anni fa. E’ stato lì che ho seguito il mio primo corso di pittura e me ne sono appassionata immediatamente. Il primissimo dipinto a olio che ho fatto era un autoritratto, da quel momento mi sono trovata improvvisamente a creare autoritratti da foto che trovavo online. Adoravo la ricerca e la sensazione di poter conoscere quella persona rappresentandola. Mentre dipingevo queste donne, inizialmente si trattava solo di volti femminili, fantasticavo sulle loro vite e su ciò che stavano attraversando.  Qui è scattato qualcosa penso, sia per la pittura che per la ritrattistica. Piano piano ho cominciato a sviluppare un mio esercizio e qualche anno più tardi ho smesso di lavorare con le fotografie e ho preferito cominciare a interagire con le persone.

Utilizzi diverse tecniche artistiche nei tuoi lavori, da dove prendi ispirazione?

Mi piace pensare di riuscire a prendere ispirazione un po’ ovunque. Chiaramente adoro dare un’occhiata ai lavori online di altri artisti, ma anche consultare libri, manuali, musica, la strada stessa e la città, la natura, la fotografia, anche se in questo periodo durante il lockdown alimento la mia ispirazione leggendo e guardando cose online. Per quanto riguarda le mie tecniche in realtà dipende molto dal contesto. Ad esempio, un paio di anni fa sono stata in Turchia, ero ospite di una meravigliosa coppia di ceramisti con i quali lavoravo nella regione della Cappadocia. Lì mi sono sentita molto ispirata, sia dal contesto che dal loro lavoro nell’atelier, quindi mi sono ritrovata a produrre una serie di ceramiche. Quando viaggio o quando non ho molto spazio tendo a usare materiale di piccole dimensioni, inchiostro o acquerelli su carta, mentre quando ho a disposizione uno spazio ampio utilizzo principalmente colori a olio. Dato che ultimamente non posso vedere molte persone (in Colombia, luogo in cui vivo, il lockdown sta durando secoli ), ho realizzato una serie di autoritratti in videochiamata e in quel caso ho utilizzato carta e matite colorate, principalmente perché sono veloci da utilizzare e mi permettono di giocare e mescolare i colori, così come in un dipinto e finora mi sta piacendo anche questo come medium.

Stai lavorando a un progetto in cui dipingerai live, quale tipo di rapporto crei con il soggetto da rappresentare in questo contesto? Ci sono mai stati momenti di imbarazzo tra te e il soggetto?

Ogni volta è diverso. A volte ritraggo persone che conosco da anni, a volte i miei amici e in alcune occasioni dipingo persone che conosco a malapena ma che in qualche modo sono vicini perché amici di amici. In ogni caso approccio il mio soggetto con rispetto, comunicandogli che il mio studio è uno spazio sicuro, credo sia qualcosa che abbia a che fare con la fiducia e con la chimica che si viene a creare. Ogni volta che ritraggo qualcuno gli chiedo di portare con sé una serie di oggetti con i quali vorrebbero essere ritratti. Mi piace questa prima fase, a volte complessa, perché loro  cominciano inconsapevolmente a creare il dipinto ancora prima di incontrarci per la prima sessione. Solitamente mangiamo qualcosa insieme prima di cominciare, così che nessuno rischi di essere affamato perché una sessione può durare dalle 4 alle 6 ore. Una volta insieme in studio organizziamo il set e la loro posizione, quando si sentono a loro agio, si comincia. Per me è molto importante che loro si sentano al sicuro e a loro agio. Chiaramente può succedere che inizialmente si sentano a disagio, ma presto quella sensazione sparisce. Durante la sessione c’è sempre conversazione, a parte alcuni momenti di silenzio in cui ho davvero bisogno di concentrarmi, scorre tutto in maniera molto naturale. Solitamente ritraggo le persone vestite, però è capitato che facessi dei nudi e credo che sarebbe proprio in questo contesto che potrebbe sorgere la questione della vergogna. In realtà non mi è mai capitato di provare vergogna durante i nudi e nemmeno ai miei soggetti, questo perché è una loro scelta e io personalmente non ho mai trattato la nudità come qualcosa di anormale o vergognoso e credo di riuscire a trasmetterlo alle persone che ritraggo. Sono più preoccupata che possano sentire freddo che del fatto che possano provare vergogna. Comunque è necessario dire che, nel caso in cui dovesse succedere, rispetterei completamente la loro decisione di non partecipare e mi fermerei in qualsiasi momento.

Credi che il tuo lavoro possa essere d’aiuto per quanto riguarda il superamento dei canoni prestabiliti di bellezza e di conseguenza di apprezzamento del corpo senza quel sentimento di vergogna?


Assolutamente, penso che l’arte possa aiutare a cambiare i nostri preconcetti e smuovere questi canoni. L’arte cambia la cultura così come lo fanno le persone ed è cruciale come artisti chiedersi chi stiamo rappresentando e se stiamo seguendo un determinato tipo di standard di bellezza, è opportuno chiederci per quale motivo lo stiamo facendo, da dove viene questa abitudine, perché sentiamo la necessità di continuare a perseguire questi presunti ideali e se desideriamo che sempre più persone riescano a identificarsi con i nostri lavori. E’ necessario vedere che tutti i tipi di corpi vengano rappresentati e la buona notizia è che questo sta accadendo, è evidente a tutti. Penso che inizialmente siano gli artisti a prendere le redini, poi i media cominciano a seguirci e poi finalmente la gente comincia ad accettarla come norma. (Anche se odio il termine “norma”, però capisci cosa intendo). La mia relazione con il corpo è cambiata moltissimo attraverso gli anni. Ho avuto momenti in cui mi sentivo molto a disagio e insicura del mio corpo, poi crescendo ed entrando sempre più in contatto con la natura e i cicli sacri di cui facciamo esperienza noi come donne, ho cominciato a valorizzare e ad apprezzare il corpo sempre di più. Credo che ciò che decidiamo di mettere dentro al nostro corpo possa o nutrirci o svuotarci. Questo vale per il cibo, per l’informazione, per le persone che ci circondano etc. quindi cerco di essere attenta, mangiare cibo sano, vegano perché è importante rispettare tutti i corpi, non soltanto quelli umani, dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri e in questo modo cominceremo a prenderci un po’ più cura anche di noi stessi. Il nostro corpo è il veicolo che ci accompagna attraverso il viaggio della nostra vita, è quindi importante amarlo anche nei suoi cambiamenti. Tutti quanti invecchiamo e dobbiamo apprezzare ogni passo del nostro cammino.

Rachal Duggan

Ciao Rachal, puoi raccontarci qualcosa su di te? Chi sei? Chi non sei?

Certo! Sono un’illustratrice. Mi piace fare arte che faccia sorridere le persone e che riesca ad essere in qualche modo inaspettata. Prendo il mio lavoro seriamente ma ciò che disegno è leggero ed effimero. Non creo opere d’arte magistrali, scarabocchio qualcosa e vado avanti.

Come definiresti il tuo stile come illustratrice?

Il mio stile nel disegnare è veloce e semplice. I miei lavori sono principalmente in bianco e nero, carta e penna. Prendo ispirazione dagli eventi attuali, dalla consapevolezza del corpo e da idee strane che mi saltano in mente.

Come hai iniziato a lavorare nell’arte? Hai sempre saputo di voler disegnare nella vita?

Ho sempre disegnato. Ho seguito una scuola d’arte ma ad un certo punto mi sono persa. Ho studiato storia dell’arte, ho provato a dipingere, ho tentato con la serigrafia (cosa che ho odiato). Ultimamente sono tornata ai disegni veloci. Invece di sforzarmi e cercare di adattarmi a uno stile più raffinato, ho continuato con il mio stile innato e mi sono concessa di crescere in questa naturale direzione.

Quanto pensi incidano sul tuo lavoro le storie degli altri? Utilizzare i social network ti ha aiutata nel processo di crescita del tuo lavoro?

Sono scioccata e onorata allo stesso tempo che la gente si senta a proprio agio abbastanza da riuscire a condividere le loro storie con me (che poi mi metto a disegnare). È una cosa che prendo molto sul serio. Voglio che la gente si senta al sicuro e che abbia fiducia nel fatto che onorerò sempre il loro viaggio. Ricevo moltissime storie e non sono sempre in grado di disegnarle tutte, ma certamente ci provo!

Quando non crei la tua arte, che cosa fai?

Vado a caccia di sassi in spiaggia, faccio giardinaggio e esco a fare delle passeggiate con Duck, il mio cane.

Pensando all’argomento vergogna, abbiamo immediatamente pensato al tuo lavoro proprio perché troviamo molto interessante il modo in cui decidi di raccontare storie che possono essere percepite come vergognose o che possono risultare inusuali. Ti è mai capitato di sentirti imbarazzata, sia nella vita che nel lavoro?

Le mestruazioni hanno sempre avuto un che di imbarazzante. Sin da quando mi sono venute da adolescente mi sono sentita imbarazzata come se avessi fatto qualcosa di sbagliato. È una cazzata enorme. Ho sempre provato imbarazzo per i peli sul mio corpo, la mia pelle, la mia apparenza, la mia sessualità…per così tante cose. Disegnare racconti sulle mestruazioni (e ho disegnato storie anche sulla cacca) mi ha aiutata a sconfiggere un po’ di quell’imbarazzo ingiustificato nei confronti di queste. Sanguinare è umano. È umano fare la cacca. È normale avere peli. Mi piace spostare l’attenzione su tutte queste storie che sono molto normali e umane e che spesso respingiamo senza parlarne.

Nel tuo lavoro sulle mestruazioni racconti storie strane e imbarazzanti sul ciclo mestruale. Quale tipo di riscontro hai ottenuto?

La gente lo adora. Ho ricevuto soltanto risposte positive. Quando inizialmente ho disegnato qualcosa sul mio ciclo mestruale sono rimasta scioccata dal fatto che la gente abbia risposto in maniera così positiva. Poi quando ho deciso di accettare storie altrui, sono stata inondata

Josefine Aspvik

Per me i sintomi della vergogna si manifestano in diverse varianti e, nel mio caso specifico, arrivano dalla tossicità delle norme sociali e dei pregiudizi che mi hanno spesso allontanata da chi volevo essere per molto tempo. Un pò come un peso invisibile sulla tua schiena creato dalla società. Uno molto doloroso a dir poco. Tutti i miei disegni hanno a che fare con la vergogna, ogni illustrazione che creo è per me uno step per liberarmi da essa. Disegnare queste bellezze queer non convenzionali mi ha aiutata a rilasciare la vergogna un tempo provata per il mio essere queer e tutte le conseguenze di ciò permettendomi di vivere liberamente la mia vita e la persona che sono. È molto importante per me combattere contro le norme sociali, i ruoli di genere e il mondo tossico degli standard di bellezza poiché consapevole dei danni che causano, ho avuto a che fare con essi in prima persona e mi piacerebbe aiutare a prevenire che succeda ad altri, portando consapevolezza su certi temi nel miglior modo possibile.

Alannah Farrel

Ciao Alannah, ci puoi raccontare qualcosa sul tuo lavoro? Quando hai cominciato a dipingere? Stai ancora studiando o hai già terminato gli studi? Dove? Cosa ti ha portato a cominciare quello che stai studiando?

Mia madre si è guadagnata da vivere insieme a mio padre creando opere complesse su commissione. Anche sua madre, prima di lei, lavorava come pittrice. I lavori di mia madre mi hanno sempre ispirata molto. La guardavo con ammirazione per poi sviluppare i miei lavori seguendo i suoi passi. Sono sempre stata una bambina molto attenta, motivata e abituata ad apprendere per osmosi. A poco più di vent’anni mi sono laureata alla Cooper Union nell’East Village a New York. In questo periodo sono in un costante processo di self-learning e perfezionamento della mia tecnica, mi motiva sapere che ad ogni passo mi sto avvicinando alla mia personale concezione di pittura.

I tuoi quadri sono particolarmente intimi. Ritrai spesso innamorati nel processo di espressione della loro forza e della loro vulnerabilità. Che rapporto crei di solito con i tuoi soggetti?

Innanzitutto, grazie! Il mio obiettivo è proprio quello di rappresentare la dualità e la coesistenza della forza e della vulnerabilità. Mantengo una relazione con tutti i soggetti che dipingo. Per me è molto importante dipingere la mia rete di persone in tutte le loro sfumature, emotività, vulnerabilità e con rispetto. All’interno di ogni quadro utilizzo gli oggetti e la luce come narrazione e come indicatori dello stato psicologico dei miei soggetti. Il mio quartiere a New York, East Village/ Lower East Side, ha una lunga storia di artisti che hanno vissuto al limite, che hanno fatto quadrare i conti un po’ come hanno potuto, lavorando con la loro rete di persone. Uno degli aspetti più motivanti del mio lavoro è proprio costruire questa rete di emarginati, principalmente fatta dalle persone queer che incontro o conosco a New York.

A marzo del 2019 hai aperto la tua prima mostra personale al “Painting center” a Chelsea. Com’è andata?

Il Painting center a Chelsea è stato un luogo perfetto per la mia prima mostra, World Without Rooms. Si tratta di un’organizzazione non-profit fortemente radicata nella comunità artistica che aiuta un po’ tutti i pittori, da Wolf Kahn a Keith Haring fino a noi pittori emergenti a metà carriera. Il direttore attuale, Shazzi Thomas, è un curatore meraviglioso. La serata di apertura è andata davvero oltre ogni mia aspettativa! Ero contentissima di poter discutere dei miei lavori con un pubblico così vario e con scrittori così pieni di talento.

Nei tuoi quadri i colori predominanti sono il blu, il viola. Si tratta sempre di colori scuri in qualche modo, è così che vedi la gioventù d’oggi?

Il viola in realtà è una novità per me, perché l’ho sempre un po’ odiato però ultimamente noto che, nei miei ultimi dipinti, tendo ad avvicinarmi sempre di più all’uso di tonalità come il violetto, lavanda, magenta o grigio violaceo. I colori e la luce li utilizzo come strumenti per comunicare le esperienze personali e individuali che vengono influenzate dalle nostre emozioni. Personalmente credo che ci sia una forza impaziente nel rappresentare la vulnerabilità e i riflessi malinconici di un individuo. Onestamente sono felicissima di come sia la gioventù d’oggi, perché si batte attivamente per il razzismo, la crudeltà, il cambiamento climatico, le ingiustizie globali e sta creando disordine nel vecchio ideale della dualità di genere, promuovendo positività intorno all’immagine e tanto altro.

Che cosa significa la vergogna per te? Tu o i tuoi soggetti avete mai provato vergogna? Come reintrodurresti questa tematica nei tuoi dipinti?

Credo che il senso di colpa, la vergogna e l’instabilità vadano a braccetto e, personalmente, ne ho in abbondanza di tutte e tre e so che anche alcuni dei miei soggetti si sentono esattamente nello stesso modo. Ognuno di noi è emotivo a modo suo. Il mio senso di vergogna è legato all’essere consapevole del mio ambiente sia visivamente che emotivamente. Questo può variare da come percepisco le persone intorno a me alla luce di cui ho bisogno. Nei miei dipinti tento di attraversare e rappresentare questa sensazione di malessere generale, mia o dei miei soggetti. Alcuni dei miei dipinti esprimono il trionfo sull’imbarazzo, accettando i vari ostacoli personali, perversioni particolari e che la sofferenza esiste al fianco dell’orgoglio, della fiducia e dello spirito.

Crossroads of America

Sceneggiatrice e produttrice: Laura Sampson Hemingway

Direttrice della fotografia: Alice Millar

Montatrice: Fay Gartenberg

Con Kaye Tuckerman, Natalia Ortonowska, Mitchell Wray.

“Ormai è passato un anno da quando le vite di Sandy e della sua famiglia sono cambiate per sempre a causa di un tragico incidente. Sandy è incaricata di prendersi cura della sorella disabile, Ellie, e ,faticando ad integrarsi, spinge la delicata relazione che ha con i parenti da cui si è separata, quasi verso il limite. La matriarca del nido, Glenda, una sensitiva part-time, conosciuta per la sua dose di preoccupazione, di certo non l’aiuta affidandole tutte le incombenze quotidiane. Senza uno spazio personale, Sandy condivide la stanza insieme al fratello agorafobico Carlos, il quale diventerà presto un grosso problema per il suo alter ego come cam girl “Angel”. Sembrava impossibile per Sally riuscire a mettere un piede in quel mondo con così poca privacy e con lo sguardo sempre attento di Ellie addosso. Perseguitata notte dopo notte dal passato, Sandy vira verso qualsiasi attività che possa liberarla da quella famiglia tormentata. Ma riuscirà alla fine ad eccedere?”

Da dove viene l’idea per la storia del film?

Il copione è un insieme tra autobiografia e finzione. Sono sopravvissuta ad abusi e, per il mio primo film, mi ero imposta di scrivere rispetto alla tematica di vivere con un trauma. Sono cresciuta ad Indianapolis negli anni 90, insieme a mia mamma single e ai miei due fratelli. Quindi ho scritto questa storia come se fosse un piccolo spaccato di realtà, su una ragazza e la sua famiglia matriarcale che cercano di vivere una vita normale nonostante il terribile passato e un futuro incerto. La storia intera poi si è sviluppata in maniera naturale durante le riprese, che conferivano nuove direttive per le sequenze di sogno. Queste le ho coscritte insieme alla direttrice della fotografia, dopo esserci occupati della fotografia principale. Abbiamo composto una storia in cui la protagonista, spinta dal suo inconscio, distrugge sistematicamente ciò che le sta attorno spinta dalla sua paura di essere amata. Inizialmente, avevo pensato a un corto ambientato in una prigione. L’idea, la storia e il film sono effettivamente tre cose diverse.

Il film esplora le vite di tre donne viste dalla prospettiva di altre donne. Questa visione completamente al femminile era necessaria o secondaria?

Sono fiera del fatto che i ruoli creativi principali del film siano nelle mani di sole donne; ossia la sceneggiatrice, la regista, la montatrice, la direttrice della fotografia e scenografa. Sono tutte donne e ognuna di loro aveva anche altri titoli, ma non è stato fatto completamente di proposito. Sono riuscita a costruire un gruppo di sole ragazze proprio così come fanno i ragazzi: lavorando insieme alle mie amiche. Se includiamo l’intera troupe, il team di post-produzione e le artiste che hanno contribuito ci accorgiamo di come il montaggio finale del film rappresenti il duro lavoro di un gruppo equilibrato dal punto di vista di genere, che è riuscito a lavorare da una parte all’altra di tre stati diversi.

Non c’è niente di cui vergognarsi nel mostrare una situazione straziante e difficile. Raccontaci la verità. Come credi di riuscire a superare il senso di vergogna e ammettere che hai dei problemi?

La vergogna per me è una sorta di paranoia. Per superarla mi piace riconoscere l’origine del sentimento e arrivare a una conclusione velocemente. Voglio lasciar andare la sensazione di colare a picco per ritornare a vivere nel momento. Solitamente mi stupisco di quanto io riesca a unire tutti i diversi puntini e riuscire ad ottenere un quadro generale e mi meraviglio di quanto il senso di vergogna possa diventare energia per la compassione. Se ricorro alla colpa, significa che non sono riuscita a trarre una conclusione utile. Non so quanto sia importante riconoscere i propri problemi, almeno che tu non debba delle scusa a qualcuno. Agire nei confronti del cambiamento è già abbastanza.

C’è qualcosa che vorresti dire a coloro che stanno per guardare il film?

Restate con noi perché se guarderete il film, questo resterà con voi.

Art to Shame di

OTTN Projects

Quando Sara e Greta ci hanno chiesto di scrivere un testo sul tema della vergogna, e di come questa venga affrontata da noi e dalle artiste nel mondo dell’arte, ci siamo confrontate e sentite grate per averci dato questa opportunità: parlare di emozioni ma soprattutto raccontare di come l’arte ancora una volta ci dimostra di riuscire a rendere ogni disagio un linguaggio comprensibile a tutti e far sentire il singolo parte di una comunità, elemento fondamentale per l’accettazione di se stessi. Sono felice di rappresentare la voce delle donne del mio team ma soprattutto una voce per tutte le altre.

“Just remember that your real job is that if you are free, you need to free somebody else. If you have some power, then your job is to empower somebody else”: questa citazione di Toni Morrison, scrittrice afro-americana, riassume perfettamente l’impegno sociale del nostro collettivo. Molto di quello che facciamo e di quello che siamo fa riferimento a questo semplice ma profondo messaggio: creando connessioni tra l’arte e il pubblico speriamo di donare cultura, unica vera liberatrice delle donne e degli uomini. Il nostro team è tutto al femminile, e non a caso:  vorremmo essere un esempio per altre donne, dare un messaggio positivo alle più giovani e dar loro la forza di far valere sempre le proprie idee e di credere che, con convinzione, determinazione e duro lavoro, è possibile raggiungere i propri obiettivi. Ogni giorno scegliamo di far parte di un microcosmo femminile, andando oltre un atteggiamento intrinseco di condanna: la storia ci ha insegnato che la coalizione, talvolta, è stata un passaggio obbligato per il cambiamento. Le donne, come ci dice Oriana Fallaci nel Sesso Inutile, “Sono esseri viventi, come gli uomini, capaci di interagire e di uscire da ghetti che spesso sono proprio loro a volere e creare”.  Noi, che con cura abbiamo sempre esorcizzato questo ghetto, siamo mosse dal sentimento di voler dimostrare che le donne, come gli uomini, hanno le stesse paure e le stesse ambizioni, e la nostra unione porta rispettivamente al superamento e alla realizzazione di queste. E’ interessante come, in fin dei conti, la vergogna che prova una donna nel mostrarsi forte è la stessa che prova un uomo nel mostrarsi debole. Crediamo molto nei ragazzi, nella generazione del genderless e in un mondo che non ti da un box preconfezionato di stereotipi, emozioni e vergogne. La vergogna è un’emozione secondaria, cioè di quelle emozioni che non sono presenti sin dalla nascita e che sono fortemente legate all’ambiente culturale entro cui cresciamo. La società giudica e può infliggere una “ferita” psicologicamente insostenibile, le cui vittime più deboli sono spesso fautrici dei gesti più estremi. Ci sono artisti contemporanei che usano la vergogna come impulso creativo, altri che la studiano, alcuni la trasformano in performance, e la superano attraverso la condivisione (come Alejandra Smits le cui performance solitarie davanti all’obiettivo del telefono l’hanno avvicinata a se stessa e alla conoscenza/accettazione del suo corpo o a Rupi Kaur che attraverso la poesia cerca di sfidare i tabù della società legati alla donna). Storicamente le prime tracce di arte come mezzo di “giustizia sociale” risalgono al Medioevo, durante il quale la cosiddetta “pittura infamante” rappresentava un tipo di pena afflitta ai criminali quali traditori, ladri, colpevoli di bancarotta o frode.  Il potere della pittura infamante derivava da un codice d'onore feudale dove la vergogna era la più significativa forma di punizione sociale. Questo genere di arte era realizzata per mano di uomini, per gli uomini. Sono poche le artiste donne che attraverso l’arte hanno potuto denunciare le loro condizioni di svantaggio sociale e professionale, tra i (pochi) nomi passati alla storia ricordiamo quello della nostra Artemisia Gentileschi, che è diventata negli anni simbolo di emancipazione e denuncia di ingiustizie. È quindi interessante capire come oggi l’arte e soprattutto le artiste della nostra generazione scelgono di affrontare questo tema. Abbiamo deciso di parlarne con tre artiste, tre fotografe, che in maniera diversa ci parlano di questa emozione.

La prima voce è quella di Chiara Cordeschi, 24 anni di Sassari, la cui ricerca artistica da lei stessa definita di tipo “intimistico”, si sviluppa per lo più intorno a esperienze autobiografiche. Chiara mi spiega che con la scelta della pratica dell’autoritratto ha dovuto anche superare le difficoltà auto-imposte e chiedersi quindi fino a che punto era disposta a “metterci la faccia”. Il sentimento della vergogna è un sentimento che ha dovuto imparare a superare fin da piccola, prima a livello famigliare e poi nella sua arte. La mamma non capiva il perché sentisse la necessità di fare “certe foto”, il perché non le piacesse fotografare paesaggi o fare ritratti più “normali”, sottintendendo che ci fosse qualcosa che non andava sia in lei che nelle fotografie. Ma non si è mai sentita vittima del sistema in cui viviamo; la vergogna che mette in scena le appare come il percorso fondamentale per l’acquisizione di forza e consapevolezza che nessuno dovrebbe provare vergogna: i problemi del singolo sono quelli di tutti noi. Per l’artista la non-vergogna della sua storia personale o del suo corpo ha coinciso con l’ammissione della sua fragilità. Tutta la serie Be a Woman (2018) gioca su questo ritratto-autoritratto, dove vengono presi in esame avvenimenti specifici che riguardano lei, le donne della sua famiglia, ma anche tutte le altre. In Ciclo Mestruale, 20l8 mostra una macchia su uno slip che tutte noi, più o meno, possiamo aver sperimentato. E non c’è nulla di straordinario, vergognoso o assurdo se questo diventa un’immagine. Prima di essere immagine o simbolo, il ciclo mestruale è un fatto. In La piramide dei doveri, 20l8 ha invece provato a mettere in scena alcune pressioni che una donna sente di avere oggi sulle spalle. “Sento donne sui 40 anni che pensano di doversi giustificare/vergognare se hanno preferito la carriera al matrimonio o ai figli, che non si sentono belle abbastanza, […]. Oggi la società media ci richiede di essere: belle, forti, intelligenti e materne. Mettere la propria persona, tutta, a disposizione dei propri processi creativi prevede che, anche di punto in bianco, un giudizio sull’operato possa trasformarsi in un giudizio personale”.

“Siediti composta, sei una femmina!”. Questa era solo una delle frasi ricorrenti che Chiara Lombardi si sentiva ripetere da bambina. La nostra seconda voce è quella di un’altra Chiara, 25 anni, la prima artista esposta in mostra dal nostro collettivo, in una personale con Rachele Montoro. La sua fotografia dal carattere minimalista e a tratti perfezionista, ci fa entrare in un mondo ricco di forme delicatissime alla ricerca di emozioni ammalianti. Crescendo quelle parole non si sono modificate, ma accentuate: “Non vestirti così, non sederti così, non camminare così”. Il fatto che oggi lei sia una fotografa, le ha permesso di parlare di temi di cui è sempre stata abituata a non parlare - perché poco si addicevano ad una donna - come la nudità o il sesso. Chiara proviene da un paesino in provincia di Salerno, e fin da piccola è stata abituata a queste limitazioni di libertà: “Non dire, non fare, non guardare, non parlare, vestiti di più, vestiti di meno (...)”: come lei stessa mi dice, queste sono frasi specchio di una società che ti vuole in un certo modo, che ti vuole normale ma secondo il loro standard, che non ti vuole in nessun modo diverso, ma che fa di te il diverso se non ti conformi; la vergogna scatta qui, quando crediamo di non essere abbastanza per gli altri e di conseguenza per noi stessi. Nel progetto fotografico It disappears slowly, che nasce a cavallo tra il  2019 e il 2020, l’artista raccoglie storie di libertà molto diverse fra loro, che compongono un puzzle articolato su molti argomenti che ancora oggi sono oggetto di  censura e vergogna come la sessualità, la religione, la provenienza, la forma fisica.    Le opere “Leyla” e “Mattia” , appartenenti a questo progetto fotografico, sono solamente alcuni degli esempi del lavoro svolto con ogni persona incontrata nel corso di questo periodo: ognuno di loro, con una storia di limitazione e vergogna differenti, ha intessuto un rapporto aperto e sincero con Chiara, a seguito del quale sono nate queste fotografie che, come un racconto, ci narrano scorci di vita umana.  


“[…] La vergogna è un’emozione che ha radici nell’incontro tra l’io e l’altro. […] Prende forma nell’inconciliabilità di queste due parti in relazione al contesto sociale in cui si vive. Ha da sempre negoziato con l’aspetto molto intimo della volontà del darsi e pensare subito al rischio di un’invasione e sottrarsi”. Questo è quello che la voce di Silvia Morin, 32 anni da Corato (BA), ci dice in risposta alla domanda: “Che significato ha per te la vergogna? Questo non è un tema che l’artista ha affrontato con consapevolezza in modo esplicito, ma rappresenta uno spazio emotivo che la sua ricerca ha incontrato fin da subito. Quando la scelta di mettersi in scena in prima persona è diventata necessaria, ha ragionato sull’essere lei stessa la referente di storie “vergognose”. Quella sensazione che in età meno matura le ha imposto dei limiti alla sua ricerca artistica, legata più che altro a fattori sociali, ora in età adulta,  la sente come una sensazione molto più viva: creando un problema verso ciò che vorrebbe essere, pensare e diventare che la condiziona inevitabilmente verso il pensiero collettivo del “vergognati”. La scelta di voler intraprendere questa ricerca artistica è dovuta ad una spinta emotiva ed intuitiva che con il tempo ha acquisito sempre maggior consapevolezza. Tiziana, 2016-2018, è un lavoro che Silvia ha iniziato nel 2018 le cui immagini riportano l’attenzione su un fatto di cronaca del 2016. La morte di Tiziana Cantone, che proprio per il “senso di vergogna” per aver visto diffuso un suo video legato alla sua sfera sessuale, si è tolta la vita. L’artista ci descrive così il suo lavoro: “La scelgo, la interpreto e la riporto in vita in una dimensione di distacco, apparentemente serena, di spalle, in uno stato di consapevolezza emotiva al di là del bene e del male”. Ma ci può essere un buon uso della vergogna? Vergognarsi senza nascondersi è un buon inizio. La vergogna può funzionare come richiamo emozionale a noi stessi e ci segnala che la nostra esistenza è intessuta di relazioni sociali. Un buon uso della vergogna è ascoltare quel richiamo a ricongiungerci con gli altri, come rifiuto di un narcisismo che ci dice che possiamo bastare a noi stessi. Apriamoci al mondo e ascoltiamoci, forse solamente in questa maniera potremo accettarci veramente.

From Aspirina to Erbacce

Nel novembre 2017, dopo trent’anni di attività (e venti dalla sua regolare registrazione di marchio per l’editoria), la rivista satirica femminista “Aspirina” riceve una diffida passiva dalla Germania, dai legali di Bayer Intellectual Property. La questione, secondo loro, è l’indebita appropriazione del nome ‘Aspirina’... Se perdere il nome è un danno incredibile per una rivista, il vero problema è non lasciarsi annientare dalla prepotenza di un colosso come Bayer. Le artiste di “Aspirina”, che nel frattempo decidono di rispondere con le armi che le contraddistinguono – la pratica femminista della sottrazione e la satira –, trovano un nuovo efficacissimo nome, “Erbacce”, rafforzato dal sottotitolo “forme di vita resistenti ai diserbanti” e dalla testata disegnata da Teresa Sdralevich. Ripercorrendo la vicenda mi sono chiesta, e rivolgo la domanda alla redazione*, composta dalle fondatrici della rivista cartacea e da quelle della versione online (2013), perché mai nel 1987, la Libreria delle donne di Milano decide di pubblicare una rivista satirica femminista? C’era un modello a cui guardavate o l’intenzione era piuttosto di costituire un’alternativa alla satira, spesso al maschile?  “Alcune di noi, in libreria, erano insofferenti al linguaggio politico del movimento, non ci bastava per nominare quello che stava succedendo. Non volevamo collaborare a ponderosi saggi, anche se ne leggevamo tanti, o forse proprio per questo: in quegli anni cresceva la produzione teorica, da Irigaray a Fouque, all'Università di Verona era nata la comunità filosofica Diotima, che “Aspirina” ribattezzò Diotimanda. Stava crescendo una sorta di accademia femminista che faceva lievitare in misura direttamente proporzionale il nostro senso dell'umorismo. Sentivamo il desiderio di un linguaggio diverso per ridere di noi e di tutto. Ci chiamavamo “Aspirina. Rivista per donne di sesso femminile”, vale a dire donne che non vogliono essere come gli uomini, contro le politiche delle pari opportunità e il femminismo di Stato. Non eravamo ossessionate dall'idea di quante ci avrebbero letto, eravamo dentro qualcosa che galleggiava ovunque, ci sembrava di poter arrivare ovunque. La tiratura era di 1500 copie, diffuse in abbonamento e distribuite nelle librerie. Dopo dieci numeri il gruppo di “Aspirina” si trasferì, fino al 1992, nel mensile “Noi donne” con numeri speciali e con l’inserto SottoSotto. Nel 1986 era nato “Tango”, inserto satirico dell'”Unità”, poi seguito da “Cuore”, in cui confluivano i fumettari perlopiù di sesso maschile. In Italia nel 1978 un gruppo di disegnatrici aveva pubblicato tre numeri di “Strix”, effimera rivista di fumetti femministi, in Francia erano usciti dal 1976 al 1978 nove numeri di “Ah!Nana”, rivista di donne per donne. Tenevamo d'occhio quello che succedeva in giro, nel femminismo americano c'erano molte fumettiste, a Milano brillava Grazia Nidasio, a Parigi Claire Bretecher, autrici che hanno subito collaborato con noi.” Dal primo numero a oggi ci sono questioni fondanti – ambiente e lavoro – che ponete criticamente, ironicamente e attivamente attraverso lo sguardo e l’interpretazione delle donne. Dai versi sarcastici di Dorothy Parker riproposti nel primo numero di “Aspirina” al video dell’artista venezuelana Argelia Bravo nel 2017 che denuncia i danni inflitti dalla multinazionale Monsanto in Sudamerica, fino ai contributi d’oltreoceano di Liza Donnelly. A firme note si alternano altre voci, sempre molto personali, che si ritrovano quasi esclusivamente nello spazio della rivista: una per tutte Isia Osuchowska, che inizia a collaborare dai primi numeri negli anni Ottanta e ritroviamo spesso su “Erbacce”, per esempio di recente, con il toccante rifacimento della danza macabra bergamasca… Si avverte che la rivista è un progetto che si fonda su relazioni e scambi personali intesi a interrogare il presente. Immagino sia difficile sintetizzare un percorso trentennale ma chiedo a voi redattrici e a qualche autrice di distillare una battuta, un personaggio, una considerazione della rivista che possano essere eloquenti di questa bella storia.

“L'intento non è diventare una vetrina, ma un luogo in cui le opere si parlano e creano una conversazione.”

“Quando è nata “Aspirina” online abbiamo riflettuto sul rapporto con i social. Aprendo la nostra pagina Facebook ci siamo chieste: questo strumento che cosa comporta? quanto tempo e lavoro siamo disposte a dedicare alle sue caratteristiche specifiche? In base a questo abbiamo scelto di sottrarre ore di lavoro su Facebook per dedicarle alle relazioni politiche tra noi e con altre. Non volevamo mettere a disposizione le nostre risorse per stare in quella dinamica social di continua interazione.”

“Aspirina ha creato accostamenti stabili tra chi scrive e chi illustra, come in “Pensieri di una misantropa” di Giacobino e Sdralevich, e “Le sofistiche” di Marzi, Maffioli e Osuchovska. Sono nate personagge: la epica e comica eroina “WonderRina aspirante paladina” di Anna Ciammitti, “La bracciante digitale” di Pat in lotta contro i latifondisti del web, “L'ormone mistico” di Livia che vive a innumerevoli metri d'altezza dall'amare, “Gioosy giovane e choosy” di Elena che scandisce sempre NO, le animazioni “Il muro della Bicocca”di Piera Bosotti”.

“Nel movimento femminista si rischia a volte il vittimismo, o si parla un linguaggio accademico-astruso, o si imita la voce di altre donne non cercando la propria. Fai una rivista acetilsatirica quando hai guadagnato molta forza e molta rabbia, e senti che devi liberare la tua voce. Il linguaggio artistico e umoristico è sempre un po' selvaggio, un corpo estraneo che svela qualcosa di nascosto.”

Redazione di Aspirina: Loretta Borrelli, Piera Bosotti, Pat Carra, Anna Ciammitti, Manuela De Falco, Margherita Giacobino, Elena Leoni, Livia Lepetit, Laura Marzi.

Per saperne di più: Bayer contro Aspirina (un libro a cura della redazione di Erbacce, DeriveApprodi 2019) e www.erbacce.org (che contiene l'archivio di “Aspirina” 1987/2018).

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