Yes I’m a witch too: rituals, plants and forgotten practices in Gaia Fugazza’s work

 

Articolo a cura di Laura Rositani 

Gaia Fugazza, “Datura stramonium”, 2017. Scatto di Giovanna Silva. Courtesy Gaia Fugazza

 

La caccia alle streghe fu una delle cause principali per la quale in Europa e in America migliaia di donne furono eseguite, legate con catene di ferro nella piazza del villaggio e bruciate, e migliaia di donne furono educate e disciplinate ai loro nuovi compiti sociali. Non solo si voleva distruggere il corpo delle streghe ma un intero universo di saperi e di relazioni alla base del potere sociale delle donne. Depositarie di conoscenze trasmesse di madre in figlia attraverso le generazioni, le “streghe” custodivano un profondo sapere riguardo l’utilizzo delle erbe, dei mezzi utili per la contraccezione o l’aborto e un’antica saggezza rispetto ai rimedi medici e ai problemi sentimentali, curabili con filtri magici. Anche la sessualità femminile occupava un posto d’onore tra tutto ciò che veniva ritenuto diabolico e tacciabile di stregoneria. In molte società pre-capitaliste, le donne rivestivano un ruolo occupazionale ed erano riuscite ad ottenere un certo tipo di potere: erano guaritrici, erboriste, curatrici e portavano con sé i profondi segreti della natura che le rendeva creatrici di filtri d’amore e depositarie della possibilità di determinare la vita e anche la morte. La conoscenza e l’utilizzo di tecniche contraccettive a base vegetale sono tra gli esempi dei crimini contro la riproduzione di cui venivano accusate. 

Questo spiega in maniera abbastanza ovvia il perché siano diventate i principali bersagli del nuovo mondo societario che le ha costrette a sottomettersi al controllo patriarcale e ad abbandonare tutte le pratiche mediche naturali acquisite e tramandate.

 

Come possiamo riappropriarci oggi di queste conoscenze arcaiche? Nella sua pratica l’artista visiva e performer Gaia Fugazza ci riporta a quest’atmosfera rituale e inserisce all’interno della sua ricerca questi saperi magici legati alla natura e al femminile. Fugazza esplora nelle sue opere gli stati alterati di coscienza e si interessa al valore intrinseco delle altre specie, dei sistemi e dei processi naturali secondo l’espressione ecologica coniata dal filosofo norvegese Arne Næss “deep ecology".

 

La performance “Mimosa Pudica” prende il nome da una pianta detta anche “shameplant”, un vegetale che ha come accezione un aggettivo umano legato alla timidezza e alla vergogna. Questa pianta infatti, appena la tocchi si ritrae compiendo rapidi movimenti del fogliame, acquisendo caratteristiche quasi animalesche. Un altro aspetto particolarmente interessante è caratterizzato dalle sue proprietà contraccettive e afrodisiache efficaci sia sugli uomini che sulle donne. Fugazza coinvolge il pubblico creando un rituale secondo il quale gli spettatori sono invitati a tenere in bocca delle piccole sculture di porcellana che replicano le dimensioni delle pillole contraccettive, assecondando l’idea di un’esperienza sensoriale personale ma al tempo stesso condivisa in cui ciascuno prende consapevolezza del proprio corpo e delle sensazioni in relazione al tempo mentre assiste all’azione dell’artista. Le piccole sculture per bocca in ceramica ricoperte di cristallina sono facilmente associabili alla pillola contraccettiva per via della specifica forma e dimensione che prevede un’attenzione particolare per non essere ingerita.

L’artista esplora i temi della natura e del rituale, della fertilità e sessualità femminile attraverso un interesse per le conoscenze acquisite e dimenticate nel corso della storia: interagisce con una pianta di Mimosa Pudica accarezzandone le foglie con la bocca e produce suoni attraverso i bracciali di metallo che indossa trasportando l’audience in questo rituale magico. Come il suono scandito dei tamburi provoca una sorta di trance, così il ritmo dei bracciali ripropone quello delle percussioni in questa danza che si conclude con un ultimo rumore secco, un uovo di porcellana che cade da sotto l’ampia gonna dell’artista.

 

Le figure che abitano l’immaginario di Gaia Fugazza sono donne con aspetti animaleschi, sono piante dalle proprietà curative, sono figure che ci appaiono inizialmente familiari ma poi sfuggono alle leggi della razionalità e ci trasportano in un altro mondo possibile secondo visioni oniriche e misteriose. L’approccio con il piano pittorico è fisico e rituale: Gaia intaglia il legno, lo gratta, lo riempie con cera d’api, aghi di porcospino, pigmenti minerali e naturali e cornici di gomma fanno da proseguimento alla scena che mette in atto. Fugazza gioca con le variazioni iridiscenti e cromatiche date dall’ossido di ferro, di rame e alluminio che permettono gradazioni di rosso, di azzurro e di verde. “Quelli che si allontanano” (2019) è un’opera che richiede una lunga osservazione della simultaneità di azioni che avvengono: è contemporaneamente giorno e notte, una figura beve da una pozza d’acqua in cui si riflette la luna, un’altra figura partorisce, un’altra ancora defeca, mentre in primo piano c’è chi si allontana lasciando la sua comunità.

Anche in quest’opera una pianta tracciata con ossido di ferro fa capolino: si tratta della “Madre delle migliaia” ( altri nomi comuni sono impianto di coccodrillo e spina dorsale del diavolo per via della sua morfologia), alla luce dei numerosi figli che presenta lungo i bordi della foglia, una caratteristica distintiva di questa pianta originaria del sud del Madagascar. Queste piccoli germogli, una volta che il sistema radicale è formato, cadono a terra e sviluppano nuove piante che si propagano eternamente. La capacità riproduttiva di questa pianta grassa è sorprendente in quanto non ha necessità di produrre semi ma si replica attraverso le sue foglie. Tra gli usi medicinali della madre delle migliaia c’è ad esempio la capacità di evitare il parto prematuro e di trattare l’infertilità.

 

Un’importante parte della ricerca Gaia Fugazza si interessa delle alterazioni delle percezioni e della creazione di queste nuove dimensioni, dettate ad esempio dall’utilizzo di sostanze psicotrope.

Prendendo in esame questa prospettiva e l’uso di piante a questo scopo, si torna all’antica credenza che le streghe potessero volare a seguito dell’assunzione di pozioni magiche, unguenti allucinogeni la cui preparazione derivava da specifiche conoscenze di erbe e frutti. Si tratta chiaramente di un volo nella sua accezione più metaforica e l’assunzione di alcune di queste piante portava ad un delirio che a seconda del dosaggio poteva in alcuni casi durare per giorni.

In particolare, vorrei approfondire due fotografie di Fugazza che trattano di vegetali con queste proprietà. La prima è “Atropa Belladonna” , il cui nome (in greco: Ἄτροπος, cioè in nessun modo, l'immutabile, l’inevitabile) è tratto da Atropa una delle parche che nella mitologia greca tagliava il filo della vita, per via dei suoi effetti a volta letali. L’epiteto Belladonna invece deriva dall’utilizzo che le nobildonne rinascimentali ne facevano per risaltare e dare lucentezza agli occhi dilatando le pupille con alcune gocce dell’estratto del frutto. Un effetto dovuto all’atropina che agisce direttamente sul sistema nervoso. In omaggio alla flora psicotropa utilizzata per pratiche spirituali, in questa foto Fugazza tiene un frutto davanti al suo occhio destro mentre la sua pupilla sinistra è dilatata a seguito dell’applicazione di alcune gocce di estratto di “Atropa Belladonna”, creando questo effetto di similitudine tra il frutto stesso e l’effetto del suo impiego.

 

“Datura stramonium” è il nome di un’altra pianta chiamata anche erba del diavolo ed erba delle streghe con riferimento alle sue proprietà narcotiche, sedative ed allucinogene, utilizzate sia a scopo terapeutico sia nei rituali magico-spirituali dagli sciamani di molte tribù indiane.

L'uso della Datura stramonium per questo tipo di finalità è estremamente pericoloso in quanto la dose attiva di alcaloidi allucinogeni è molto vicina alla dose tossica. Della pianta vengono utilizzati i semi o i fiori, talvolta utilizzati assieme alle foglie. La foto ha un forte riferimento all’iconografia della strega o della befana raffigurata a cavallo di una scopa. Una pratica comune chiamata “volo al sabba” consisteva dall’uso di un unguento dai poteri allucinogeni che le donne spalmavano aggiungendo del grasso di maiale su bastoni di legno e a contatto con le mucose vaginali producevano stati di sogno e allucinazione.

 

Il lavoro di Gaia Fugazza permette ad alcune di queste conoscenze di riaffiorare e ci invita a riscoprire e riflettere sul passato per conoscere il presente.