In conversation with: Miglio + Restart

Articolo a cura di Lara Ricci

Avete presente quando state ascoltando della musica in compagnia e dalla vostra playlist salta fuori quella canzone? Quella di cui conoscete tutte le parole e che probabilmente ascoltate molto più di quanto voi stessi vorreste ammettere…Ecco ora arrossite, poi iniziate a cercare giustificazioni: questa è la vergogna. O almeno, questa è una forma di un sentimento che in realtà è molto più complesso e potente di quanto spesso si pensi. È individuale, collettiva, condivisa, incompresa, nasce dentro di noi, viene dagli altri. Spesso si accompagna, si confonde, si fonde con un senso etico, di colpa o di pudore. La vergogna è naturale e non è sempre negativa, ma che peccato quando ci blocca dal dire, fare, pensare qualcosa o addirittura dall'essere qualcuno.

 

Ecco perché voglio condividere con voi due progetti legati al mondo della musica che comprendono e affrontano a loro modo la vergogna e ciò che questa porta con sé.Partiamo da Miglio, cantautrice che si distingue per la sua sincerità disarmante. Attraverso i suoi testi dipinge delle situazioni estremamente reali e intime, donando al pubblico un pezzo di lei. Ho riflettuto con lei sul significato del suo lavoro e su cosa vuol dire esporsi, presentandosi agli altri per come si è, senza vergogna. 

Ciao Alessia! Innanzitutto: chi è Miglio?

 

Miglio sono io, Alessia Zappamiglio. Ho iniziato a suonare presto, quando avevo circa 13 anni. Vengo da una famiglia di musicisti: questa forma d’arte me l’ha passata mio padre. Fin da piccola cantavamo e suonavamo assieme, quindi il mio approccio nei confronti della musica è stato molto naturale. Poi al liceo ho approfondito lo studio della musica e ho passato tutta la mia adolescenza così: suonando sempre in camera per conto mio.

 

Quando e come hai capito che creare musica era ciò che volevi fare nella vita e come hanno reagito le persone attorno a te a questa decisione?

 

In realtà non c’è stato un momento specifico, in qualche modo è come se io lo avessi sempre saputo. Vedevo i miei coetanei che andavano verso altre strade e io invece ero sempre lì: tornavo a casa e mi buttavo sulla musica. Anche dopo gli studi non pensavo a qualcos’altro se non a questo e anzi, alla possibilità di farlo in libertà. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che ama e fa arte e mi ha sempre supportato in questo. Poi ci sono anche state delle persone che capissero questa scelta fino ad un certo punto. Capita spesso che, quando dico di fare la musicista, mi rispondano “Sì, ma di lavoro?”. È sicuramente un sacrificio ma non riuscirei a fare diversamente. 

Io ti ho conosciuta per la prima volta grazie a Pornomania. La canzone colpisce per una serie di elementi. Partiamo dal fatto che la canzone affronta quelli che per molti sono ancora una serie di tabù: parli di sesso, in particolare di sessualità femminile e ancora più in particolare di un rapporto tra donne. All’interno del panorama musicale femminile è ancora raro incontrare artiste che trattino questi temi in modo esplicito. Ci racconteresti qualcosa riguardo allo sviluppo di questa canzone? Come è nata?

 

Di base è una canzone d’amore che ho scritto in un momento in cui mi sentivo di farlo e l’ho fatto nel modo più naturale possibile. Il brano credo che lo esprima: sono tutte una serie di immagini molto intime e non c’è nulla di pensato o di strutturato, è tutto molto di pancia. Non l’ho scritta pensando di denunciare qualcosa che non andava. Però sono d’accordo sul fatto che viviamo in un paese dove ci sono ancora dei limiti culturali grossi su alcune tematiche.Tantissime cose si sono sicuramente smosse ma siamo alla metà dell’opera, ci sono ancora tanti pregiudizi. Spesso racconto di come quando ho fatto ascoltare Pornomania a persone a me vicine, donne della mia età, la cui reazione istintiva è stata “Ma davvero vuoi dirlo in questo modo?”. È proprio un tabù anche a livello di espressione di linguaggio.

 

In circostanze in cui questi temi non sono ancora del tutto accettati, esporsi costituisce di sicuro un modo per normalizzarli, ma allo stesso tempo richiede anche una certa dose di coraggio e, appunto, assenza di vergogna. Questi elementi sono per te innati o sono una conquista?

 

Sicuramente però è stata anche una conquista. Anni fa avevo più limiti, miei personali, che poi sono riuscita a superare con il tempo, con le esperienze e poi anche attraverso l’arte. La musica mi ha aiutato tantissimo in questi anni, anche perché per me salire su un palco e suonare è una cosa molto intima: è darsi e far vedere una parte molto intima di se stessi. Quindi è una cosa che mi è sempre appartenuta e che poi ho imparato a sviluppare. Tutti e due: c’è una parte di me che è sempre stata così, molto naturale e diretta. I grandi giri a me non piacciono e la schiettezza è una cosa che ho sempre apprezzato anche negli altri. 

Un’altra cosa che mi colpisce di Pornomania è il fatto che la canzone sia innanzitutto una canzone romantica, che si apre a sentimenti e situazioni reali. Questi sono elementi che tornano spesso nei tuoi brani, tanto che si ha quasi l’impressione di avere una propria finestra aperta su di te. Sentirsi esposti, in questo senso, può far nascere a volte un senso di vergogna. Questo ti è mai capitato, oppure al contrario la scrittura diventa un mezzo per aprirti e raccontarti di più?

 

L’ultima che hai detto. Non è sempre facile, ma come dicevo prima in quello che scrivo non c’è mai costruzione. Io lo faccio proprio perché è un’esigenza ed il modo attraverso il quale riesco ad esprimermi meglio, che mi fa sentire soddisfatta al 100%. L’intento è sempre quello di comunicare con tanta verità e sincerità: è la base di ogni cosa che faccio. Smetterei di fare musica nel momento in cui dovessi accorgermi che c’è della forzatura o del pensato, del ragionato, perché andrebbe contro l’origine stessa del perché faccio musica.

 

Come credi che musica e vergogna siano connessi?

 

Credo che la musica possa avere un ruolo sociale, politico e culturale e possa lanciare messaggi importanti. Non vorrei mai associare la musica al concetto di vergogna, al contrario dovrebbe essere uno strumento potente per abbattere certe strutture e impostazioni culturali.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 

Il futuro è un po’ incerto per il momento veramente strano che stiamo vivendo. Non è il massimo e non è facile, questo lo devo dire. Però non ci si ferma: è un periodo in cui sono chiusa in studio e sto facendo un bel percorso di crescita umana e artistica. Usciranno delle cose in primavera e ne sono molto contenta. 

Miglio non è l’unica che non si fa fermare da un periodo storico incerto e confuso. Anzi, il prossimo progetto è forse ciò di cui abbiamo più bisogno in questo momento. Mentre ci vengono a mancare tutte le certezze che avevamo fino ad un anno fa, in una società che spesso suggerisce di comportarci come se nulla fosse e di mostrarci sorridenti in ogni circostanza, i volontari e terapeuti di Restart insegnano altro. Restart infatti, è il primo sportello in Italia di supporto psicologico per musicisti e addetti ai lavori. Il loro messaggio ci ricorda che “it’s ok not to be ok”, anche se siamo delle rockstar. 

Flavia Guarino, manager, agente e fondatrice di Restar, ci racconta di questo progetto.

 

Restart nasce nel settembre del 2019 a fronte di una necessità comune individuata da me, successivamente da Michela Galluccio, responsabile degli psicologi e da Azzurra Funari, che come me lavora nella music industry. Adesso siamo circa 35 persone che lavorano alla struttura, tra terapeuti, ufficio stampa e comunicazione. Ci occupiamo principalmente di consulenza psicologica e offriamo anche servizi di workshop e divulgazione sul tema. Siamo molto attivi anche nella lotta contro lo stigma, tema della nostra campagna “It’s ok not to be ok” in cui abbiamo collaborato con musicisti, addetti ai lavori e influencer del settore.

 

Da dove viene l’idea di creare un progetto del genere con un focus così specifico sugli artisti?

 

Tutto è nato quando nel 2018 ho avuto il mio primo (e spero ultimo) burnout. Ero in un momento di grande transizione dal punto di vista lavorativo e subivo molte pressioni che mi hanno spinto ad esplodere. Mi sono chiesta, dato che ai tempi lavoravo molto con l’estero, perché in Italia non esistessero delle associazioni come Music Support o Help Musicians UK, che aiutassero in qualche modo gli addetti e i musicisti nella gestione dei loro stati mentali. In territorio Italiano facciamo un po’ di fatica ad aprirci al discorso della salute mentale, credo perché c’è ancora poca conoscenza al riguardo. Un tema, ad esempio, sul quale sto cercando di trattare con Restart è il tema del sanismo, ovvero una discriminazione in chiave mental health. Ci sono tante testate e personalità che, parlando di divulgazione sul tema della salute mentale, tendono a fare una distinzione tra chi sta “malissimo” e chi sta “così così”, come se i primi potessero far parte della squadra e i secondi no. Io personalmente ritengo che sia sconveniente fare una differenziazione di questo genere, perché si finisce col mettere una barriera tra le persone che vorrebbero chiedere aiuto, e sono ancora in tempo a farlo, e le persone che invece non riescono a chiedere aiuto, perché i loro sintomi hanno già preso il sopravvento. Utilizzare una divulgazione il più inclusiva possibile può fare la differenza in questi casi.

In che modo supportate gli artisti? Quali sono i servizi che offrite?

 

Funziona così: l’utente si iscrive attraverso un tesseramento con il quale ha diritto a scontistiche sui nostri workshop relativi alla gestione degli stati d’ansia, dello stress e del percorso personale lavorativo, oltre a due consulenze psicologiche gratuite. Queste possono sfociare o meno in un percorso terapeutico, che avrà ovviamente una cifra scontata rispetto all’onorario base del terapeuta. A seconda del tipo di approccio di cui l’utente ha bisogno, verrà indirizzato verso un terapeuta specifico. Abbiamo deciso di accogliere tra i nostri psicologi volontari tra i più svariati approcci in quanto noi crediamo molto nel fatto che una terapia non possa essere uguale per tutti.

 

Quali difficoltà possono incontrare gli artisti durante la loro carriere? Quali sono le problematiche più comuni?

 

Per quanto riguarda gli artisti ci ritroviamo spesso a lavorare con problematiche relative alla dissociazione tra il personaggio che sta sulla front line e la persona stessa. Questa è forse la macro patologia che riguarda un po’ tutti gli individui che fanno spettacolo, in quanto sono conosciuti da tutti, ma in maniera marginale e minima rispetto agli individui umani che sono realmente. Al tempo stesso, non riuscire a mettere un confine tra quella che è la tua forma e quello che è il tuo contenuto umano, rischia di generare gravi problematiche: dall’ansia, allo stress, a stati depressivi. Per gli addetti c’è un discorso molto vicino: se l’artista non comprende questo scollamento tra il pubblico e il privato, spesso non riesce nemmeno a comprendere che esiste una vita privata anche della persona che lavora attorno a lui. Allo stesso modo anche noi addetti facciamo fatica a mettere un confine tra la nostra vita privata e quella lavorativa. Spesso ci ritroviamo ad avere dei ritmi di lavoro allucinanti, lavorando anche due settimane di fila non-stop. Questo perché facciamo un lavoro liquido e siamo spinti da un’enorme passione, cosa che ci porta a tralasciare una parte di noi. 

 

In che modo la vergogna gioca un ruolo quando si parla di terapia psicologica?

 

È complesso: nel mio caso specifico mi sono resa conto che stavo veramente guarendo proprio quando ho superato la vergogna e ho iniziato a parlare apertamente di salute mentale, partendo dalla mia, per poi affrontare un discorso macro con Restart. Ma prima mi sono confrontata con tanti amici e colleghi che mi hanno fortemente sconsigliato di farlo, dicendomi che, in quanto già donna e giovane d’età, sarebbe stato per me sconveniente a livello lavorativo. In un momento storico in cui il gender gap è accompagnato da una mancanza di fiducia nei confronti di noi giovani, questo appariva come un autogol, come qualcuno l’ha definito. Io invece ho voluto ammettere di soffrire di depressione e di disturbi compulsivo-ossessivi e l’ho fatto nel modo in cui avrei voluto che qualcuno lo facesse quando io non ne avevo la forza ed il coraggio. Tra l’altro tra gli artisti, ma anche tra noi che lavoriamo nel retrobottega, c’è il luogo comune di dover essere sempre e per forza degli “yes-men”: sempre sul pezzo, sempre fighi, sempre con i pollici in su e i sorrisi a 80.000 denti per sembrare in qualche modo produttivi. Ma alla fine della fiera è sempre meglio dire le cose come stanno. Gli artisti con i quali lavoro a livello manageriale sanno tutti della mia condizione, proprio perché vorrei scardinare il pregiudizio che c’è al riguardo e aiutare in qualche modo le persone come me a fare coming out. È naturale che possa esserci paura nell’accettare questa condizione, anche perché si pensa spesso che le persone depresse o soggette a patologie non possano avere in alcun modo successo nella vita, ma la dimostrazione che vorrei dare nel mio piccolo è che invece non è assolutamente così.

 

Come dovrebbe essere superata?

 

C’è bisogno di tanta auto-indagazione e successivamente di tantissimo supporto. Io capisco perfettamente che ci sono delle persone che non hanno la fortuna di avere intorno degli esseri umani in grado di empatizzare e capire i loro stati mentali, e questo genera ancora più vergogna. Tuttavia più abbracciamo la nostra vergogna, la introiettiamo e la trasformiamo in forza, più saremo in grado di costruire una società migliore per le persone che ci circondano e per le persone che verranno dopo di noi. Ma non dobbiamo fermarci, e non dobbiamo farci fermare.