La Vulva fa arrossire 

 

Articolo a cura di Luciana Fabbri

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Si chiama Diva la vulva gigante scavata dall’artista brasiliana Juliana Notari nel parco sculture Usina  de Arte, nel nord-est del Brasile. La scultura di cemento armato e resina rossa, è collocata sulla  sommità di un’altura che la rende ben visibile in lontananza, in contrasto con il verde del parco.  Come ha sottolineato l’artista: “mette in discussione la relazione tra natura e cultura nella società occidentale,  fallocentrica e antropocentrica”.  

La scultura è stata inaugurata pochi giorni dopo che il presidente brasiliano Jair Bolsonaro  ha dichiarato che sotto il suo governo l’aborto non verrà mai legalizzato. Deliberatamente  provocatoria, l’opera ha destato l’ira e l’indignazione dei gruppi conservatori. Il guru politico di  Bolsonaro, Olavo de Carvalho, ha criticato il lavoro e proposto di creare una struttura a forma di  pene gigante di fronte alla scultura. 

Eppure non si tratta solo di una vulva, come un primo sguardo potrebbe lasciare  interpretare. L’artista ha sottolineato come la scultura rappresenti anche una ferita nella terra. Dal  2019 la politica di Bolsonaro ha aperto le porte allo sfruttamento industriale dell’Amazzonia,  mettendo in grave pericolo il clima globale e la sopravvivenza delle popolazioni indigene. L’opera rappresenta un tentativo di resistenza artistica contro la violenza sul corpo delle donne, ma anche  contro la deforestazione e la distruzione dell’Amazzonia. 

Diva non è la prima vulva ad aver destato scalpore nella storia dell’arte. Le artiste  femministe negli anni 60-70, in Europa e in America, hanno utilizzato le parti intime del loro corpo  come fonte di creatività e immaginazione, ma anche per sfidare stereotipi e convenzioni culturali  consolidate. Il rapporto ossessivo di alcune artiste con la corporeità evidenzia un momento in cui  le donne iniziano a riconoscere la propria capacità di impaurire, oltre che impaurirsi.  

Per esempio, ricordiamo la mostra She – A Cathedral, organizzata nel 1966 dall’artista  francese Nikki de Saint Phalle e il curatore svedese Pontus Hulten al Moderna Museet di  Amsterdam. La mostra consisteva in un’enorme rappresentazione plastica di una donna incinta  sdraiata sul dorso, la cui vagina fungeva da porta d’accesso per i visitatori. Al suo interno vi si  trovava un’esposizione di dipinti, un piccolo cinema, un planetario e una sala giochi per bambini.  Un ritorno all’origine del mondo. Una rappresentazione del culto della dea-madre. La scultura  invadente all’interno del museo presentava la donna come consumatrice dello spettatore piuttosto  che consumata dallo sguardo maschile della cultura patriarcale, in un momento storico dove la  rappresentazione della donna e la questione di genere nel mondo dell’arte venivano messi in  discussione. 

Un altro esempio è la performance, poi diventata serie fotografica, Action Pants: Genital Panic. Nel 1969 l’artista austriaca Valie Export entrò in un cinema di Monaco con un mitra in mano e dei pantaloni con il cavallo tagliato che mettevano in mostra i suoi genitali. Sfidando il pubblico ad interagire con una donna vera, piuttosto che con una sua rappresentazione sullo schermo, l’artista ha utilizzato il suo corpo per denunciare il ruolo passivo delle donne nel cinema e riattivare l’atto di guardare. Ribaltando la prospettiva dello sguardo, e risvegliando la consapevolezza della percezione, Export intendeva stimolare un dibattito che avrebbe portato un cambiamento sociale e politico. 

Nella serie di opere intitolata Silueta Series (1973-78), l’artista cubana Ana Mendieta ha instaurato un dialogo tra corpo femminile e natura. In queste opere il corpo dell’artista  scompare e viene sostituito dalla sua sagoma,  composta di forme e materiali che lo evocano:  neve, sabbia, fango, legno bruciato, ghiaccio, fiori o rami. Nell’opera Untitled: Silueta Series, Mexico, 1976, Mendieta ha impresso la sua  silhouette nella neve, e colorato con una vernice  rossa la zona dei genitali. Il sangue è un  elemento ricorrente nell’arte dell’America  Latina. Il corpo femminile si plasma con la terra,  in una dissoluzione che porta ad una rinascita  attraverso il ritorno al ventre materno della  terra. L’interesse per il corpo rappresenta per  l’artista il risveglio di una fede primordiale in  una forza femminile onnipresente. Vi è l’idea di  inserire la propria individualità in un discorso  collettivo e universale.

 

Dopo circa cinquant’anni, con l’opera di Notari, la vulva ritorna a provocare. Ma che cosa  è cambiato rispetto ad allora? Perché ancor oggi la vergogna è legata al desiderio di coprire i nostri  organi sessuali?

 

La filosofa statunitense Martha Nussbaum analizza il sentimento della vergogna nel suo aspetto sociale e politico. Secondo la filosofa, la vergogna ha origine dalla realizzazione della nostra finitezza corporea. I genitali, come il sangue e le funzioni corporee che ci accomunano agli animali, ci ricordano la nostra condizione di mortalità ma anche il bisogno dell’altro, una nostra mancata onnipotenza. Nella società occidentale capitalistica, orientata verso l’individualismo e la perfezione,  dove il bisogno e la vulnerabilità sono considerati con vergogna dalla cultura diffusa, il rischio è di creare un vuoto che lascia spazio alla rabbia e alla depressione. Nussbaum sottolinea come, la vergogna verso se stessi viene spesso proiettata all’esterno e le proprie incertezze vengono affrontate mediante la pratica di stigmatizzazione degli altri. Specialmente i ragazzi, i quali non vengono incoraggiati a esplorare la propria interiorità, sviluppano la tendenza a denigrare tutte le  parti della personalità considerate come ‘femminili’: le emozioni, ma soprattutto la debolezza, e la  compassione. La vergogna per la propria debolezza, identificata con l’elemento femminile si  trasforma in aggressione diretta contro tutto ciò che costituisce una minaccia per l’identità maschile  dominante. Superare le tensioni interne alla struttura umana è una questione delicata, ma l’arte e la  letteratura possono aiutare a superare la debolezza umana, creando uno spazio di condivisione e  riflessione sulle emozioni e stimolando una sottile interazione tra le persone. Le artiste sopracitate hanno reagito a questa stigmatizzazione sociale, imponendo la loro  femminilità per resistere all’oppressione del potere. Le provocazioni artistiche, coinvolgendo  emotivamente il pubblico, possono risvegliare la coscienza individuale e stimolare un dibattito  costruttivo. In linea con il pensiero di Antonio Gramsci, Nussbaum sostiene che l’arte e la cultura  possano contribuire alla lotta per una trasformazione morale e intellettuale che è alla base di quella  sociale. Le reazioni scatenate dall’opera di Notari ci fanno capire quanto abbiamo bisogno di opere  come questa, in una società ancora lontana dal garantire la parità di diritti e il rispetto reciproco. 

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