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  • Anna Zucca

La casa nel bosco


Foto di Sara Lorusso

Clacson, ambulanza, asfalto. Foschia, condensa, gas. Tastiera, caffè bruciato, rotaia. Sacchetto biodegradabile, spalla dolorante. Sorriso, bicchiere di plastica, centrifuga. Notte. Quando siamo arrivate in questa città eravamo alla ricerca di promesse. Un giorno di fine estate ci siamo guardate occhi negli occhi accorgendoci che qualcosa si era rotto. Una giornata ancora troppo calda, una bici che non ha più ripreso a pedalare libera. La fretta, il caos, sogni troppo belli e troppo grandi per realizzarsi. Accade che due identità smettano di comprendersi, e se ci sono colpe in questa storia io non lo so. Perché, quando te lo chiedi, non riesci mai a riconoscere se sei tu che hai smesso di credere in questa città, o se è la città che ha rigurgitato per terra tutte le tue esigenze. 



Al principio del quarto anno tra gli appartamenti beige in affitto e i grattacieli che si credono alti ma sono solo sbruffoni, ho desiderato con tutta me stessa vivere nella casa nel bosco. Per raggiungerla occorre guidare per una quindicina di minuti tra piccoli tornanti senza parapetto. L’auto a pieno carico arranca un po’, ma con la leggerezza della fuga continui ad andare. Fusti sottili e foglie bronzo, quanto sarà bello e faticoso attraversarlo in pieno inverno sotto una coltre di neve. Nel momento in cui cogli lo sfarfallio aranciato di una finestra in lontananza, ferma la macchina e parcheggiala in un’ansa, dovrai procedere a piedi. Se fa buio accendi una torcia, non ci sono lampioni, ma lo zampettio dei cinghiali e la luce delle stelle. Non ti accorgi mai che a Milano non si vedono le stelle. Le ignori tanto da farle sembrare inutili. Anche io penso sempre di non avere bisogno delle stelle, che ne posso fare a meno, e che di un cielo butterato non me ne faccio nulla se compenso vivendo al massimo delle mie possibilità. Ma poi mi prende alla sprovvista sopra alla testa e una vena di nostalgia mi esplode sul collo. Segui il loro luccicare sulla strada di terra battuta. Stringiti agli amici, se li hai portati con te, camminate uniti, tenetevi la mano anche se siete stanchi, non lasciate indietro nessuno, davanti nessuno. Fiati bianchi affannati. In cima alla salita una grande agave, un gatto bianco e rosso: la casa nel bosco.


In un posto del genere non ci vivresti mai. Come occupi la notte quando vuoi uscire e ballare? Spintonata da gente che cattura attimi concettuali e li riversa al prossimo evento sociale. Come fai a raggiungere il supermercato dalla cima della collina? Quando, passate le sette di sera, torni dall’ufficio e arranchi nella fiumana che stringe buste dall’odore di mais. Come fai a godere i benefici di un ambiente stimolante? Chiusa in una stanza per nove ore, con lo sguardo fuori dalla finestra come facevi al liceo, facendoti sempre riprendere dalla professoressa. Come fai a ritrovare la fluidità se non sei creativa per lavoro? Quando il tuo compito è produrre, produrre, produrre. Compiacere il brand, generare il click. Come fai a incontrare qualcuno? Se nella città l’impegno per stare a galla è secondo solo a quello di cercare una carezza in uno swipe, sorridere al meglio delle tue possibilità, studiare una battuta d’apertura, selezionare attraverso il segno zodiacale, schivare chi non interpreta l’amore a tuo modo. Amore. Quanto spazio c’è per l’amore in questa città? Quanto è frustrante dover scopare in fretta e furia, senza togliere troppo tempo al ciclo del sonno, senza il fiatone, senza troppo rumore, senza i minuti necessari per fermarsi e poi riprendere, raccontarsi una storia e meravigliarsi insieme. 



Nella casa del bosco c’è tutto il tempo del mondo per scopare, urlare, girare nudi per tutte le stanze, versare un bicchiere d’acqua e sorseggiarlo guardandosi ridere sotto sotto, dare una carezza al gatto e tornare a contare insieme i nei sulla schiena. I tuoi sono nove e, visto che non ho mai un momento per contare i miei, di fermarmi e guardarmi allo specchio, allora affido a te la missione del calcolo. Da qualche parte ho letto che trovare il tempo per le coccole è un atto politico. E nella casa del bosco, allora, si può fare la rivoluzione.


Qual è il costo del vivere nella casa nel bosco. Quant’è l’affitto di un bilocale stretto tra i muri di carta dei condomini, che da sola non ti puoi proprio permettere, che in coppia sì, ma non sarà un po’ troppo presto per andare a vivere insieme? Ma quando avremo dei figli ci siamo già detti che non li vorremo far crescere qui. E allora dove. Dopo un’esistenza passata a scappare dalla provincia, la vita della tua ex compagna di classe torna a chiamarti a sé. In provincia costa tutto meno, la notte dagli infissi non entra rumore di clacson e motori, i bambini potranno correre tra gli alberi per andare verso la scuola, tu ti fermerai dal panettiere che ti chiama per nome e dice di salutare tanto a casa. Riappropriarsi del proprio tempo sarà più semplice. Ma tu te lo ricordi, com’era la tua vita in un paese di provincia. Le bestemmie in dialetto sulle bocche dei chierichetti, l’occhio vigile dei vicini, gli affari di tutti nelle case di tutti, porte di vetro, brutti vestiti e adulti tristi. Nessuna promessa a cui aspirare. La sera a trent’anni smetti di uscire perché la tua generazione non ha luoghi d’espressione, si trova nelle case degli altri e conduce una vita che assomiglia un po’ troppo a quella dei loro genitori. Come occuperanno i prossimi trent’anni? E mentre noi siamo qui ad assorbire la loro noia come cura e come veleno, ci contorciamo sulle sedie, chiedendoci se tornare indietro significa ammettere di aver fallito nella ricerca di qualcosa di diverso.


Alla soglia dei trent’anni in città, il tuo corpo rigetta l’organo provinciale, eppure, con una certa dose di rabbia, ti accorgi di capire perché i tuoi genitori hanno scelto di comprare un piccolo terreno in mezzo alla campagna e di costruirci una casa insieme. L’hanno fatto perché c’era l’amore. Ma quando l’amore se n’è andato cosa è rimasto. Pareti scrostate e ridipinte d’arancio intenso, troppe stanze tutte vuote, mobilio un po’ datato e un bagno da rifare. Chi è rimasto. Alla soglia dei trent’anni in provincia, quelli che non sono scappati prima cominciano a dire che adesso se ne andranno verso l’Europa. Chi, come noi, è fuggito qualche anno fa, comincia a dire che presto cercherà una vita a misura di persona. Immaginando ognuno la forma del tetto, le copertine dei libri che leggerà davvero, il numero di margherite nel prato e il colore dei muri, della propria casa nel bosco.



Una sera, un po’ ubriachi, abbiamo firmato con pastelli di cera una tovaglietta, impegnandoci ad aprire un agriturismo tra l’Umbria e la Toscana entro il 2035, i nostri quarant’anni. Solo un ragazzo non ha firmato, non convinto dell’idea. Chissà perché. La carta macchiata di vino è andata a finire nel mio armadio di Milano, tra zaini, phon, assorbenti, creme corpo, cuffie in lana e costumi da bagno, agende scritte a metà, foto stampate e poster arrotolati. Un sogno stipato nell’anta delle esigenze, dove tutto ciò che non ha una collocazione viene confinato fino al prossimo momento di riordino. È che guardando il fiume che scorre sotto la casa nel bosco mi sento come se non si potesse vivere aspettando sempre di fare ordine e che l’anta delle esigenze non sia una soluzione al trambusto interiore. Abbiamo bisogno di uno spazio in cui poter amare.

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