Ma tu, con chi te la fai?

CITT: una prospettiva queer, transfemminista e territoriale.

Articolo a cura di Paola Micunco, Foto di Teresa Ceglie

Rifiutare il legame tra l’identità e il territorio in cui si nasce e in cui si vive è un tentativo piuttosto ingenuo di rimozione di un importante nesso; quando poi intorno alla propria identità si fa politica, attivismo e lotta, dalla componente territoriale non è possibile prescindere, in special modo se l’identità e il territorio in cui la si esercita collidono, se l’accettabilità all’interno del contesto sociale è sottoposta a un continuo gioco di piccole conquiste e rilanci, se sul territorio manca la rappresentazione e quindi la normalizzazione delle istanze identitarie cui si partecipa. Per chi è queer, o vive la propria vita sotto una lente transfemminista, o è dissidente del genere è una questione essenziale: ciò che non è rappresentato non esiste perché non è visibile e non può quindi subire i processi di normalizzazione che portano all’integrazione, anche faticosa, di quella istanza all’interno del territorio. E’ difficile immaginare una matrice d’azione universalmente applicabile all’attivismo lgbtqia+ e transfemminista; questo infatti vive di sfumature che mutano in base ai soggetti che lo esercitano e ai soggetti ai quali è riferito. I soggetti coinvolti, da una parte e dall’altra, agiscono in un contesto culturale e sociale. L’attivismo, quando mantiene una prospettiva territoriale, si dispiega potentemente sui soggetti verso i quali è diretto perché ha dalla sua la prossimità di questi ai soggetti che esercitano l’azione: crea quindi una forma di vicinanza emotiva tra le due parti. Impostare la lotta alla rappresentazione su una lente che abbia il territorio tra le prime urgenze è poi una necessità ulteriormente sentita al Sud, dove le situazioni aggregative -fisiche e sociali- per chi non partecipa all’etero-norma sono limitate e limitanti, si rifanno spesso a modelli non più condivisibili e al di fuori dei capoluoghi di regione spesso tali realtà non esistono neanche. In contesti piccoli, provinciali, marginali rispetto alle grandi realtà conscious, la necessità di radicare sul territorio l’azione e la riflessione è una urgenza educativa. 

Una sera di febbraio abbastanza mite da poter stare all’aperto, in una piazza di Bari con una Madonnina che la veglia in silenzio da un secolo e più e che quella sera ha con affetto vegliato anche su di noi, ho chiacchierato di territorialità, attivismo e corpi dissidenti, queer e trans-femminismo nella provincia barese, nel Sud con le ragazze e i ragazzi di CITT che mi hanno prestato le loro voci, le loro storie e la loro esperienza di collettivo per parlare di questi temi. Con una sigla ammiccante al dialettale per stai in silenzio ma che sta anche e soprattutto per Collettivo Inclusivo Transfemminista Territoriale, CITT nasce a Rutigliano, un paese dell’entroterra a una ventina di chilometri a sud-est di Bari. Tutto di pietra chiara il centro storico, i tradizionali fischietti di terracotta sono il suo simbolo, le ragazze e i ragazzi d’estate raccolgono l’uva nei vigneti per pagarsi le vacanze. Non più gretto degli altri e non più illuminato degli altri, provincia barese come tante. Qualcuno ci scappa, qualcuno ci rimane. E in chi rimane, e considera quel posto casa propria, si anima una necessità: creare spazi di agibilità politica e sociale per sé, per chi si ama, per chi non si riconosce in ciò che sta attorno, per chi vorrebbe essere integrato e rappresentato in quello da cui si è circondate e circondati. Da questa urgenza da un gruppo di amiche a amici di Rutigliano e dei paesi limitrofi nasce un anno fa questa realtà come base collettiva per azioni di educazione, informazione, aggregazione. CITT è una storia virtuosa di auto-organizzazione e attivismo in una provincia del Sud: la volontà di collettivizzazione delle istanze individuali radicando nel territorio l’azione e la riflessione, il tentativo di creare uno spazio di vivibilità nel territorio agendo sullo stesso, l’esposizione e la normalizzazione  di identità che si è solitamente portati a pensare che si possano vivere liberamente soltanto altrove, non nella provincia, non al Sud, che solamente spostandosi da quei luoghi possano trovare dispiegamento e espressione. CITT e chi ne fa parte si carica di un impegno educativo necessario qui al Sud: l’apertura di una bolla di sicurezza che possa creare l’esempio di una realtà accogliente che venga ripreso e riprodotto da altri e altrove. Lavorare sul territorio è quindi una responsabilità e un compito; è anche lavoro emotivo che si accompagna alla paura di non essere più socialmente inserite e inseriti una volta esposti come identità devianti rispetto alla norma diffusa. In questo senso è importante si crei un esempio e una pratica queer e transfemminista che esponga il nuovo normale, o il normale ampliato alle soggettività che sempre più prendono spazio sociale, anche qui al Sud. I luoghi in cui questo ampliamento di prospettive è già avvenuto sono ancora considerati illuminati; compiendo queste azioni nella provincia però CITT ci racconta con la sua esperienza come, nonostante la fatica di rendersi visibili, loro abbiano trovato un contesto accogliente e curioso. Curiosità che, a loro stesso dire, mal cela una forma di timore reverenziale dovuto alla pressione educativa che esercita CITT su chi ci entra in contatto che però non ostacola la disposizione all’incontro, all’ascolto e alla partecipazione, attraverso la collettivizzazione dei saperi, delle competenze e delle esperienze individuali ed identitarie, la creazione di narrazione comuni e quindi la creazione di esempi sul territorio. La presenza di esempi crea dei meccanismi positivi e innesca, anche solo per esposizione a rappresentazioni di questo tipo, meccanismi di educazione. Non essendoci sul territorio esempi di identità non eteronormative liberamente vissute, gli esempi che sono sempre giunti sono quelli demonizzanti dei vecchi media e quelli patinati dei nuovi media. La volontà di CITT è costruire una rappresentazione quotidiana e normativa che parta dalla collettivizzazione delle esperienze identitarie sul territorio, coniugare il conflitto tra l’identità e il territorio, con il bagaglio culturale di tradizioni, retaggi ma anche apertura e accoglienza sociale a questo connaturati ed esporsi come prodotti di quel conflitto, abbracciandolo e condannandolo allo stesso tempo. La presenza di esempi crea dei meccanismi positivi e innesca, anche solo per esposizione a rappresentazioni di questo tipo, meccanismi di educazione.

CITT è una realtà estremamente eterogenea sotto ogni aspetto, c’è chi va ancora al liceo e chi già è ben inserito nel mondo del lavoro; c’è chi viene da contesti assolutamente distanti dall’attivismo e si è trovato a costruire la propria consapevolezza politica con l’evolversi del collettivo e chi invece proviene da esperienze politiche nelle istituzioni o in altre realtà autonome. Chi vive a Rutigliano da tutta la vita e chi invece ha vissuto e studiato fuori ed è poi rientrato. Alcune ragazze sono nate in famiglie in cui l’espressione dell’identità era una libertà scontata, altre invece hanno combattuto con i propri retaggi omofobi. Tutte e tutti, in modo diverso, raccontano però CITT e i rapporti umani all’interno di questo come uno spazio sicuro, d’affetto e di accoglienza e non come una gabbia dorata dentro Rutigliano ma distante dagli altri contesti al di fuori di questa ma come un nucleo che va via via allargandosi, espandendosi, aprendosi sempre di più. Quello che unisce tutte gli attivisti e le attiviste di CITT è l’amore, tra di loro e verso il territorio e le persone che lo vivono e lo abitano. E nel nome di questo amore voler riscrivere una storia di silenzio e esclusione, di invisibilità e renderla una storia di quotidianità, normalità, rappresentazione. Perché ogni luogo che è casa per qualcuno deve essere casa per davvero, niente di sé deve rimanere sulla porta.  

Quella sera di febbraio abbastanza mite da stare all’aperto, nella piazza in cui la Madonnina ci ha rivolto occhiate d’affetto, sono state condivise tante idee, tante risate ma soprattutto tante storie. Alcune grottescamente divertenti, alcune tenere e distanti nel tempo, altre ancora ordinarie ma a loro modo straordinarie. Tutte accomunate dalla volontà di ogni persona che raccontava di utilizzare il proprio vissuto, la propria esperienza come monito e come esempio da collettivizzare, da mettere a disposizione per cambiare una narrazione stantia. Ogni racconto che in quel momento è stato condiviso può e deve essere specchio per qualcun altro che lo ascolta. Per questo motivo, di quella sera, lascio ora qualche voce che ho avuto la fortuna di ascoltare con la speranza che siano testimonianze d’amore e impegno al cambiamento partendo dalla condivisione di sé in una terra che, fuor di retorica, ha davvero bisogno di questo. 


 

Io vivo a Rutigliano da sempre, non ho mai vissuto nessuna altra realtà, vado ancora a scuola. Da persona non etero, ho sentito il bisogno d’aiuto come individuo, di unirmi ad altri per prendere coscienza di non essere l’unica. Avevo bisogno di qualcuno da ascoltare, di vedere che succede qualcosa di simile, di riconoscermi e confrontarmi e questo l’ho trovato in loro. Mi piace questa realtà, mi piace stare qua, soffrirei se mi dovessi trasferire per vivere la mia identità come voglio. E’ un sogno per me che Rutigliano diventi un ambiente queer e trans-femminista. Per farlo bisogna esistere sul territorio. Vogliamo essere visibili. 

 

Io sono l’esempio di una persona educata da questo intorno, avevo retaggi bifobici in particolar modo. Sono stato preso ed educato, ho iniziato con loro il mio percorso.

 

La narrazione su come è questo territorio è, è molto diversa da come poi effettivamente stanno le cose nela realtà, c’è potenziale. Noi offriamo l’aspetto quotidiano e normalizzato, la normalità delle cose: sono bisessuale, sono poliamorosa, sono come sono e lo sono qui: va tutto bene, è tutto normale, puoi esserlo anche tu. Io ho avuto l’esempio di mia madre che ha sempre vissuto da bisessuale, in un certo senso, quindi io mi sono sempre sentita libera e accolta. E essere anche io, anche noi questo per altre persone è il primo obbiettivo. Certo, anche noi facciamo autocensura, ci viene spesso da chiederci se alcune cose sia il caso di mostrarle o meno ma mi rendo conto che sia tutto nell’ottimistica speranza di avvicinare più persone possibile, di facilitare l’inserimento di persone restie. Già presentarci così, queer, lesbiche transfemministe, ftm, è una forma di rottura. Procediamo con gentilezza finchè ne serve.

 

Io ero fuori a studiare e CITT nasceva. Mi sentivo di stare perdendo qualcosa di grosso, di importante. Il rapporto con loro per me è sempre stato un porto sicuro: ho scoperto di essere lesbica con loro ed è sempre stata una cosa completamente normale. Quando è nato CITT ho pensato che, allargandosi questo nucleo, poteva essere così per altre persone. 

 

E’ essenziale dare il nome alle cose, nella politica si prende una posizione e si chiamano le cose ed è importante avere un atteggiamento politico, aiuta anche a cambiare strada. Dare un nome aiuta a fare esistere le cose, se dico, pronuncio una cosa, quella cosa esiste. Acquista il valore di categoria per guadagnare diritto d’esistenza e nel territorio la prima cosa da fare è fare esistere le cose. Una cosa che noi, come CITT, possiamo fare è tradurre. Rendere accessibile il nome delle cose per farle esistere. Quando ero più piccola un ragazzo, per indagare sul mio orientamento sessuale mi chiese: “Ma tu con chi te la fai?” e io, un po’ presa alla sprovvista e non abituata a dovermi definire risposi “Dove arrivo chianto il zippo”, che in dialetto significa dove mi piace sto, dove riesco a stare mi metto. Ecco, per tradurre intendo questo. Parlare al territorio con le parole del territorio. Usare il privilegio di sapere, di poter parlare per tradurre. E dare le parole per parlare ad altre e altri.

 

 

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